La ventura delle venture

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Se mi chiedessero di assegnare una stagione della nostra vita ad ogni mese dell’anno, destinerei aprile all’adolescenza, luglio alla pienezza dell’età adulta, ottobre al piacere di raccogliere a sessant’anni ciò che si è ben seminato. Febbraio è da sempre per me sinonimo di morte, vuoto, assenza, cose sperate e disattese. Sicché non è un caso che anche quest’anno certe sensazioni siano tornate, inquietanti. Ma quel che lentamente mi sembra cambi negli anni dentro e fuori di me è che la morte non è più un tabù, un baratro al quale siamo comunque destinati e al quale chi sa di essere a breve senza scampo si deve abbandonare rassegnato o imprecante nel segreto del proprio dramma. Quando il 10 gennaio scorso è morto David Bowie, io stavo rincorrendo piante montagne e mari a Fuerteventura e non ho letto niente di quel che s’è detto in quei giorni. Filippo Minelli 3Salvo farlo questo mese, trovando straordinaria la mossa con cui egli ha affrontato la fine: sfidare la morte con la creatività di artista. Su internet circola un testo attribuito a Bowie: “Io sto per morire… so che mancano pochi mesi alla fine della mia esperienza terrena. Cosa faccio? Mi dispero, entro in depressione, rifiuto l’idea della morte e faccio finta che la malattia non esiste? Oppure decido di vincere la morte.. lo decido con l’anima, perché solo l’anima ed il cuore mi danno l’ispirazione per comporre musica come ho fatto per 50 anni… Faccio brevemente i conti e, da quanto mi dicono i dottori, riesco a prevedere con uno scarto minimo la data del mio decesso e fisso l’uscita del mio nuovo ed ultimo lavoro per l’8 gennaio 2016, il giorno in cui compirò 69 anni. Lavoro giorno e notte, ho tempo per comporre, per perfezionare, per interpretare, per registrare in studio e per fare i video… lo faccio il prima possibile perché non voglio che dal mio volto si possa intravedere la morte che, beffarda, sta falciando nel mio corpo senza che io possa difendermi. Ma io ti sfido, morte…. cazzo se non ti sfido!!! Ho sfidato e vinto il mondo bigotto degli anni 70 con la fierezza dell’ambiguità… ho amato uomini e donne, sono stato uomo, donna, alieno, e, alla fine, un corpo celeste. Cosa puoi, tu, morte contro la mia eternità, la mia genialità, la mia follia, la mia creatività, la mia musica che vivrà per sempre? Io sono Lazzaro, dilaniato dalle cicatrici, morirò nel corpo, ma vivrò in eterno attraverso la mia musica!  Ho vissuto abbastanza per ricevere gli auguri di buon compleanno al quale pensavo di non arrivare, per vedere pubblicato il mio album… sono sopravvissuto all’8 gennaio… e tu, mia cara assassina, hai perso! Pensa solo che, se tu non avessi bussato alla mia porta, le mie opere sarebbero state 24, fossi riuscito anche a campare 100 anni, e invece, grazie a te, sono 25! “Sai,…io sarò libero proprio come un uccello”.
Leggendo quelle parole, ho ripensato che nell’esaurirsi del proprio corpo, Bowie ha trovato l’ispirazione per produrre altra musica e ho ricordato Portami il girasole da Ossi di seppia di Eugenio Montale, che da adolescente ho letto e riletto sino a sfasciare il volume: “Tendono alla chiarità le cose oscure,/ si esauriscono i corpi in un fluire/ di tinte: queste in musiche. Svanire/ è dunque la ventura delle venture”.
Nel frattempo è uscito Al giardino ancora non l’ho detto il nuovo libro di Pia Pera (Ponte alle Grazie). E così filippo_minelli_chemotherapy_update_link_art_center-2ho avuto alcune conferme: che la morte, persa almeno un po’ la sua nomea di sempre, oggi può essere raccontata senza finti pudori e trasformarsi in letteratura che canta la vita; che Pia Pera nel momento in cui il corpo lentamente l’abbandona ha scritto la sua cosa più intensa lottando con passione, dolcezza, desiderio di vita e di libertà, ricerca di un equilibrio (così difficile per tutti da trovare), tentativo di affrancarsi dal passato e dal futuro. E se alcune pagine sono struggenti e altre pura letteratura di chi si è formato per la lettura e la scrittura, molte altre rappresentano la storia naturale del nostro corpo con i suoi bisogni le sue miserie e i suoi limiti nel tempo della malattia. E la storia naturale del giardino vissuto come rifugio, consolazione, ancora stupore innocente, scoperta rinnovata di se stessi e della natura. E gli interrogativi per il tempo che resta da vivere:  “Adesso che non posso più vivere come avevo progettato, lavorando nell’orto e in giardino? Adesso che ora et labora non è più possibile, che cosa resta? Cos’altro ancora bisogna inventare, ora che quella roccaforte è crollata? A quali risorse attingere?”. E in un’altra pagina: “Il giardiniere e la morte si configura allora così: il rifugiarsi in un luogo ove Filippo Minelli 4morire non sia aspro”. Verso la fine del libro: “Anche solo guardare il giardino in questa giornata calda di primavera è stato bellissimo, allora ho capito: qui mi fermo. Quello che ho davanti è l’attimo per attimo. Uscire infine dallo svolgimento narrativo.” Ieri sera per caso ho trovato in un blog una poesia di Nazim Hikmet (anche lui per me legato alla morte: mandavo per fax le sue poesie a mia madre in ospedale, in un febbraio che decretava la sua fine). Scrive il poeta turco: “La vita non è uno scherzo,/ prendila sul serio/ ma sul serio a tal punto/ che a settant’anni, ad esempio,/ pianterai degli ulivi/ non perché restino ai tuoi figli, / ma perché non crederai alla morte, / pur temendola,/ e la vita peserà di più sulla bilancia.”

Queste immagini sono di Filippo Minelli, un giovane artista bresciano che filippo-minelli-1ora vive tra Barcellona e Londra. Il giorno di Natale del 2010, a 27 anni, scoprì all’improvviso di avere un tumore del sangue che gli lasciava poche settimane di vita. La tempra di un corpo giovane, la volontà di resistere e uscire dal tunnel, le cure e chissà che altro per fortuna lo hanno esonerato dalla morte. In un lunghissimo e doloroso periodo di ospedale Minelli ha prodotto l’elaborazione artistica della sua rabbia e della sua paura, del suo dolore e della sua ribellione creativa, poi confluita nella mostra ‘Chemotherapy Update’. www.filippominelli.com/chemotherapy_update

 

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

One thought on “La ventura delle venture

  1. Mimma, complimenti, complimenti per il tuo Webblog! Grazie di esserci, di dare così generosamente. Raramente ho trovato in 77 anni di amicizia con gli alberi una sensibilità come la tua, come anche quella di Pia Pera di cui non a caso tu parli. Speriamo che la magnifica Pia stia meglio, speriamo che noi che sappiamo cos’è di meraviglioso un albero possiamo arrivare a vedere un cambiamento decisivo nella sensibilità collettiva verso la vita vegetale tutta, dalle querce alle erbe del ciglio della strada . Ancora ti ringrazio , buon proseguimento. Luciana Marinangeli

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