Tre pensieri attorno a una primavera assente

Tornavo sulla strada del bosco verso casa, brancolando nel buio e tra le nuvole basse di questa serata di pioggia così autunnale. E, lenta come una lumaca,  per non finire ribaltata cercavo di ricordare il punto preciso in cui c’è la sorgente d’acqua che buca l’asfalto proprio in mezzo alla strada. Da vent’anni conosco questo problema di acqua sorgiva che, soprattutto nei periodi di forti piogge, viene fuori prepotente, fa sprofondare la strada e forma un’enorme pozzanghera, mettendo in pericolo l’incolumità di chi transita in auto. Di tanto in tanto, diciamo una volta ogni due anni, passa qualcuno dell’ANAS e butta un po’ di asfalto nella conca che si è formata, livella e si sente a posto per altri due anni. Ma il problema rimane, e giù a commentare che dovrebbero incanalare tutta quell’acqua, con quello che costa, con i danni che compie anche a valle sull’altra strada che corre in basso, infatti interrotta di tanto in tanto per smottamenti. Quando transito con altri a bordo, che mi vedono slalomare senza capire perché, racconto che vorrei vivere in una nazione dove i problemi vengono affrontati una volta per tutte, civilmente, perché livellare la strada è un palliativo, come spesso vietare o permettere per legge qualche cosa. Una volta i limiti dell’atrazina nell’acqua delle risaie erano a certi valori e quando hanno scoperto che erano ampiamente superati ovunque in Italia ci siano risaie, invece di correre ai ripari vietando il prodotto hanno alzato per legge i valori consentiti. Da stasera ho la sensazione che non si faccia più neppure questo, e si stia lentamente e inesorabilmente cedendo a burocrazie punitive che tutelano le istituzioni puntando il dito sul singolo cittadino, di continuo colpevolizzato di esserci, di avere in proprietà la casa in cui vive, di possedere un conto sul quale riceve lo stipendio, di fare figli e di volerli mandare a scuola, di usare l’auto per andare a lavorare fuori mano in un luogo non servito dai mezzi pubblici. Stasera ho visto che sul margine della strada, 20 metri prima del problema, in entrambe le carreggiate hanno sistemato un palo con su il cartello triangolare di pericolo, con un punto esclamativo e, sotto, onde azzurre.
A me creano più sgomento queste iniziative di quotidiana, contorta e dispendiosa stupidità che i grossi fatti di cui ci si indigna, per dire: l’affaire Monte dei Paschi o i parlamentari alla Scilipoti. Segnali stradali come segni. Mi sgomentano perché mi ricordano quanto siano radicati la stupidità e il sadismo da regime (ho scritto da, non di: chi vuole capire, capisca), quanto sia capillare sul territorio la convinzione che, finita la stagione del paese di Bengodi, i problemi da adesso in avanti se li devono scazzare i cittadini. Da stasera se mi ribalto in auto, perché inghiottita da una voragine piena di acqua in mezzo alla strada asfaltata che mi porta a casa, sarà solo colpa mia. Il cartello appena piantato al margine della carreggiata (e al cui acquisto ho partecipato anch’io in quanto contribuente) sarà lì a fare da promemoria per conto delle istituzioni: “Te l’avevo detto”.  Pace e amen. Moltiplicate una piccola storia personale per l’intero territorio nazionale e per sessanta milioni di cittadini, e sentirete come me il bisogno di una ventata di primavera. Difficile credere che possa essere quella proposta da Grillo.
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Che cosa vuoi mai, con tutta la pioggia che c’è stata non si poteva pretendere di fare numeri di visitatori”. Questo è il marzo più freddo, piovoso e nevoso degli ultimi 50 anni, nel mio giardino si sono rifiutati di fiorire i crochi (o lo hanno fatto sotto la neve e non li ho visti) e le scille bifoglie sono in ritardo di 20 giorni, ma il problema delle manifestazioni di giardinaggio non è questo. Il problema è articolato, passa dalla saturazione della gente che è pari all’esplosione di nuove mostre mercato. L’idea di qualcuno di fare business con manifestazioni a pagamento cozza contro l’idea dei possibili visitatori su come fare a sbarcare il lunario, altro che andare a vedere e comperare fiori e piante, per di più sotto l’acqua, con un freddo assassino, senza una buona reason why che almeno solletichi la curiosità… Il decollo della stagione in questo settore non è un granché, invece della partenza rombante di un jumbo sembra il tentativo di una mosca con le ali bagnate di alzarsi dal piano su cui è posata. Se si mette anche la primavera a fare i capricci, a risentirne sarà tutto il settore. Mancano idee, idee vere, entusiasmi veri, felicità vera di maneggiare le piante e coinvolgere altri in uno stato di grazia che non riesce neppure a sospettare chi non ha mai provato a stare in giardino con le mani sporche di terra e il cuore ripulito da tutto il letame che ci sta intorno. Evito di commentare i luoghi comuni che riguardano l’orto declinato nelle forme più bizzarre e improbabili. Ecco, spero che un giorno dei prossimi arrivi la primavera, un fiore di prunus che sboccia generi stupore, e un refolo di vento porti nelle città l’odore buono del letame maturo sparso nei campi misto all’aroma della terra umida, così almeno coloro che certe emozioni le hanno già provate possano ricordarsi di essere vivi ed esserne contenti.
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AAttraverso il blog bene informato di Lidia Zitara sono arrivata a un sito che si chiama Intersezioni, organo di informazione dell’ordine degli agronomi e dei forestali di Milano. E ho letto di una legge fresca fresca di pubblicazione, la n.10 del 14 gennaio 2013 che, a detta dell’agronomo Luca Masotto estensore dell’articolo, “può costituire un punto di partenza per una nuova cultura italiana dell’albero e del paesaggio”. Non so se è il malumore che mi ha messo addosso il cartello di pericolo incontrato poco fa sulla strada di ritorno a casa, ma io non credo che sarà così. Anche perché ho messo in rubrica i molti modi in cui si esprime l’italica ipocrisia, e con quanta spensierata leggerezza questo Paese si pulisce la coscienza sporca con una facciata politically correct. Dalla giornata nazionale degli alberi (ogni anno il 21 novembre), a un albero piantato per ogni bambino nato (con estensione adesso ai bambini adottati) sino alla collaborazione pubblico privato, niente di nuovo. Esiste tutto da molto tempo e se ancora siamo qui a chiederci che albero è il tiglio rimasto a memoria di un viale urbano eliminato, vuole dire che non ha funzionato presentare così le cose. Sarebbe primavera pensare che ad aprile portano i bambini delle elementari a fare scuola nel prato (con la guida di un naturalista, non delle maestre), i ragazzi delle superiori a fare la gita scolastica per tre giorni nei giardini storici, i cassintegrati a fare lavori davvero socialmente utili nelle aiuole spartitraffico abbandonate al loro destino come se fosse il diktat di Gilles Clément in vena di sperimentare l’efficienza delle erbe vagabonde… Invece niente di tutto questo. Rifacciamo leggi per l’ennesima volta, come se bastasse a compiere un miracolo. A mio parere il miracolo è possibile solo crescendo giorno dopo giorno con la convinzione, trasmessa da chi ci crede davvero, che un bosco è indispensabile per l’ecosistema in cui viviamo, il verde migliora la qualità della vita, un parco in città è un polmone, un orto scolastico un prezioso maestro di vita e benessere.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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