Per difendere una forma. Il giardino Furla

Da Gardenia – Anno 2000

Un’antica villa di campagna a San Lazzaro di Savena è diventata la sede della società Furla. Il restauro degli interni e del giardino riflette lo stile elegante ed essenziale che ha reso famoso questo marchio nel mondo.

Silenzio. Questo è un giardino aziendale e i cancelli spalancati, le auto parcheggiate, dicono che oggi è un giorno di lavoro. Il traffico di Bologna San Lazzaro scorre appena fuori, l’ospedale Bellaria è in cima alla salita di fronte al palazzo antico che porta lo stesso nome, Villa Bellaria, di cui il giardino è cornice. C’è molta vita attorno, eppure il silenzio aleggia sospeso, funzionale al ritmo elegantemente rarefatto che è stato scelto per questo verde e per una filosofia di lavoro. Un coniglietto nero sbuca da sotto un nocciolo e si arresta nell’ombra per controllare chi è arrivato, poi si allontana nel tappeto erboso, devia verso le conche di limoni allineate che ornano la facciata sud e infine scompare tra i tronchi vetusti dei pini marittimi. Nel silenzio generale la ghiaia di fiume del vialetto rumoreggia sotto i passi: sembra infastidita dal disturbo. Smette di brontolare quando si imbocca la pensilina di raccordo tra una costruzione accessoria e quella principale. Qui, oltre la porta automatica, da tre anni si trova il quartiere generale Furla, firma della pelletteria made in Italy conosciuta in tutto il mondo per l’inconfondibile, scarno design contemporaneo che mette in luce la qualità dei pellami e delle lavorazioni pregiate, degne dell’artigianato di altri tempi. Gli interni del palazzo di impianto settecentesco, ristrutturato in sei anni di lavori, riflettono le stesse scelte di stile. I colori luminosi ma neutri, la pulizia di segno degli arredi, i materiali naturali, le sovrapposizioni esclusivamente funzionali sono stati misurati con estrema parsimonia a favore dell’eleganza classica delle architetture, degli stucchi e degli affreschi delle volte sopravvissuti nei secoli ai cambi di destinazione d’uso e alle vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale. In quegli anni Villa Bellaria fu requisita, predisposta per diventare il centro meccanografico di una banca, trasformata nella redazione del quotidiano “L’Avvenire d’Italia”, poi occupata dai tedeschi e infine bombardata e scoperchiata per fare delle travature del tetto legna da ardere. Forse come simbolico riscatto allo scempio (operato non solo sulle strutture, ma sui valori della cultura), ora le travature sono rigorosamente a vista. Dalle finestre al piano terra la luce piove diffusa nelle stanze destinate a show room. Silenzio. L’atmosfera obbliga personale e visitatori a non abbandonare mai il tono discreto. Solo il telefono della reception dislocata all’incrocio dei corridoi e, di tanto in tanto, un altoparlante che scandisce un nome, danno la misura della profondità degli ambienti e dell’uso al quale sono adibiti. Borsette levigate e stilizzate di ogni foggia e colore per giovani donne un poco vanitose e molto consapevoli si rincorrono alle pareti e sui tavoli con la cadenza di quadri in una galleria d’arte. Visto dall’interno, attraverso le due grandi porte a vetri incastonate al centro della facciata a nord e di quella a sud, anche il giardino appare privo di profondità, come nella prospettiva schiacciata di un teleobiettivo. Si intravede solo un nastro di prato, dietro al quale si staglia una quinta di alberi e arbusti. Non si riesce a cogliere altro anche perchè la visuale è parzialmente occlusa da folti esemplari di Olea frangrans messi a guardia ai lati di questi ingressi di rappresentanza. Quando sono in fiore, a fine estate, porgono un profumato benvenuto a chi entra e lasciano un soave ricordo olfattivo a chi esce, in particolare i due esemplari della varietà O. f. aurantiacus, con fiori di un pallido color albicocca, che sono stati piantati a nord su consiglio del paesaggista Paolo Pejrone, al quale è stato chiesto consiglio per il restauro. Bisogna affacciarsi alle finestre del primo piano, adibito ad uffici, per cogliere il giardino a volo d’uccello e comprenderne il disegno. Sobrio, reso quasi austero dalla presenza di molti sempreverdi e di alberi annosi, punta senza concessioni d’effetto sulla semplicità di impianto classico, ottenuta più per sottrazione che per addizione di elementi, secondo il principio more is less che informa l’attività dell’azienda. Conservata la vegetazione preesistente, a sud è stato creato un grande prato prospicente sia la villa sia la casa colonica alla sua sinistra. Sul confine della proprietà, verso la strada, si impone un gruppo di arbusti sempreverdi di grandi dimensioni, potati secondo uno stile formale, mentre verso ovest il prato sfuma in una macchia di vegetazione dalla quale emergono imponenti e allineati gli unici pini marittimi sopravvissuti all’esproprio di parte del viale d’accesso principale, avvenuto negli anni Venti del ‘900 per consentire il collegamento del nuovo ospedale alla via Emilia. I pini, insieme ad un gruppo di Abies e ad un cedro che lambisce l’angolo del palazzo, nascondono parzialmente, allo sguardo di chi osserva dalle finestre, una zona di recente impianto. C’è un piccolo frutteto ordinato con i suoi giovani alberi da frutto di sei varietà e c’è un campo in miniatura di lavanda, che in giugno vela di pennellate violette l’estremità sud ovest del giardino. Si direbbe una zona privata, voluta non per collaborare all’immagine di un’azienda di prestigio internazionale, piuttosto per dare il senso delle cose dolci e profumate della vita, un lembo di campagna ricostruito per tenere viva la memoria dei valori semplici e genuini al di là della forma. Forse è un omaggio al genius loci che per secoli ha sovrinteso sì al soggiorno agreste dei nobili e dei borghesi cittadini che si sono succeduti nella villa, ma soprattutto, per oltre duemila anni, ha vegliato sulla vocazione agricola di tutto questo territorio prima che l’espansione urbanistica di Bologna nel dopoguerra “inventasse” i quartieri ad alta densità di San Lazzaro di Savena. Ed è affacciandosi alle finestre sul lato opposto della costruzione che si riesce ancora ad immaginare quanto estesi fossero i terreni pertinenti alla proprietà, disposti perpendicolarmente alla via Emilia come tutti i fondi del Levante bolognese che risalgono alla centuriazione romana. I palazzoni del boom economico sono visibili in lontananza, disegnano lo sky line a debita distanza solo perchè negli anni ‘70 del secolo scorso tra la villa e i nuovi insediamenti è stato creato un parco pubblico. Un viale di accesso secondario fa da confine tra due vegetazioni ornamentali destinate ad usi diversi e svolta alla fine in vista della facciata nord della villa, dividendosi in due segmenti curvilinei per disegnare un vasto tappeto erboso a forma di scudo che ospita due giovani cipressi. Ai lati, sui confini est e ovest della proprietà, altre porzioni di prato cedono il posto infine a macchie di arbusti. Sono principalmente viburni dalla candida fioritura primaverile e dal fogliame colorato in autunno, una delle poche concessioni di questo giardino al potere delle stagioni che, nel loro fluire, mutano gli umori e i colori e la tessitura delle piante caducifoglie.

Silenzio. Il coniglietto nero riappare ad ovest da sotto i lillà che affiancano una lunga passeggiata, sgambetta tra i fili d’erba, attraversa il viale inghiaiato (lui sì, con la virtù di non provocare rumore) e si defila oltre la barriera virtuale di quattro melograni prosperosi e annosi, dislocati a distanza regolare sul limite nord della proprietà. Il coniglietto è l’unico elemento mobile e informale in un grande scenario che non vuole apparire grandioso, ma rigorosamente simmetrico: il prato a scudo e i quattro melograni punteggiati in estate di radi fiori rossi al centro, le passeggiate parallele di lillà a sinistra e a destra, le alberature agli angoli. E, su tutto, un silenzio che sa di ricerca della qualità nell’essenza muta delle cose. Allontanandosi con passo leggero per non far scricchiolare la ghiaia, viene in mente ciò che una volta scrisse il compositore Anton Webern: “Vivere è difendere una forma”.

Un giardino per sottrazione

Il particolare microclima di questa zona del bolognese, altrimenti continentale, consente di coltivare piante sensibili al gelo: nel giardino crescono rigogliosi i pini marittimi, gli osmanti, i melograni e, per buona parte dell’anno, vivono all’aperto i limoni in vaso. Pare che Bellaria, toponimo della località e nome della villa, sia dovuto proprio alla ridotta escursione termica invernale del luogo. Della vegetazione originaria resta poco: una parte degli alberi finì nelle stufe dei bolognesi, insieme alle travi del tetto, durante il gelido inverno del 1944-1945 e un’altra parte, in particolare dei lunghi viali di accesso, fu abbattuta negli espropri, per ragioni di assetto urbanistico, che si sono succeduti nel corso del Novecento. Il giardino ha avuto una parziale sistemazione durante il ripristino postbellico della proprietà e un restauro più definitivo negli anni ‘90, dopo l’acquisizione della società Furla. Con la consulenza del paesaggista Paolo Pejrone, si è scelto di operare più sulla pulizia del disegno d’insieme e sulla qualità degli interventi tecnici, che sull’aggiunta di piante, salvo reintegrare le preesistenze dove necessario. I viali, prima di essere ricoperti di ghiaia di fiume, sono stati dotati di drenaggio per mantenerli carrabili e agibili a piedi anche dopo piogge prolungate e in caso di neve. Tutti i tappeti erbosi sono stati circondati, alla maniera inglese, da una lama di acciaio, con il risultato che il distacco tra erba e ghiaia è sempre netto e pulito. I vecchi esemplari arborei sono stati potati e sottoposti a cure dendrologiche, ma un cipresso che cresceva nel prato a scudo prospicente la facciata nord è stato abbattuto perchè in condizioni disperate. Al suo posto ne sono stati messi a dimora due che, visti in prospettiva, incorniciano l’ingresso e danno verticalità e leggerezza alla scena. Il viale di lillà ad est è stato ripiantato ex novo: impiegherà qualche anno per raggiungere le dimensioni di quello ad ovest, sotto le cure del giardiniere a tempo pieno al quale è affidata tutta la manutenzione. Gli unici arbusti da fiore aggiunti (viburni e poche rose) hanno petali bianchi per volontà di Giovanna Furlanetto, attuale presidente e amministratore della società Furla. Il bianco, “non colore” tra assenza ed essenza, sposa la causa di una donna di grande carattere ed intelligenza che, al giardino dell’azienda come alla pelletteria di qualità che produce, chiede di rappresentare al meglio la cultura del nostro tempo. Dice: “Quando hai finito di togliere, scopri come sono davvero le cose”. Con lo stesso criterio, selezionando in più tornate 50 artisti, ha voluto il premio “Furla per l’arte” che nel settembre prossimo verrà assegnato a Venezia in collaborazione con la Fondazione Querini Stampalia.

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