Muschi: inferiori solo per caso

Su Airone/dicembre 2000

Sono stati i primi vegetali ad emergere dalle acque almeno 350 milioni di anni fa, colonizzano tutti gli ambienti della terra, annoverano un numero impressionante di specie. I muschi vengono classificati come piante inferiori e tuttavia rivelano alla scienza e all’attualità una loro segreta grandezza.

Piccolo è bello e soprattutto importante per la storia della vita sulla terra. Attorno ai muschi, o briofite, da qualche decennio si è acceso l’interesse scientifico internazionale, che ha rivelato come umili e non troppo considerate piante alte pochi centimetri (in qualche caso 2-3 millimetri) collaborino alla salute del pianeta più di quanto si ritenesse e nel Regno Vegetale detengano primati da Guinness: 23.000 le specie, estremi gli ambienti in cui possono vivere, dalla tundra artica ai deserti equatoriali, dagli specchi d’acqua alle rocce esposte, dalle grotte più buie alle dune costiere. Nessuna pianta resiste all’arrostitura di +70°C e al freddo congelante di -70°C, ma alcuni muschi sì: non muoiono, semplicemente disseccano andando in stato di quiescenza e in questo letargo forzato possono restare sino a 14 anni.
Per i botanici sono tallofite, cioè piante di sviluppo ridotto organizzate con una struttura priva di fusto, foglie e radici veri e propri; quindi, non differenziando tessuti specializzati, vengono bollati come organismi vegetali inferiori. Per i naturalisti sono un ornamento del paesaggio, a volte spettacolare, a volte sommesso, e un rompicapo, in quanto spesso difficili da classificare persino al microscopio. Per gli ecologisti sono importanti indicatori dell’inquinamento, rappresentano un valido supporto al biomonitoraggio e svolgono il compito di equilibratori nel bilancio idrico ambientale.
I muschi entrano di rado nell’esperienza della gente comune; al massimo sono un ricordo tenero dei presepi natalizi allestiti da bambini e un’ossessione da giardinieri perfezionisti, in lotta contro queste minuscole e pervicaci piante perennemente alla conquista del tappeto erboso, del tronco degli alberi, della ghiaia dei vialetti e dei muri, se trovano un habitat ombroso e umido a loro confacente. Ombra e umidità sono fattori quasi sempre indispensabili: affrancati dalla vita acquatica nel Siluriano oltre 350 milioni di anni fa, sono stati i primi vegetali in grado di colonizzare le terre emerse e di compiere la fotosintesi scoprendo il vantaggio del maggiore ricambio di anidride carbonica e della luce solare diretta, ma dell’acqua hanno continuato ad avere bisogno per svolgere funzioni vitali. La natura non li ha dotati di radici per l’assorbimento dal substrato di umidità e nutrienti, ma solo di una semplice appendice chiamata rizoide per l’ancoraggio ed inoltre le pareti delle loro cellule sono rivestite da uno strato troppo sottile di cutina (la sostanza che rende impermeabili le foglie delle piante superiori e ne impedisce la disidratazione), perciò per mantenere in pareggio il bilancio idrico interno devono rifornirsi continuamente di acqua dall’atmosfera. E’ vero comunque che i muschi hanno adottato parecchi stratagemmi per la sopravvivenza; tra questi le piccole dimensioni e la crescita ravvicinata delle foglioline, avvolte a spirale sul fusticino come garanzia di minore dispersione di umidità e, come si diceva, la quiescenza, anche per lunghi periodi quando le condizioni ambientali non sono favorevoli.
L’acqua resta fondamentale a tutti gli effetti per la riproduzione sessuale: i gameti maschili possono raggiungere solo nuotando in una goccia di pioggia o di rugiada i gameti femminili, che attendono immobili la fecondazione. Proprio perché nella casualità dell’incontro è più facile che i microscopici “nuotatori” trovino per primi i gameti femminili prodotti dalla stessa pianta, nel mondo dei muschi la biodiversità all’interno di una popolazione è alquanto limitata. Il morbido tappeto di muschi che riveste intere foreste può dunque essere formato da individui della stessa specie con l’identico patrimonio genetico, provenendo da un capostipite unico. Tuttavia in natura è comune rinvenire nello stesso territorio più specie che hanno le stesse esigenze edafiche. Uno dei casi più interessanti è quello degli sfagni (genere Sphagnum) che hanno dato l’avvio alle cosiddette torbiere alte del Nord Europa. Questi muschi ramificati delle paludi, tipici di ambienti poveri di elementi nutritivi e con pH acido, hanno continuato ad associarsi (S. palustre, S. magellanicum, S. compactum, S. fallax, S. papillosum ecc) per milioni di anni, moltiplicandosi dai bordi degli specchi d’acqua verso il centro, crescendo all’apice dei vecchi steli sino ad emergere dall’acqua ed infine assorbendola del tutto con la vegetazione morta.
Perché di recente i muschi mettono in fermento il mondo della scienza? La ragione principale risiede nel fatto che è stato scoperto un loro importante contributo allo studio dell’inquinamento da radioattività e e da metalli, soprattutto ferrosi. Con la tecnica dei Moss Bags i muschi vengono trapiantati nelle aree urbane e industriali a rischio e, prelevando e analizzando gli accumuli liquidi depositati sulla loro vegetazione, si può monitorare con facilità lo stato dell’ambiente. In Italia ricerche in questa direzione sono portate avanti per esempio dall’Università di Trieste, che ha sperimentato il metodo su tutto il territorio triestino per conto dell’Amministrazione Provinciale.
Servono anche la causa di altri studi ecologici. Il loro insediamento negli ambienti resi desertici dal degrado è un buon segnale, in quanto apre la strada alla colonizzazione della vegetazione superiore che ripristina l’equilibrio ambientale: così bassi e fitti, i muschi sono una griglia che favorisce l’accumulo di terra e di umidità, sufficienti perchè i semi di erbe ed alberi frugali possano germinare e svilupparsi per i primi stadi. Trovano impiego nelle opere di ingegneria naturalistica, perché gli estesi cuscini che formano in breve tempo riducono il ruscellamento dell’acqua piovana ed impediscono l’erosione del terreno. Nelle regioni semidesertiche, con piogge torrenziali ma rare, hanno il ruolo di equilibratori, in quanto assorbono grandi quantità di acqua che, anzichè essere dispersa rapidamente, viene ceduta un poco alla volta, consentendo la vita in luoghi altrimenti proibitivi.
Le ricerche in corso, insomma, mirano a rendere giustizia a piccole piante sinora piuttosto sottovalutate, il cui contributo ecologico nei prossimi decenni potrebbero confermarsi fondamentale. Già oggi un’azienda californiana denominata Musci (muschi in latino) li mette a disposizione via Internet per i più svariati rilevamenti ambientali.

Approfondimento
Per i muschi un interesse planetario
Dopo aver scandagliato in quattro secoli di esplorazioni e di ricerche biologiche l’universo delle piante superiori, sembra che ora l’attenzione degli studiosi di tutto il mondo sia concentrata sulle meno vistose piante inferiori, muschi in testa.
Lo studio briologico più approfondito attualmente in corso, iniziato dieci anni fa e previsto per altri cinque anni, ha come base l’Università Statale del Missouri, negli Stati Uniti, in collaborazione con l’Università del Southwest Luoisiana, la National Science Foundation e la National Geographic Society. D’intesa con l’Accademia Cinese delle Scienze, l’Orto Botanico del Missouri porta avanti un programma internazionale denominato “Moss Flora of China” con spedizioni e campagne di studio in Cina, nazione ritenuta interessantissima sotto questo aspetto, contando 2.500 specie classificate di muschi, di cui 225 endemiche, appartenenti a 65 famiglie e a 413 generi. Gli esperti sono convinti di trovare ancora numerose specie sconosciute scandagliando i territori rimasti pressoché inesplorati sino ai giorni nostri.
Solo nei paesi del Nord Europa la flora briologica vanta numeri ancora più consistenti: i muschi norvegesi all’attenzione dei botanici dell’Università di Oslo sono oltre 3.000. In Finlandia l’Università di Helsinki sta approfondendo lo studio dei muschi acquatici, mentre a Copenaghen la Nord Bryological Society segue due progetti distinti. Da una parte ricerca nuove specie locali (sono 5 le più recenti), dall’altra prosegue una tradizione inaugurata dal botanico danese Johs Schmidt nel 1899, con campagne in Thailandia e studiando i 7.000 campioni di muschi appartenenti a 563 specie raccolti nel paese orientale tra il 1950 e il 1970 da studiosi danesi, giapponesi, francesi ed olandesi. Il Gruppo di Briologia Tropicale della British Bryological Society, invece, approfondisce i muschi africani lavorando soprattutto su quelli corticicoli (delle cortecce) ed epifilli (che crescono sulle foglie, ma non da parassiti) delle foreste pluviali equatoriali, che hanno dimensioni maggiori di tutti gli altri e forniscono dati sui meccanismi di crescita di queste piante. Per il Centro America è all’opera il BIOECO (Centro Oriental de Ecosistemas y Biodiversitad) di Santiago de Cuba, annesso al Museo de Historia Natural “Tomas Romay”. All’Orto Botanico di Berlino resta il compito dell’aggiornamento della nomenclatura in base al Codice di Tokyo dell’International Code of Botanical Nomenclature, istituzione mondiale con sede a Vienna.

In pratica
Ricetta per estimatori di muschi
Perlustrate il sottobosco di una brughiera o di un bosco di conifere. Il primo muschio che vi capiterà sotto gli occhi con ragionevole certezza sarà Lycopodium clavatum, tipico degli ambienti acidi submontani di quasi tutta Italia. Prima di raccoglierlo accertatevi dell’identità: fusti esili e striscianti, che si ramificano in altri fusticini ascendenti; foglioline molto appressate tra loro, avvolte a spirale attorno ai fusti, con la lamina morbida e appuntita che termina con un’appendice trasparente, altri steli privi di foglie, all’apice dei quali si trovano minuscole spighe compatte simili a clave (come dichiara l’appellativo specifico clavatum), che contengono le cellule riproduttive. Una volta stabilito che si tratta proprio del licopodio clavato, asportatene una piccola porzione, senza danno per l’ambiente, nè per il terreno. Avvolgete il tutto in un foglio di giornale umido e, appena a casa, mettete a dimora la piantina in un vasetto basso riempito con torba bagnata, annaffiatela ancora con acqua non calcarea e sistematela su un davanzale esterno esposto a nord. Crescerà lentamente sia in lunghezza (sino a 1 m) sia in altezza. Non vi basta? Tra un anno esatto potrete sostituire il muschio sintetico del presepe, ridurre in polvere le “clave” e gettarle nel camino acceso per salutare con fuochi d’artificio naturali l’arrivo del nuovo anno. In più se siete free climber o vi sudano molto le mani, fate tesoro di questa polvere: è idrofuga ed emolliente.

Info
Da leggere
• “Felci, muschi, licheni d’Europa” di Hans Martin Jahns, Franco Muzzio Editore, 1992. Introvabile se non nelle librerie specializzate o sulle bancarelle, questo volume consente la rapida determinazione dei muschi più facilmente rinvenibili in natura tramite chiavi dicotomiche semplificate e descrive 228 specie corredate ognuna di fotografia a colori.
• “Nuovelle flore des mousses et des Hépatiques” di M. Douin. Edito a Parigi giusto un secolo fa, questo libriccino di 182 pagine è stato riedito in copia anastatica ed è in vendita nella libreria del Jardin des Plantes di Parigi. Nonostante la veste dimessa, è uno strumento approfondito, ancora in uso negli istituti universitari di botanica. Richiede la conoscenza di base del francese.
Da consultare in Internet
http://www.funet.fi/pub/sci/bio/life/plants/bryophyta
è il sito dell’Istituto di Botanica dell’Università di Helsinki, che dà anche la possibilità di mettersi in contatto per lettera o per e mail con un esperto
http://www.ucjeps.herb.berkeley.edu/bryolab/ABLS.html
dal sito della American Bryological and Lichenological Society si può avere accesso a database, libri, riviste specializzate, ecc:

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