Esercizio di simbologia. Il giardino Portoghesi

da Gardenia novembre 2000

Il giardino privato dell’architetto Paolo Portoghesi a Calcata è una colta sintesi di duemila anni di storia dei giardini, una personalissima interpretazione del passato rivisitato in chiave contemporanea e espressione del desiderio di fusione cosmogonica tra civiltà lontane nel tempo e nello spazio.

Calcata è una località dalle mille atmosfere antiche, un crocevia di molte culture  alle porte di Roma che si è conservato oasi immacolata e boschiva. Qui, nel punto più alto del paese, un agglomerato di case rustiche ottocentesche che si affacciano sul paesaggio arioso della valle del fiume Treia offre da molti anni all’architetto Paolo Portoghesi e a sua moglie Giovanna splendido rifugio per un otium lontano dal negotium della metropoli.
Il giardino non è annesso all’abitazione. Per accedervi bisogna uscire sul retro della casa, attraversare il viottolo che si perde tra i prati e le forre selvagge e salire la scalinata di peperino a doppia rampa che è il biglietto da visita di un intervento dotto, riassunto privato della filosofia di lavoro, delle simbologie predilette, della mediazione tra cultura classica occidentale, cultura araba e modernità ricorrenti nell’attività di questo professionista di fama internazionale.
Già la dislocazione del giardino offre il destro a rimandi colti; si trova sul retro dell’abitazione e in posizione eccentrica rispetto ad essa come lo erano di norma i giardini antichi e rinascimentali. Poi, dalla pianta che richiama quella delle ville romane alla scalinata di impronta barocca, sino all’ultima propaggine del giardino topiario all’italiana che si chiude con un possente timpano di leccio potato, è un trionfo dell’ecclettismo, un esercizio di raffinata progettazione contemporanea come sintesi di duemila anni di storia dei giardini.
L’impronta del proprietario segna fortemente gli spazi, ma non li sottrae all’uso di piacere ai quali sono destinati e, se parte della vegetazione è piegata al gioco architettonico, un’altra parte altrettanto importante è invece lasciata crescere senza interventi perché possa esprimere la libertà, la forza e la bellezza del regno vegetale: un omaggio di Portoghesi al binomio inscindibile natura-cultura. Sono liberi con tutta la loro storia il vecchio albicocco conservato in cima alla scalinata entro un cerchio che apre l’asse principale del giardino, e l’olivo secolare, proveniente dalla Sabina, che è stato trapiantato in posizione rialzata a segnare il punto mediano dell’asse stesso. L’olivo con il suo corteggio di verbene porporine divide due zone molto diverse tra loro per referenze storiche e vivibilità. Da una parte si apre un giardino sul tema dell’acqua. L’olivo riflette la sua scultorea presenza sulla superficie specchiante di una grande vasca rettangolare, con alti zampilli incrociati, che termina sul lato corto verso valle con altre appendici di giochi d’acqua entro pozzetti di mosaico, in vista del “Tempio sull’isola”. Questo è un angolo di soggiorno carico di simbolismi e un po’ magico: un’isola di tufo (la terra) circondata da un anello d’acqua limpida sul modello del Teatro Maritimo della Villa Adriana di Tivoli (l’infinito) ospita il tempietto con funzione di pergolato ombreggiante, una costruzione a pianta centrale su dieci colonne in legno tornito (la forma perfetta teorizzata dall’architettura rinascimentale) con capitelli incavati come nello stile dorico di Paestum. Nel fossato vivono alcune piante acquatiche e tutt’attorno rose, molte rose, tutte moderne rifiorenti, scelte personalmente da Portoghesi nelle mostre di giardinaggio e sui cataloghi.
Dalla parte opposta dell’olivo l’asse prospettico continua in un giardino all’italiana lungo e stretto di siepi di bosso che incorniciano altre rose ancora. L’architetto lo ha chiamato “giardino di cristallo” per la stilizzazione geometrica, ma anche ricordando il “padiglione di cristallo” nel quale il re di Toledo, il califfo Ma Mun, aveva cercato di ricreare il luogo di delizie del paradiso coranico andando incontro alla punizione di Allah. Segna l’ingresso una fontana che riproduce in marmo un tulipano, stilizzato come un reticolo cristallino: quale altro fiore simboleggia meglio di questo il legame tra Occidente e Oriente, tra natura spontanea e natura addomesticata dall’uomo per fini ornamentali? Sul lato breve in fondo, invece, un muro solido di lecci con tre arcate scolpite nel fogliame scuro serve a raccordare il giardino con la vegetazione boschiva che sta oltre il confine. Lungo i lati lunghi del parterre di memoria cinquecentesca, a intervalli regolari, sono stati piantati tanti altri alberi per chiudere in un abbraccio verde informale questa zona molto costruita e altrimenti del tutto formale. Uno degli alberi è un grande esemplare di Ginkgo biloba che il padrone di casa ama molto forse perché, conoscendo l’origine antichissima di questa specie, testimonia l’attualità del passato, tema portante in tutte le scelte stilistiche e vegetali del giardino. Afferma d’altra parte Portoghesi che questo luogo è la sua sintesi privata “di viaggi, di esperienze nel vicino e nel lontano”.
Il braccio trasversale dell’asse, che si diparte dall’olivo solo verso monte (il terreno verso valle diventa scosceso ed è lasciato alla vegetazione spontanea), è costituito da un’area destinata a zona pranzo e da due corpi di fabbrica ad un piano, utilizzati come ricovero, che la chiudono su due lati. Le costruzioni sono curiosamente antropomorfe, scherzose con quelle finestre tonde intrepretate come grandi occhi sgranati e le porte trasformate in bocche gigantesche: non si fa fatica a collegare questi manufatti ai “mostri” cinquecenteschi di Bomarzo. Il rigore sembra dominare gli arredi in pietra grigia disegnati da Portoghesi, due panche e due scranni a schenale alto attorno ad un tavolo importante, ma è un rigore solo apparente. Come nelle ville italiane del Cinquecento, dal canaletto al centro del tavolo si alzano a sorpresa zampilli d’acqua e lo stesso scherzo ricorre in altri angoli nascosti di questa zona per ricordare che il giardino è anche esercizio della dimensione ludica dell’uomo.
Altrove il progetto si dipana meno formale, e tuttavia ancora carico di simboli, come nella scelta di collezionare aquilegie, un fiore cantato nella poesia trobadorica e ricorrente nella pittura quattrocentesca. Simbolici sono i capanni di legno, seminascosti da quinte di allori e da arbusti, che fungono da magazzino degli attrezzi e da casetta per i pavoni e per altri uccelli, e così il frutteto vissuto come un antico pomario, nel quale la padrona di casa raccoglie la frutta per la tavola e per allestire trionfi stagionali nei quali sono protagoniste giuggiole e mele cotogne. Simbolica infine la presenza di alberi autoctoni (roverelle, lecci, aceri, olmi) lasciati come cornice o coltivati in giardino dove nascono se sono funzionali a sottolineare la dialettica tra ciò che è naturale e ciò che invece è addomesticato.
Paolo e Giovanna Portoghesi frequentano il mondo internazionale della cultura, ma hanno con la campagna un rapporto privilegiato. Così la loro proprietà di Calcata, se da una parte è terreno di esercizio stilistico degli interessi in architettura e nelle arti, dall’altra è amorevole e persino ironica fuga dagli stessi. La colonna sonora dei momenti che trascorrono in giardino è infatti rappresentata dal raglio degli asinelli che allevano per salvarli dall’estinzione e sulla porta di casa, invece del loro nome, sta scritto quello dell’associazione che hanno fondato: “Amici degli asini”.

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