Dove è finita la Bella ‘mbriana

www.pinodaniele.comDa tre giorni, da quando è morto Pino Daniele, mi canto dentro con malinconia la sua canzone “Bella ‘mbriana” forse perché mi ha accompagnata in momenti giovanili di grande felicità e voglia di cantare. Era il 1982. Ricordo qui un artista di cui ho apprezzato la musicalità blues, la ricchezza di suoni della sua chitarra e dei gruppi che lo accompagnavano, in particolare Tullio De Piscopo e James Senese. Ma non avevo mai indagato sul significato delle parole napoletane e ora, in una pausa pranzo frettolosa, ho chiesto a google che cosa vuol dire bella ‘mbriana, trovando subito una risposta in una pagina di wikipedia. In pratica è il genio della casa, il genius loci, la ‘mbriana è bella, serena e solare, amante della pulizia e dell’ordine, incazzosa e vendicativa solo se si ristruttura casa o si fa trasloco senza rispetto per lei. Mi sto chiedendo, davanti ad una figura simile della cultura napoletana, come abbiano potuto dimenticarsi di lei in primis i napoletani stessi, accettando strade piene di immondizia, poi gli italiani tutti, disperatamente in corsa verso la distruzione sistematica del paesaggio, della cultura e dei rapporti umani, come se l’Italia non fosse casa loro.  Certo, capisco che davanti al pericolo dell’ISIS, alla carneficina a Parigi a Charlie Hebdo e alla libertà di espressione in pericolo, queste sembrino storie desuete. Ma io credo che con una maggiore attenzione alla Bella ‘mbriana che sta in ognuno di noi, in ogni casa, in ogni pensiero, sarebbe meno in pericolo la libertà se non dell’intero Occidente, almeno della terra che ha espresso la Bella ‘mbriana. Cantava Pino Daniele: “Bonasera bella ‘mbriana mia/ rieste appiso a ‘nu filo d’oro/ bonasera aspettanno ‘o tiemppo asciutto/ bonasera a chi avanza ‘o pere c’ò core rutto/ che paura a primmavera/ nun saje cchiù che t’haje aspettà“, Per chi non capisce il napoletano: “Buonasera bella ‘mbriana mia/ resti sospesa a un filo d’oro/ buona sera aspettando un tempo migliore/ buonasera a chi cammina con il cuore a pezzi/ che paura la primavera/ non sai più cosa aspettarti.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

2 thoughts on “Dove è finita la Bella ‘mbriana

  1. Mi sono sorpresa, il poeta innovatore Pino Daniele cantava Napoli senza starci, stava a Roma, stava qui in Toscana, stava a Formia, ma si portava dietro la sua famiglia supernapoletana, un clan, a quanto pare, che funziona proprio come un clan di Napoli da show di Maria De Filippi che non guardo, ma basta poco per capire. La bella m’briana lavora solo in casa, le case sono pulitissime, ma fuori, subito fuori della porta, non sono più affari suoi, la casa brilla e il detersivo deve essere superigienizzante, ma se c’è spazzatura nella strada o veleno nell’acqua e nella terra non riguarda lei, piange e chiama lo Stato, ma non si muove. Napoli si sposta in forma di clan, ci sono piccoli paesi qua intorno, con clan napoletani chiusi a riccio, senza comunicazioni apprezzabili con l’esterno. I locali li guardano con diffidenza, impressionati e vagamente impauriti da questa chiusura minacciosa. Ha a che fare con la Fiducia e sarebbe una cosa da studiare, perché è vero che poi finisce per influire su tutto il resto. So già che sembra un discorso razzista, e forse lo è, ma se si lavora a contatto con queste persone si capiscono cose che in un mondo teorico sembrano inesistenti. Credo che tutto derivi da un profondo pessimismo collettivo dovuto all’impossibilità di cambiare le cose, o al pensiero che sia impossibile.

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    1. @lorenza mori/ vitamina
      Cara Lorenza, quello che tu dici dei napoletani vale credo per tutte le culture locali ancora forti e vitali. Dalle mie parti i sardi formano una comunità solidale che si esprime in circoli, luoghi di ritrovo, iniziative, e qualsiasi cosa serva a mantenere viva la loro cultura d’origine, il folclore, la storia e quanto il trasferimento in altri luoghi rischia di cancellare. E così i siciliani, gli abruzzesi, ma anche i piemontesi che, chiusi e distanti l’uno dall’altro quando risiedono in regione, si scorprono solidali e nostalgici quando vivono altrove, persino in Argentina o in Australia. E’ vero comunque che nei partenopei questo senso di appartenenza è particolarmente forte e la coesione tra napoletani ha una potenza altrove impensabile. L’estate scorsa tre giovani fratelli con i genitori napoletani trasferiti trent’anni fa qui in Piemonte sono venuti a trovarmi e in tavola il più giovane, vent’anni, continuava a dire, di qualunque argomento, noi qui e noi là, intendendo noi napoletani. Gli ho chiesto perché insistesse tanto, visto che vive qui e le sue basi a tutti gli effetti le ha qui e lui mi ha risposto che non è un caso che la madre sia andata a partorirli tutti e tre a Napoli: loro Napoli ce l’hanno nel sangue e se sei napoletano lo resti per sempre. A proposito della bella ‘mbriana, che ritengo una stupenda manifestazione popolare, è vero che agisce solo tra le mura domestiche. In tutto il sud, per altro, c’è questo orribile menefreghismo di quel che è sotto gli occhi di tutti e come tale partecipa al paesaggio: i cascinali sembrano discariche, le discariche sembrano l’anticamera dell’inferno, le case, magari lussuose e linde all’interno, sembrano (o sono) case Fantani mai finite. Se qualcuno riuscisse ad alimentare l’ambizione a mostrarsi con lo stesso orgoglio con cui dichiarano la loro appartenenza, saremmo tutti più contenti. Però la prossima volta parliamo invece dei milanesi che mostrano la facciata tirata a lucido e fanno sfoggio esteriore di ricchezza e potenza e dentro, purtroppo spesso, albergano miserie d’ogni genere…

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