Una foto una storia (dal 21 luglio 2012)

La foto della testata del blog dal 21 luglio 2012
Musiche per un popolo stonato
Una visita al giardino dell’Isola Bella e una molto attesa serata di musica mi danno occasione per fare una considerazione personale sul progressivo maltrattamento che il turismo subisce in Italia, benchè questo possa essere una risorsa primaria per il nostro Paese, ora più che mai, a mano a mano che si contrae la portata dell’industria, dell’edilizia, dell’artigianato sui quali nel dopoguerra si era maldestramente puntato, pur trattandosi della nazione con il maggiore numero di beni storico-artistici al mondo.
Stresa, sponda piemontese del lago Maggiore, in un pomeriggio d’estate. Si sente parlare inglese e francese, qualche lingua del Nord Europa non meglio identificata, ma soprattutto tedesco. Attorno agli alberghi sul lago i giardini traboccano di impatiens e gerani parigini, con qualche scadimento cromatico del tipo a ogni balcone gerani rossi e sul fronte dell’ingresso petunie viola e rosa. Tutto sa di opulenza borghese novecentesca non più sostenibile e tutto sommato rinunciabile senza rimpianti, rafforzata al calare della sera dall’accensione di migliaia di luci che ridisegnano le architetture di edifici come transatlantici d’altri tempi. Al calare della luce si accende anche un illustre dirimpettaio dei grand hotel: il giardino dell’Isola Bella. È lì da metà Seicento, con la sua forma curiosa di nave, con i suoi dieci terrazzamenti, i suoi pennacchi, le sue statue, le sue piante rare e esotiche. Un ristorante sul lungolago si riempie di clienti, ma a servire è un ragazzotto in bermuda, che al primo inciampo rovescia, sul tavolo a cui la doveva servire, una bottiglia di vino e manda in frantumi, direttamente sui clienti, tre bicchieri da degustazione. Non chiede scusa, non chiede se qualcuno si è tagliato e se ne va con una bestemmia ad alta voce. Arriva la proprietaria, dice che è solo uno studente, come se fosse una giustificazione. Tanto due terzi dei clienti sono stranieri, vedono l’incidente, non capiscono le parole. Dallo sguardo si direbbe che non si aspettino che queste conferme. Quando arriva il momento di pagare, alla richiesta di fattura la cassiera dice che non sono tenuti a emetterla, rilascia uno scontrino non fiscale e dice che chiederà se la può fare “in via eccezionale”. Gli stranieri dividono gli sguardi tra lo straordinario paesaggio lacustre dal quale affiorano le isole borromee e queste scene di normale inciviltà italiana. Che si ripetono quando, poco più in là, all’aperto, deve cominciare il concerto jazz dei Midsummer Jazz Concerts. Minaccia temporale, la gente si chiede se il concerto verrà rimborsato nel caso piova prima dell’inizio. No, ma non è specificato da nessuna parte, c’è chi brontola per questo. Due o tre personaggi, non riconoscibili in alcun modo come appartenenti all’organizzazione, stazionano qui e là a chiacchierare. Uno si volta, mi vede con la macchina fotografica in mano alla quale rimetto il copriobiettivo che si era staccato aprendo la borsa e intima di metterla via perché non si può fotografare. In ogni caso si mette a piovere proprio mentre il concerto comincia, metà di coloro che hanno pagato il biglietto se ne va, l’altra metà si infradicia o apre ombrelli che sgocciolano sugli altri. A ogni fulmine il pensiero che ogni punta di ombrello è un attrattivo per le forze della natura, senza contare gli alberi, soprattutto conifere, in mezzo alle quali ci troviamo. E il concerto prosegue così, sul filo della inciviltà di chi fuma addosso ai vicini, chi sta in piedi per vedere ciò che gli ombrelli impediscono di vedere, chi fa foto e filmati, tanto da nessuna parte c’è scritto che non lo si può fare, chi sbraccia per mettere e togliere fruscianti giacche a vento, chi se ne va e se ne viene, fa salotto, asciuga sedie. E il noise di fondo non riesce a coprire il sassofono che amo più di ogni altro, arte di oggi stretta tra estive intemperanze climatiche, un mondo privo di qualità e un giardino del passato distante un piccolo braccio di lago che osserva nella sua compassata immobilità storica la piega che stanno prendendo le cose. Ma io so che dietro c’è la mano del giardiniere che lavora con passione a conservare almeno la componente vegetale e il suo significato in quel luogo. Chi si ricorda le emozioni, le suggestioni, i sogni, le aspettative? Chi l’Italia degli stranieri che qui compivano i viaggi di formazione, l’Italia ambita dagli Hanbury e dai capitani Mc Eacharn (alle sei di sera di ieri, venerdì di pieno luglio, c’erano 8 auto in tutto nei pargheggi antistanti Villa Taranto a Pallanza)? Che cosa ce ne faremo dei nostri giardini storici se, oltre a non avere più soldi da investire per recuperi e valorizzazioni culturali, continueremo a trattare i turisti come quel ragazzo del ristorante di Stresa?
Dedico questo post e per un po’ la testata del blog ai giardini che, chissà per quanto tempo ancora, mi daranno il senso di appartenere a una civiltà, insieme alla musica di Jan Garbarek, che parla una lingua che capisco e in cui mi riconosco. Per conoscere qualcosa in più dell’Isola Bella, c’è questa pagina del web; per il sassofono di Garbarek, come esempio tra i miei preferiti, questo filmato di youtube del brano Brother wind che, continuando inopinatamente a sognare impossibili crossover, vorrei un giorno ascoltare affacciandomi dal più alto dei terrazzamenti dell’Isola Bella per guardare il mondo da migliori prospettive e dimenticarne le stonature.

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Pubblicato da

Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

5 thoughts on “Una foto una storia (dal 21 luglio 2012)

  1. Cara Mimma , si tratta di una questione antica….

    “Ahi serva Italia, di dolore ostello,
    nave sanza nocchiere in gran tempesta,
    non donna di province, ma bordello! ”
    Purgatorio , canto VI

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  2. sei stata a sentire Jan senza di me!!! ben ti sta! ti ricordi a Cividale nel lontano 2002 o 2004? che serata…hai ragione a parlare dei ristoratori lungolago e la loro ladronesca etica del cavolo… per una cena stracult, con vomito secondario per chissà quali ingredienti, 3 oppure 4 anni fa, spendemmo euro 150 pro cranio, maleducazione per i tempi di portata (3 ore per l’intera cena) e comportamento da pessime osterie provinciali. ma c’erano gli ‘arricchiti’ che essendo ignoranti e abituati al basso trattamento si accontentavano di fregiarsi di pagare un conto in nero di 150-300 a cranio.
    cara Mimma oggi chi organizza i concerti e le manifestazioni turistico-culturali nei più bei posti d’Italia sono sgomitanti individui, ignoranti sia dell’arte della musica che di qualsiasi forma di bellezza paesaggistica o di estetico godimento collettivo. se poi scassano la pavimentazione cinquecenetsca sai cosa dicono: “era ora di cambiarla”… meno male che abbiamo la libertà di parlarne, se sfoghemo cussì e sembremo sempre incassae co tutti… claudia

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  3. mai come ora l’ italia è davvero donna di bordello e non splendida dama dall’ intelligenza “fina”.
    Sono tempi bui, di crasse risate di pochi e dei migliori che vanno in immersione attendendo tempi che forse non arriveranno mai.

    per quel che può valere, ho lo stesso sentimento di scoramento e bisogno di un altro tipo di vivere.

    Barbara

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  4. Cara Mimma, mi associo al tuo disappunto… Regole, educazione, sono parole che suscitano fastidio, e coloro che le rispettano risultano agli occhi della massa pedanti e conservatori di vecchio stampo… Il garbo e l’educazione sono di nicchia. C’è un’apparenza di perbenismo, che nella realtà oggettiva si concretizza in becero qualunquismo. Si assiste così ad una timbrica vocale irrispettosa in ogni luogo pubblico, ad insulti incontenuti tra automobilisti. Ogni spazio pubblico, che dovrebbe essere della collettività, è oggetto di indisciplina. L’uomo con le sue misere quisquilie ha sforato il senso del limite. Il nostro distacco ha forse lasciato libero campo a questa maleducazione? I grandi movimenti hanno bisogno di urla, di scena e di platea. Una realtà che ci ingloba… Domando a questa nicchia di indignati (della quale anch’io faccio parte): ribellarci spetta proprio a noi, schiacciati da queste scorrettezze. Una ribellione pacata e silenziosa, troppo spesso si sprecano parole per uso massimo della fatuità verbale. Il silenzio di noi “educati” non è arcano, ma voce tuonante, non illusorio, ma vivo. Grazie Mimma per il tuo essere donna tenace e di carattere.

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  5. cara Mimma, non potrei essere più d’accordo sul commento della poca preparazione di chi lavora nel campo sia del turismo che del cosidetto Horticultural Tourism. La prima generazione di ‘operatori’ dopo la seconda querra mondiale si arrangiava: la moglie in cucina, il marito portava i bagagli e il ragazzo aiutava ai tavoli, stile trattoria. Adesso il lavoro è pesante, i guadagni meno. L’educazione c’entra ma c’entra di più il fatto che l’industria del turismo è tra i pilastri della nostra economia!
    Ti ringrazio per il ricordo di Giannino Marzotto.
    Judith Wade

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