Indecisa tra Alvaro e Orwell

E’ stato conservato un settore di eccellenza, destinato a formare le élites intellettuali, scientifiche, manageriali e tecniche che prenderanno i posti di potere per condurre la guerra socio-economica, sempre più dura e spietata. Questi poli di eccellenza, dalle condizioni d’ingresso altamente selettive, trasmettono in modo classico il sapere. Non una cultura nozionistica, ma un sapere sofisticato e creativo, una coscienza critica altamente sviluppata e una padronanza nel mettere in azione idee e conoscenze. A noi rimangono competenze “specialistiche” di basso livello e saperi usa e getta. E’ proprio quello che afferma un rapporto della Commissione Europea e dell‘OCSE del 24 Maggio 1991. Secondo tale resoconto, le nostre “competenze medie” hanno una vita di dieci anni, poichè il capitale intellettuale perde di valore il 7% annuo. Si tratta di competenze provvisorie, a tempo determinato, adatte ad un contesto tecnologico, ma non solo, ben preciso. Ogniqualvolta un dato contesto viene superato, chi ha limitato il suo campo di conoscenze all’ambito scolastico, diviene obsoleto. Quindi diveniamo dipendenti, ergo controllabili e ricattabili. Insomma, mano d’opera a basso costo. Tale processo, in una società come la nostra in continuo progresso (ma non in continua evoluzione, sia chiaro), mina pesantemente l’autonomia e l’autodeterminazione dell’individuo.Noi veniamo riempiti di saperi utilitari privi di qualsiasi creatività e con un limite ben preciso. Roba che può venire inculcata restando “comodamente” seduti nella proprie case (prigioni?), tramite computer e programmi didattici interattivi. Da  L'insegnamento dell'ignoranza, www.oltrelacoltre.com
E’ stato conservato un settore di eccellenza, destinato a formare le élites intellettuali, scientifiche, manageriali e tecniche che prenderanno i posti di potere per condurre la guerra socio-economica, sempre più dura e spietata. Questi poli di eccellenza, dalle condizioni d’ingresso altamente selettive, trasmettono in modo classico il sapere. Non una cultura nozionistica, ma un sapere sofisticato e creativo, una coscienza critica altamente sviluppata e una padronanza nel mettere in azione idee e conoscenze. A noi rimangono competenze “specialistiche” di basso livello e saperi usa e getta. E’ proprio quello che afferma un rapporto della Commissione Europea e dell‘OCSE del 24 Maggio 1991. Secondo tale resoconto, le nostre “competenze medie” hanno una vita di dieci anni, poichè il capitale intellettuale perde di valore il 7% annuo. Si tratta di competenze provvisorie, a tempo determinato, adatte ad un contesto tecnologico, ma non solo, ben preciso. Ogniqualvolta un dato contesto viene superato, chi ha limitato il suo campo di conoscenze all’ambito scolastico, diviene obsoleto. Quindi diveniamo dipendenti, ergo controllabili e ricattabili. Insomma, mano d’opera a basso costo. Tale processo, in una società come la nostra in continuo progresso (ma non in continua evoluzione, sia chiaro), mina pesantemente l’autonomia e l’autodeterminazione dell’individuo.Noi veniamo riempiti di saperi utilitari privi di qualsiasi creatività e con un limite ben preciso. Roba che può venire inculcata restando “comodamente” seduti nella proprie case (prigioni?), tramite computer e programmi didattici interattivi.
Da L’insegnamento dell’ignoranza, www.oltrelacoltre.com

Sono in un periodo di grande turbamento. Attorno a me vedo proliferare a dismisura iniziative editoriali indebite e approssimative, tirannie economiche, quando non ideologiche, dei vecchi clienti del mio lavoro, furbizie o, se vogliamo, piccoli espedienti di sopravvivenza dei 30-40 enni in questo periodo di scarsa offerta di lavoro. Sicché più di uno, tra coloro che amano il giardinaggio e annaspano per stare a galla dal punto di vista economico, negli ultimi anni ha pensato che forse questo è un settore che tira e, di qui o di là, un piccolo corso di orti urbani tenuto a pagamento nella propria città e due righe quasi gratuite su come piantare lattughe e tulipani, scritte tutti i mesi per l’house organ di un supermercato o per un portale internet generalista, alla fine qualcosa si porta a casa e intanto cresce la visibilità, rafforzata poi con facebook, il blog, i tweet, l’ingresso a gamba tesa nel territorio di altri. Sicché, io che leggo di tutto e mi vedo passare davanti di tutto, non smetto di stupire per quanto sta succedendo, per la sguaiata pochezza con cui troppa gente affronta quest’epoca pesante. Stupisco perché continuo a credere che est modus in rebus (c’è una misura nelle cose) e, prosegue Orazio che l’ha scritto anche per dare voce a me stremata dal punto di vista professionale e umano, sunt certi denique fines, Quos ultra citraque nequit consistere rectum, ovvero: vi sono precisi confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto.

Faccio qualche esempio, omettendo nomi e luoghi, perché non è nelle mie intenzioni arrecare danno ad alcuno in specifico: a me interessa solo capire gli spostamenti della società nell’ambito delle cose che conosco e di cui sono vissuta sino a qui. E magari capire quanto sarò tagliata fuori tra poco, se persevero nella mia logica di vita e di morale (non ho alcun dubbio che intendo perseverare).

  1. Finisco casualmente in un blog inglese che non c’entra niente con le piante, ma trovo citata una cariatide del giornalismo modaiolo italiano un po’ più vecchia di me. Allora mi fermo a curiosare, per scoprire che il compunto signore inglese, che tiene una rubrica di giardinaggio per una famosa testata nella terra d’Albione, con grandi onori è stato ospite, in varie località d’Italia, di una serie di vecchie cariatidi, di cui una sola giornalista, ma tutte presentatesi come horticultural journalist and garden writer. Due o tre di queste sedicenti giornaliste di giardinaggio le conosco: sono signore senza arte né parte, con un consistente conto del marito a disposizione, e tuttavia infelici perché senza identità, non qualificabili diversamente che mogli di qualcuno, anche se dotate di laurea e appassionate di giardini, o almeno del loro. Niente di più semplice allora che presentarsi con una qualifica non impegnativa… O per meglio dire: non impegnativa per chi non deve essere né giornalista né garden writer davvero in questi tempi balordi.
  2. Visito il sito di un’associazione internazionale di giornalisti con finalità interessanti, navigo pertanto a lungo nelle diverse pagine e alla fine finisco nella pagina dei giornalisti italiani che aderiscono al progetto. A parte tre o quattro professionisti di testate come il Corriere della sera, La Stampa e Il fatto quotidiano, ci trovo di tutto: amministratori delegati di società con piccoli businnes metalmeccanici e persino la proprietaria di un sito di vendita di mazzi di fiori dall’estero verso l’Italia. Si vede che a scrivere le specifiche dei mazzi, venduti per altro a carissimo prezzo, dà automaticamente la qualifica di giornalisti…
  3. Per altro, ormai forse ci vorrebbe la qualifica di chef per scrivere il retro delle bustine di sementi. In un blog trovo illustrata con entusiasmo l’idea di una ditta sementiera, che ha dotato una serie di bustine di ricette tradizionali: il pesto genovese, la pasta al sugo di pomodoro, il risotto al radicchio e cose simili. Allora non capisco più come funziona: chi si occupava d’altro adesso scrive di giardinaggio e intanto le posizioni raggiunte sono via via erose da altri, che si occupano di cucina. Che farci: la cucina tira sicuramente di più del giardinaggio e poi c’è in vista l’Expo sul tema Nutrire il pianeta…
  4. Mi ricordo improvvisamente di essere passibile di multe e chissà cosa altro dall’Ordine dei giornalisti, perché nel 2014 mi sono dimenticata di frequentare i corsi e non ho accumulato almeno 15 dei crediti obbligatori all’anno. Giornalisti punibili se non ottemperano ai bla bla, e non giornalisti aggiornati, a chi vuoi che importi? Una prova. C’è un corso che dà ben 8 punti, tenuto in una nota località sciistica alla moda. Si svolge su tre giorni, casualmente un fine settimana lungo in cui in zona si fa festa e per di più quando la neve è al massimo, bella da sciare. Il corso non ha costi e si svolge, guarda caso, dalle ore 12,30 alle 14 per due giorni, ovvero nella pausa pranzo, il venerdì da quando fa buio all’ora di cena. Il corso è gratuito (molti altri sono a pagamento), ma se devi soggiornare sul posto ti paghi l’albergo, però ti fai un fine settimana con i fiocchi, letteralmente. Lo dico ad un amico giornalista che ama sciare e lui mi risponde che due ore dopo la comunicazione del corso non c’era già più posto. Mi sono dimenticata di dire il tema del corso che dovrebbe garantirmi metà dell’aggiornamento obbligatorio per quest’anno: “Quando il cibo prende quota”. Mi scappa da ridere. Posso?
  5. Firmo un contratto che mi impegna a scrivere un libro su un argomento che riguarda piante e giardini, lo scrivo, lo consegno dopo aver messo a punto alcuni contenuti che, a detta dell’editore, mediato dal direttore della casa editrice, devono essere generalizzati al clima di tutta Italia, anche se i climi italiani sono tanti, dalla zona 5 delle Alpi alla zona 10 del Sud costiero. Mi dicono all’incirca di fregarmene, di cacciarci dentro a forza soprattutto la pianura padana, visto che è lì che le librerie vendono i libri. Prometto di cercare una mediazione dignitosa, cioé che accontenta loro e non mi fa diventare ridicola, e così faccio. Tengono lì un mese il libro finito senza neppure accusare ricevuta, sollecitati a dirmi se lo hanno ricevuto prima parlano d’altro, poi che non hanno ancora avuto tempo di vederlo, quando prendono coraggio e stabiliscono che non sono più in grado di pubblicare i libri che loro stessi hanno richiesto agli autori ricominciano con pressioni assurde, uno sbracamento ignominioso: guarda che nel frattempo è nevicato a Palermo, come la mettiamo con le tue zone climatiche? E poi guarda che alla luce dei cambiamenti climatici non ci sono più zone climatiche, bisogna ragionare in altri termini. Io già avevo ragionato anche in altri termini, alla luce di nuovi scenari ma, non avendo neppure sfogliato le pagine, loro non se ne sono accorti.Vabbé, mi dicono a corto di argomenti, chiediamo al Grande e Onnipotente Editore che tutto sa e poi vediamo. La risposta che a quel punto era un po’ più che ovvia è arrivata di lì a poco con una e mail scipita con cui ritengono risolto l’affaire, come se chi scrive fosse gettonabile con niente e ricattabile con la pagnotta. Se i contratti valgono per me, valgono anche per questi personaggi, o no? No, e lo sanno, perché io, che avrei ragione (ho un loro contratto firmato), dovrei andare da un avvocato ed è un costo, una rogna, discussioni, altre male parole che offendono la decenza e portano via altro tempo. Destinerò un’altra volta un post a raccontare perché è demenziale pensare di piantare fichi d’India a Piacenza e non è innovativo né sensato destinare bugainvillee a Torino, ma lascio qui adesso, appena ricevuta una raccomandata che dice che non sono più interessati a pubblicare il libro, questa goccia che fa traboccare il vaso, visto che sono in tema. Comunque, su questa storia sto in bilico: mi sta crescendo dentro una sorta di fede buddista sul fatto che le cose spesso sono in grado di prendere da sole la piega giusta. Il futuro non sta dalle parti di ciò che ho frequentato sino ad ora. E così, tra l’altro, devo fare un po’ meno fatica a districarmi in questo orticaio immondo che è diventato il mondo professionale.

Ho detto che a me interessa solo capire gli spostamenti della società nell’ambito delle cose che conosco e di cui sono vissuta sino a qui. E magari capire quanto sarò tagliata fuori tra poco, se persevero nella mia logica di vita e di morale. La risposta tutto sommato l’ho già trovata, non so se più in Corrado Alvaro (Ultimo diario, 1961): “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile” o in George Orwell (1984 del 1948): “Era un solitario fantasma che proclamava una verità che nessuno avrebbe mai udita. Ma per tutto il tempo impiegato a proclamarla, in un qualche misterioso modo la continuità non sarebbe stata interrotta. Non era col farsi udire, ma col resistere alla stupidità che si sarebbe potuto portare innanzi la propria eredità di uomo”.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

2 thoughts on “Indecisa tra Alvaro e Orwell

  1. È molto interessante quello che scrivi e apre alla riflessione, che brava!
    Per me le cose negative di cui parli sono come un rumore di fondo, abbastanza inevitabile quando un argomento (che sia cibo, design, campagna, animali) comincia a interessare più persone. È tutto un po’ velleitario e con questo brusio di fondo si fa fatica a distinguere il vero dal fasullo. Mettiamola così: se nel grande sta il piccolo allora questo movimento, al netto della fuffa, potrà portare del buono a lungo termine. Insomma, la bolla si sgonfia e alla fine qualcosa rimarrà per le persone che, oltre al fascino passeggero, avranno voglia di fare sul serio.
    (E, tra l’altro, le piante sono vive, un pericoloso ostacolo agli esercizi di stupidità, prima o poi ti sgamano!)

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