Per il paesaggio agricolo della Sardegna

Il tema portante di “Primavera in giardino a Milis, 12-13 marzo 2016

Un capitale culturale ed economico come ponte verso il futuro.

testo in boxinoDa sempre, i contadini hanno modellato il paesaggio naturale applicando, ai fini dell’esigenza di ricavare cibo dai coltivi e dall’allevamento, i metodi colturali e culturali più adatti ad ogni suolo, clima e territorio. Si è formato così nel tempo ciò che oggi chiamiamo paesaggio agricolo o rurale.

Per secoli questo sistema ha saputo conservare la terra, rispettare l’ambiente e salvaguardare la biodiversità con l’applicazione di tecniche agronomiche locali, appropriate e sostenibili. Così, almeno in parte, si è creata l’identità culturale dei popoli e il senso di appartenenza di ognuno ad un territorio.

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Questo lento e virtuoso processo di gestione della terra nutrice e delle risorse naturali in Italia ha lasciato bellissime vedute paesaggistiche (vigneti, risaie, oliveti, agrumeti, campi di grano, manufatti come muri a secco, sentieri, canali di irrigazione, siepi divisorie ecc.) che hanno valso al nostro Paese l’appellativo di “giardino d’Europa”. L’agricoltura preindustriale testimonia, oltre che la saggezza con cui per millenni l’uomo ha convissuto con l’ambiente, anche l’applicazione ingegnosa di sistemi agricoli per ottenere prodotti di altissime qualità organolettiche: quelli che ora, dove sopravvivono, sono considerati eccellenze tra i prodotti alimentari tipici della penisola: vini, formaggi, olio, verdure e legumi, grano per la pasta e il pane…

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Questa analisi vale in particolar modo per la Sardegna, terra mediterranea potente eppure fragilissima, eroica nell’affrontare i limiti imposti dalla conformazione orografica, dal clima, dall’isolamento. Forse più che altrove, il paesaggio agricolo storico della Sardegna è sempre più minacciato dall’industrializzazione, abbandonato se ritenuto non abbastanza remunerativo, accerchiato dal cemento di una scellerata politica di consumo del suolo, degradato per l’eccessivo carico antropico stagionale del turismo di massa.

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Adesso più che mai si impone la riflessione sulla salvaguardia del paesaggio agrario sardo come bene prezioso, intimamente legato alla cultura del popolo sardo e alle attività produttive tradizionali. Salvaguardare non vuol dire solo conservare: non basta più. Occorre infatti una gestione attiva e consapevole che valorizzi il rinnovato senso di appartenenza all’Isola, creando opportunità per produttori, consumatori e nuove generazioni e favorendo le comunità rurali. Riteniamo che solo così si possa mantenere l’equilibrio tra uomo e terra, tra tradizione e innovazione, tra passato e futuro.

Salvaguardare vuol dire anche dare all’agricoltura locale un’opportunità: se gli abitanti delle campagne sarde traggono beneficio economico dalle colture sostenibili e ecocompatibili, saranno i primi ad avere cura del paesaggio invece di distruggerlo o svenderlo. E non solo: un’opportunità in più all’agricoltura della Sardegna vuole anche dire creare un volano per una nuova economia di qualità che riscopre antichi saperi e valorizza le risorse locali: in tempo di crisi come questo, vuole dire limitare l’emorragia di giovani che si allontanano dalla propria terra in cerca di opportunità di lavoro altrove.

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Vogliamo credere che la riflessione sul paesaggio agricolo sardo possa servire come impulso per il rilancio del territorio offrendo nuove opportunità: produzioni alimentari di qualità a km 0, nuovi legami solidali tra produttori agricoli e consumatori, una maggiore tutela dell’ambiente e del paesaggio, tutela della biodiversità locale, presa di coscienza dei cambiamenti climatici e dei nuovi comportamenti connessi, nuove forme di turismo slow (quali le fattorie didattiche), integrazione sociale di persone con diverse difficoltà di inserimento lavorativo (agricoltura sociale).

Abbiamo un sogno: che il paesaggio agricolo della Sardegna diventi per tutti una fonte di benessere e un’occasione straordinaria e senza appello per riscoprire – e per alcuni rinsaldare – il legame con la terra e il territorio.

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

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