C’è del fuoco nella vita

da Gardenrepublic/A ruota libera /autunno 2004

Proposta: e se cominciassimo con il fuoco, che te ne pare? Perché no, ci sono buoni motivi. Un sacro fuoco brucia nelle vene dei giardinieri che siano davvero tali; di fuoco sono gli alberi e le bacche in autunno; il fuoco è passione e chi, se non per passione, penserebbe di questi tempi a pubblicare una rivista nuova dedicata al mondo dei giardini? Vada per il fuoco come tema del primo numero.

Il fuoco elemento naturale e metafora. Presenza rassicurante, scalda le prime sere che cominciano a rabbrividire scemando verso la cattiva stagione; la legna chiacchiera colloquiale nel camino e un sorso di vino nel controluce danzante delle fiamme avvampa di tonalità infuocate. Ogni essenza da legno una luce diversa: il boscaiolo esperto sa che cosa sta bruciando dal colore e dalla luce che fa, dal suono degli scopiettii e dei crepitii. Per me i ciocchi più belli nel camino sono quelli di betulla; sarà pure un legno piuttosto tenero che si consuma presto alla fiamma, ma quei bagliori candidi e azzurrati sono unici, hanno i gradi Kelvin di una lampadina alogena piuttosto che di una a incandescenza ed esaltano l’atmosfera della stanza dove me ne sto a decantare la giornata e i pensieri. Uno di questi riguarda proprio una betulla, quella che è nata da sola dentro al muraglione di pietra che fa da contenimento al mio giardino. Un seme otto anni fa è stato destinato dal vento ad una fessura, dove ha trovato chissà che cosa di buono che lo ha invogliato a germinare e poi a diventare un albero, cresciuto un anno dopo l’altro sino a dieci, forse dodici metri di altezza. Qualche passante dispettoso percorrendo il viottolo al confine del giardino si è trovato il tronco sospeso a un metro da terra e i suoi rami più bassi ad altezza d’occhi, così infastidito ha provato a ferirla, ma lei resiste. Qualcun altro si è preso la briga di suonare al mio campanello per avvertirmi che dovrei abbatterla perché la cima sta raggiungendo i cavi elettrici e poi le radici potrebbero sgretolare il muro e sai che costi rifarlo. Ma lei, esile d’aspetto e forte di tempra, di queste ingerenze irrilevanti di paese non si cura, io nemmeno. Da legno vivo diventerà fuoco solo in extremis, un attimo prima che faccia danno alle linee elettriche, una frazione di secondo prima che le radici imprigionate nel muro abbiano la forza di scalzarlo, provocandone il crollo insieme a metà di questo giardino di montagna sospeso sulla valle. L’indomani metterò quanto avanza del fuoco e della luce chiara di una sera, nient’altro che un pugno di cenere ricca di potassio, attorno ai miei alberi da frutto, così qualcosa della betulla passerà nelle mele che io mangerò e lei sarà ancora mia. Si è sempre giardinieri romantici, a giornata conclusa, quando non è più il momento di mettere fattivamente le mani nella terra e realisticamente sporcarsele.

Presenza inquietante, il fuoco, quando davanti a casa squarcia il buio della notte. Al fuoco, al fuoco! Il bosco va in fumo, una linea rossa avanza indomabile su un fronte di centinaia di metri, i pompieri non trovano strade per raggiungerlo con le autobotti, non bastano i volontari con secchi d’acqua, pale e falcetti e i Canadair non riescono ad alzarsi in volo a causa del vento. Ogni tanto una scheggia di fuoco si libra nel vuoto e pare una cometa nel cielo o una falena fosforescente, si alimenta con l’ossigeno di quest’aria di montagna non ancora impoverita dalla civiltà, poi va a depositarsi lontano e dà l’avvio ad un altro principio di incendio. E l’allarme dilaga di paese in paese. Suoni di campane si rincorrono ovunque nella notte e non si capisce bene se sia per chiamare a raccolta contro l’incendio o un de profundis per castagni, querce, betulle, faggi, pini silvestri che hanno impiegato cinquanta o cent’anni a crescere e una sola notte a morire carbonizzati. La natura tanto forte e adattiva pure soccombe ad un suo elemento, ma sarebbe più corretto dire ad un cocciuto contadino. Ogni anno in autunno ne basta uno solo che insista con vecchie usanze scellerate. Lui a suo modo si adopera per migliorare il lavoro: difende i pascoli dall’avanzata delle felci e dei rovi che va a pari passo con l’abbandono progressivo della montagna. Aspetta che di novembre ci sia tempo asciutto e poi cerca di mettere ordine nei disordini d’autunno e di preparare il terreno per la primavera facendo piazza pulita della vegetazione ormai secca. Un fiammifero, la presunzione assurda che assiste spesso l’umanità di poter dominare gli elementi naturali, e via, il fuoco viaggia indomito oltre pascoli e valli. Chi troverà mai le parole giuste per far capire al contadino che il passaggio del fuoco favorisce la proliferazione dei rovi e delle felci, invece di estrometterli? Le istituzioni hanno tentato con i proclami: “Si avvisa che da novembre ad aprile è severamente vietato accendere fuochi; i trasgressori verranno puniti…”, ma le peggiori tradizioni sono le più dure a morire. Anche se un povero cristo legato alla sua terra, e convinto in buona fede di condurla con queste pratiche, è meno colpevole di coloro che appiccano il fuoco di proposito sulla costa Smeralda, sull’Argentario o sul Monte di Portofino. Fiutando non odore acre di fumo, ma profumo di businness.

Il fuoco nella cultura dell’uomo. Mi riesce difficile immaginare quell’antenato cacciatore di un milione di anni fa che per primo scoprì il modo di accenderlo sotto un cumulo di ramaglie e poi di usarlo per scaldarsi e per rendere più appetibili con la cottura le tenaci carni selvatiche. Faccio meno fatica a entrare nello spirito di Jean Paul Marat intento a ragionare sul fuoco come entità fisica e a presentare i risultati del proprio lavoro agli accademici parigini, una pletora di personaggi codini guidati dal matematico e filosofo Marie Jean Antoine Caritat, marchese di Condorcet. Vedo Marat mentre cerca di confutare la teoria del fuoco elementare tra crinoline, stucchi dorati e fetori corporali settecenteschi, a favore della tesi progressista che i fenomeno indotti dal fuoco vadano riportati alle leggi della meccanica razionale. E loro, i nobili non obbligati dall’illustre lignaggio all’uso quotidiano del sapone, a scuotere la testa e a dire no, non ci stiamo, e non tanto forse agli studi di Marat, quanto alle di lui idee politiche borderline, sempre più lontane dalla monarchia e pericolosamente premonitrici di nuovi tempi. Di lì a pochi anni sarebbe scoppiata la Rivoluzione Francese e il fuoco divampato sulle barricate in Place de la Bastille avrebbe lasciato nell’indifferenza il popolo circa il problema squisitamente intellettuale che i roghi a sepoltura di un’epoca potessero riguardare la meccanica razionale: una questione come quella tra il pane e le brioches per la quale la regina Maria Antonietta in quei frangenti ci lasciò la testa. Condorcet preferì avvelenarsi in carcere mentre Marat, che aveva rinunciato alle dotte disquisizioni per imprestare la penna al giornale rivoluzionario “L’ami du peuple”, fu colto nella vasca da bagno (lui sì, che si lavava) dal pugnale di Charlotte Corday, poi a sua volta punita dai tempi con il cruento transito sotto la lama affilata della ghigliottina.
Finite le persone restano le opere e i libri. Una copia di “Recherches physiques sur le feu” di Jean Paul Marat, 220 pagine stampate da Jombert nel 1780 e rilegate in pelle bionda, occhieggia in questo periodo a Parigi nella vetrina della libreria antiquaria Bonnefoi di rue de Médicis. Ci vogliono 1.500 euro tondi per portarsi a casa il volume e poi, chissà, la lettura potrebbe indurre a sorridere sul sapere di duecento anni fa riguardo al fuoco. Gli aerei dell’11 settembre incendiati nell’impatto meccanico (e del tutto irrazionale) con le Twin Towers di New York erano di là da venire. Ad ogni epoca la sua rivoluzione, e sarebbe più saggio non sorridere.

C’è del fuoco, e non poco, anche nell’arte dei giardini e dintorni. Per cominciare, sono di fuoco i cromatismi che proprio d’autunno, quando la natura manda in cassa integrazione a zero ore la fabbrica della verde clorofilla, rivelano i pigmenti nascosti nelle foglie: rossi, arancioni, gialli, cremisi e porpora cangianti come fiamme in movimento sui rami esausti di fine stagione. Ognuno può recuperare nella memoria le suggestioni vegetali più opportune per evocare la propria immagine di fuoco e, se non è daltonico, ci troverà aceri, parrozie, liquidambar, palloni di maggio, viti vergini capaci di accendere l’aria ingrigita di fine ottobre come un fuoco che avvampa benefico per riempire di speranza sulle stagioni future. L’annuncio della morte apparente della natura è tanto appassionato da non provocare melanconie nel giardiniere, al contrario alimenta in lui nuove scintille. Se è bravo e tempista, non lascia cadere la tensione provocata dalle sinfonie di colori e si mette al lavoro non appena tutte le foglie sono cadute, sfruttando il momento in cui sembra più facile far attecchire di tutto. Bisognerebbe ripeterlo agli italiani che si accorgono ad aprile di avere il giardino spoglio e che in quello scorcio di primavera si accaniscono sulla terra con scellerata frenesia per porre rimedio: alberi, arbusti ed erbacee perenni andrebbero piantati in autunno, altrimenti si resta indietro di un giro come nel gioco dell’oca.
Sono rosso fuoco i fiori d’estate che, per abitudine e sintonia cromatica, il giardiniere associa ai fiori gialli nell’intento di dichiarare la propria concezione forte di giardino, soprattutto in ambiente mediterraneo. Delle fortune e delle sventure di salvie splendens, dalie, canne, gerani, papaveri, rose, crocosmie, begonie dall’abito sgargiante si dovrebbe parlare a lungo. Le curve discendenti e ascendenti nei grafici del gradimento degli ultimi cinquant’anni raccontano che alternativamente sono state osannate o aborrite creature che in natura sembrano avere come epicentro preferenziale di diffusione il Centro e il Sud America, patrie vocate anche di pomodori e peperoni e di quei peperoncini che hanno il fuoco dentro, imprigionato in minuscoli cornetti dall’aspetto inoffensivo. Dopo tante tinte pallide, nuances pastello, gradazioni esangui e sottili, dopo l’innamoramento collettivo per il giardino bianco alla Vita Sackville West durato oltre un decennio, adesso ci dicono che il trend per il giardino etnico “impone” rossi, gialli, blu, arancioni, viola. Carichi, pastosi, drammatici solo in teoria. Invece il rosso così non ha più fuoco, diventa campitura popolare e allegra, per nulla passionale come era nei giardini di Burle-Marx e nelle rose degli innamorati né peccaminosa come si esibiva sulla bocca delle cocottes di fine Ottocento.
E sono piccoli fuochi quelli che negli ultimi anni hanno portato alla popolarità le candele e le torce per l’estate in giardino. Hanno aperto la strada qualche lustro fa le candele alla citronella con la motivazione che tenevano lontane le zanzare. Siccome nessuno crede più di poter sfuggire così a femmine di insetti obbligati a pungere per garantirsi una progenie, superato il dubbio che le candele da giardino assomiglino un po’ troppo ai lumini da cimitero, adesso questi oggetti si sono imposti nel ruolo di illuminazione indubbiamente suggestiva. I black-out elettrici degli ultimi anni, avvenuti e di continuo minacciati, hanno fatto il resto, decretando il successo definitivo di migliaia di articoli fantasiosi che collaborano alla crescita economica cinese del 20% all’anno, mentre noi, rischiando ogni giorno di rimanere senza luce, ci siamo riempiti gli armadi di un armamentario di vetri antivento, bugie, lampare, liquidi infiammabili, cere in scaglie e in gel, stoppini di ricambio, ciabatte, torce e persino lampadari reggimoccoli in ferro piegato a volute rococo come nei saloni dell’Académie Française in cui Marat aveva l’ambizione di portare una ventata di nuovo.
Epoche, genti, mode ed economie passano, il fuoco no. Purché bruci nelle foglie d’autunno e non nella foresta amazzonica presa d’assalto dal businness più bieco; scaldi le sere accanto al camino e non incenerisca le colline di Genova annullando quel poco che resta di macchia mediterranea; renda suadenti le atmosfere in giardino e non incandescenti le vie della Palestina, dell’Iraq e del Burkina Faso. Purché gli altri elementi – terra, aria, acqua – lo tengano a bada e purché l’uomo ne sappia fare buon uso, che fuoco sia.

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