Punibile per i piccoli frutti

Mi spiace con il post precedente di non aver centrato in modo secco almeno un tema a mio parere spinosissimo: la sicurezza alimentare. Ho scritto nient’altro che un appunto sul tema delle 500 epatiti da piccoli frutti lavati con acqua non potabile in Paesi lontani e subito un lettore del mio blog di nome Luigi mi manda un commento che punta il dito contro di me.

Ho letto con interesse l’articolo circa i piccoli frutti. Mi lasci dire però che ho trovato semplicemente velleitario il chiedersi perchè dobbiamo coltivare in Cina quello che potremmo coltivare qui da noi… Magari per poterli vendere nei discount e trattarli come prodotti di massa e non come oggetti da fruttivendolo-gioielliere per “indimenticabili serate mondane”? Una domanda : ha mai provato a raccogliere “seriamente” i cosiddetti piccoli frutti? Se si, sa che in un’ora non se ne raccolgono che pochissimi chili con una incidenza altissima del costo della manodopera sul prodotto? Se no, lo chieda a quei piemontesi che producono i citati 10.000 quintali  e magari chieda loro di che nazionalità sono i raccoglitori…

E che dire della sua considerazione “Viene da pensare che l’epatite a volte è la punizione per scelte sbagliate”. Davvero,  che dire? Sembra che l’Illuminismo sia passato invano anche se lei mi dirà che sono io che interpreto male il suo pensiero. Per secoli, dalle carestie degli Egizi alla peste europea, quella è stata la chiave di lettura delle disgrazie degli uomini e più recentemente quella di lettura dell’AIDS. Speravo di non leggerlo sul suo blog, Luigi.

Accidenti alle parole. Chiedo scusa a chiunque abbia letto in queste chiavi terrificanti il Vaccinium-corymbosummio piccolo post dell’altro giorno. Provo a chiarire il mio punto di vista, ma dovrete leggere di più delle dieci righe che avevo scritto.

1) La domanda sul perché far coltivare in Cina ciò che cresce senza alcun problema anche in Italia era diretta, mi pare ovvio, ai privati con giardino o terrazza, agli entusiasti coltivatori amatoriali di orti (anche urbani) e ai pigri che magari si circondano di piante le più curiose e rare e poi comperano i piccoli frutti congelati perché è comodo così.

2)  Sì, ho provato a raccogliere piccoli frutti, lo faccio da decenni ma non per lavoro: lo considero un hobby rilassante, come in Norvegia. Raccolgo le more e le fragoline di bosco in natura, mirtilli, josta, cranberry, lamponi, ribes rosso e bianco a casa mia. So che ci vogliono tempo e manualità, e pazienza a fare gelatina di ribes e marmellata di lamponi. Per me è un gioco ma spesso, sempre più spesso, penso che è tempo speso molto meglio che a dedicarlo al mio lavoro, svuotato quasi del tutto dal suo significato culturale e di informazione.

3) La sostenibilità in agricoltura, l’etica nei rapporti con le maestranze… I raccoglitori di piccoli frutti possono essere neri, gialli o di qualsiasi altro colore, il problema a mio parere è a monte: rifondare i rapporti con la terra, il cibo e il mercato del cibo. Mi piacciono gli interrogativi e le risposte che offrono nel loro sito, proprio a propostito dei piccoli frutti, quelli della Cooperativa Piccoli Frutti della Val Sangone. Mi piace quel che scrive Sant’Orsola, forse il maggiore produttore italiano di piccoli frutti, soprattutto quando dice: “Con il nostro lavoro ci impegniamo a garantire la sostenibilità di un sistema economico e sociale costituito attualmente da oltre 1.200 aziende agricole che con cura e passione, e un lavoro in gran parte ancora manuale, si dedicano alla coltivazione di questi deliziosi gioielli della terra. Sono 600 piccolissime aziende part-time, 500 aziende part-time specializzate e 100 aziende professionali dislocate nelle valli del Trentino con alcuni soci anche in Veneto e in Calabria.” (www.sentiladifferenza.info/produttori/SantOrsola.htm).  Io non ho dimenticato che 19 anni fa proprio Sant’Orsola, attraverso  monsignor Bregantini, trentino diventato vescovo nella Locride, è stata volano per una microeconomia pulita sulle montagne aspromontane, luoghi magnifici infestati da ben altro che i rovi: dalla ngrangheta. Per quanto esperienza puntiforme di una trentina di piccole aziende (che in ogni caso hanno trasformato la Calabria nel secondo produttore italiano di piccoli frutti), mi piace che ci sia una possibilità di lavoro laggiù, mi piace che si possano coltivare i terreni confiscati alla mafia, mi piace che i ragazzi calabresi abbiano una chance e una speranza.

A proposito di illuminismo. “Le nostre speranze sul futuro del genere umano possono venire riassunte in tre punti importanti: la distruzione delle diseguaglianze tra le nazioni, i progressi dell'uguaglianza all'interno di uno stesso popolo, ed infine il perfezionamento reale dell'uomo...Affrontando questi tre problemi troveremo - nell'esperienza passata e nell'osservazione dei progressi finora compiuti dalle scienze e dalla civiltà, nonché dall'analisi del cammino dello spirito umano e dello sviluppo delle sue facoltà - i motivi più forti per ritenere che la natura non ha posto alcun termine alle nostre speranze”. Jean-Antoine Nicolas Caritat marchese di Condorcet (1743-1794), Saggio di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, 1793
A proposito di illuminismo. “Le nostre speranze sul futuro del genere umano possono venire riassunte in tre punti importanti: la distruzione delle diseguaglianze tra le nazioni, i progressi dell’uguaglianza all’interno di uno stesso popolo, ed infine il perfezionamento reale dell’uomo…Affrontando questi tre problemi troveremo – nell’esperienza passata e nell’osservazione dei progressi finora compiuti dalle scienze e dalla civiltà, nonché dall’analisi del cammino dello spirito umano e dello sviluppo delle sue facoltà – i motivi più forti per ritenere che la natura non ha posto alcun termine alle nostre speranze”. Jean-Antoine Nicolas Caritat marchese di Condorcet (1743-1794), Saggio di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, 1793.

4)    Infine il mio presunto côté oscurantista medioevale per l’uso maldestro della parola punizione. Era ben altro che intendevo, lungi da augurare pene e disgrazie a chi mangia mirtilli non italiani. Ciò che mi sembrava di dover far notare è che anche una breve notizia del telegiornale buttata lì tra mille è materiale di pensiero sul fatto che mangiamo male, ci ingozziamo senza senso critico e senza prevedere le conseguenze dell’alimentazione sulla salute, scegliamo ciò che costa meno pensando di fare un affare (di rado è così), non chiediamo che gli alimenti arrivino al supermercato dopo controlli che ne garantiscano la salubrità e che insieme agli alimenti siano costanti e precisi i controlli sull’ambiente, per non mangiare diossina insieme all’insalata, antiocrittogamici insieme alle mele, micotossine insieme al pane. La “punizione” della nostra acriticità è andare incontro poi ad incidenti come l’epatite A contratta mangiando piccoli frutti inquinati. Cinquecento casi in un anno suona in questo senso come risposta devastante ad un modo di vivere scorretto, pressoché imposto da modelli che si sono rivelati non sostenibili.

In ogni caso per punizione, avendo usato male il termine punizione, farò un ripasso dell’Enciclopédie di Diderot e D’Alambert. Sarà un piacere.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

4 thoughts on “Punibile per i piccoli frutti

  1. Cara Mimma
    Io credo che si possa coltivare e raccogliere i cosiddetti piccoli frutti ricavandoci pane e companatico e un reddito dignitoso per la propria famiglia purchè lo si faccia con i sistemi di un agricoltura moderna, invece vedo spesso queste coltivazioni fatte in maniera amatoriale, a volte utopistica e poi quegli stessi coltivatori si lamentano che non c’è reddito. Ho visto coltivare varietà che c’erano nell’orto di mia nonna, piante gialline dalla fame con pidocchi e cimici che ci si ingrassavano. Se glielo fai notare si stringono nelle spalle con la rassegnazione tipica dei contadini dell’ottocento. Agricoltura moderna significa lavorazioni profonde all’impianto, concimazioni mirate organiche ma anche chimiche, uso di varietà moderne, lotta guidata ai parassiti, commercializzazioni in confezioni standardizzate, tutte cose che a certuni fanno storgere il naso ma è un percorso obbligato se da questa attività si vuole ricavare un reddito. Certo che la raccolta dei piccoli frutti è il lavoro più lungo e oneroso ma queste piante in compenso sono quelle che danno meno lavoro nella coltivazione quindi la cosa si compensa. Se poi dopo raccolti, vengono lavati con acqua inquinata, beh! li c’è poco da fare.

    Francesco Vignoli

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    1. Caro Francesco,
      d’accordo su tutto, pur mettendo le mani avanti:
      1) bisogna trovare un giusto e saggio equilibrio tra tradizione e innovazione in agricoltura. Capisco che non si possa più lavorare solo da vecchi contadini e che si debba tener conto degli strumenti nuovi per migliorare quantità e qualità dei raccolti; ma non capisco, per esempio, la coltivazione di varietà insipide, talvolta cattive, solo perché sono molto produttive.
      2) bisogna favorire lo sviluppo della ricerca verso varietà (buone) resistenti alle malattie, in modo da limitare al massimo l’uso della chimica e coltivare solo in zone vocate alle singole colture. Rimanendo nell’ambito dei piccoli frutti, se i lamponi vengono bene in montagna, che li coltivino in montagna, no?
      3) il reddito non sia il solo parametro di riferimento, in agricoltura più che in altri settori. Ci siamo intossicati a sufficienza (mangiando porcheria, bevendo acqua e respirando aria inquinate dai chimici d’uso agricolo). Da qualche parte ci deve pur essere la possibilità per gli agricoltori di portare a casa lo stipendio senza fare del male agli altri. E ci devono pur essere agricoltori disposti a non diventare ricchi pur di lavorare a contatto con la terra come piace a loro. D’altronde faccio la giornalista perché mi piace e intanto mi dà da vivere, e non perché questo mi arricchisce.
      4) venga favorita l’agricoltura part time. Quella dei piccoli frutti, per esempio, potrebbe essere affidata quasi soltanto a chi già fa un altro lavoro, dispone di un po’ di terra e un po’ di tempo e vuole arrotondare le entrate di casa, senza dover vivere esclusivamente di agricoltura.
      Tutto questo potrebbe non essere un’utopia, se solo qualcuno si occupasse dell’agricoltura italiana e si rendesse conto che servono coordinamento e una maggiore cultura da parte degli agricoltori.

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  2. Sono d’accordo con Luigi, lei è sempre troppo lapidaria nelle sue esternazioni e conduce il gioco sempre e solo dal suo punto di vista, molto molto intransigente. il suo parere, da esperta, non potrebbe essere addolcito da qualche penso, forse, sarebbe bene,mi sembrerebbe, ho qualche dubbio?? Che ne dice? Buona giornata.

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    1. Gentile signora, di dubbi vivo e con gusto li alimento. Ma non ho dubbi di sorta che questo blog è casa mia. Racconto con i miei occhi, la mia penna, la mia sensibilità, secondo i miei percorsi. Non sto fornendo un servizio pubblico da professionista retribuita per farlo, semplicemente condivido chi sono. Decida lei se vale la pena condividere con me oppure no.

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