Autunno in campagna

Minestra d'autunno. Ha il profumo delle cose antiche di questa valle di montagna e io la preparo così (per 4 persone). Affetto e faccio appassire 3 porri piccoli (o un porro 'Mostruoso di Charantan') in pochissimo olio d'oliva, aggiungo e faccio appassire 3 patate a pasta bianca (come le Kennebec della foto) tagliate a dadini, quindi allungo con 6-7 tazze di acqua bollente (o brodo, se ne ho di pronto) e un cucchiaino di sale grosso e lascio cuocere almeno 45 minuti. Aggiungo poi due pugni di riso e, quando è cotto, spengo il fuoco e unisco una tazzina di latte freddo e una fettina di burro. Servo con pepe e parmigiano grattugiato.
Minestra d’autunno. Ha il profumo delle cose antiche di questa valle di montagna e io la preparo così (per 4 persone). Affetto e faccio appassire 3 porri piccoli (o un porro ‘Mostruoso di Charantan’) in pochissimo olio d’oliva, aggiungo e faccio appassire 3 patate a pasta bianca (come le Kennebec della foto) tagliate a dadini, quindi allungo con 6-7 tazze di acqua bollente (o brodo, se ne ho di pronto) e un cucchiaino di sale grosso e lascio cuocere almeno 45 minuti. Aggiungo poi due pugni di riso e, quando è cotto, spengo il fuoco e unisco una tazzina di latte freddo e una fettina di burro. Servo con pepe e parmigiano grattugiato.

Ci sono periodi dell’anno frenetici e pieni di cose di stagione, come questo attimo di settembre che è il tempo dei raccolti come premio di ciò che si è dato alla terra e dei bottini per aver cibo e dolcezze per l’inverno. Tutta la settimana scorsa a raccogliere patate temendo le piogge annunciate, a impregnare persiane di legno, a rigovernare l’orto colpito dalla grandine (e tuttavia ancora bello e produttivo). Ieri perché era domenica e potevo dedicare tutta la giornata il ritmo si è fatto serrato: la marmellata di mele (quelle cadute a terra e poco conservabili) con il succo di uva fragola, tanti grappoli sottratti ai merli e agli storni, che già hanno fatto strage di fichi. E mentre al fuoco la marmellata cuoceva lasciando nell’aria un aroma antico, sotto il portico ho fatto la cernita delle patate e mio marito con il nipote in cantina torchiava mele per fare succo e aceto. Abbiamo riposto le patate per l’inverno, ‘Kennebec’ per le minestre e per la purea, ‘Mozart’ (a buccia rossa, qui in basso) per le patate fritte e al forno. Non abbiamo quasi avuto il tempo di pranzare. Verso sera, finalmente senza pioggia, sono scesa nell’orto per cercare ispirazione per la cena e sono tornata con una cesta di pomodori, insalate, bietole, zucchine, broccoli, un cavolo cappuccio rosso e pure un mazzolino di astri rosa e violetti. Con i porri e le patate Kennebec tagliate dalla zappa, perciò non conservabili, ho messo al fuoco la minestra con riso e latte. Alle sei e mezza di sera eravamo così eccitati dall’atmosfera di autunno generoso, che ci siamo imbarcati anche nell’invasatura del miele, ancora stipato nel maturatore d’acciaio.patata-Mozart
Se racconto i fatti miei domenicali è solo per un motivo: in tempi incerti e poveri come questi, fare vita di campagna è una rassicurazione, almeno in parte, di avere cibo qualsiasi cosa accada, di poter avere il controllo sulla qualità degli alimenti, di essere in grado di provvedere per sé e per la propria famiglia ai bisogni essenziali. Più di tutto, è il tentativo di non perdere la sintonia con la natura, con i suoi cicli e i suoi doni. In campagna nulla va sprecato, e questo mi gratifica quasi quanto avere la dispensa piena per l’inverno. Quanto resta della torchiatura delle mele, le patate più piccole o danneggiate, le foglie dell’orto inservibili sono diventati pasto dei maiali di un amico, che in cambio di queste “ghiottonerie” per suini ogni tanto regala due costolette o un cotechino. La cera di opercolo rimasta a galleggiare sul miele nel maturatore verrà fusa e, mescolata con essenza di trementina purissima, diventerà cera per nutrire i miei mobili e i miei pavimenti di legno. Per quanto impegnativo, tutto questo è esaltante, e infatti stamattina mi sono alzata molto presto piena di energia. Ho in mente altri impegni di terra, prima di essere inghiottita da quelli di lavoro.

 

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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