Massimo Angelini

Massimo Angelini, genovese, è dottore in ricerca in Storia urbana e rurale. Coordina interventi di valorizzazione del territorio e delle risorse locali, in particolare di recupero delle vecchie varietà di piante alimentari. Ha scritto il libro “La Quarantina Bianca Genovese e le patate tradizionali della montagna genovese” che si può richiedere tramite il sito http://www.quarantina.it

Chi non sa che cosa sia la biodiversità vegetale e perché vada conservata, lo chieda ad un giovane genovese laureato in filosofia, con dottorato in ricerca in Storia rurale. Ha scritto: “La biodiversità non è solo il risultato dell’adattamento e della pressione ambientale, è anche il prodotto del lavoro delle donne e degli uomini che curano la terra e la mantengono viva. Le varietà tradizionali di ortaggi, frutta e cereali esistono soprattutto perché nel tempo lento delle generazioni sono state selezionate, conservate e tramandate; esprimono un patrimonio collettivo di saperi, tecniche e consuetudini, del quale sono titolari le comunità locali: un patrimonio che non può essere liquidato, né espropriato da alcuna legge e da alcun potere pubblico, né privatizzato e, tanto meno, brevettato”.
Alto, allampanato, con la pelle diafana e la schiena un po’ curva di chi sta chino sui libri e sulla terra in egual misura, Massimo Angelini ha oliato bene il meccanismo della teoria imparata sui libri per usarla nei fatti, ai quali è passato per salvare il patrimonio di biodiversità delle sue montagne. Con molta convinzione questo impavido ricercatore da oltre quindici anni inseguiva le esili tracce delle patate dell’Appennino ligure mostrando in giro tre campioni per sapere se qualcuno era ancora in grado di riconoscere le varietà locali coltivate prima dell’arrivo di quelle omologate olandesi, canadesi e francesi. Nel 1996 il primo recupero di una patata dell’entroterra di Genova e del Tigullio. Semiprecoce, a buccia chiara e a pasta bianca, la “Quarantina Bianca Genovese” era stata la preferita nella cucina locale, ma ormai resisteva solo in qualche orto, affetta da virosi e imbastardìa. Con la supervisione di un comitato promotore, quattro anni di coltivazione controllata sopra i 1000 metri (“perché lassù non volano gli afidi che favoriscono le virosi”, dice con la competenza di un agronomo) hanno consentito di riportare la varietà in purezza. Poi Angelini è passato alla fase successiva, coinvolgendo i contadini locali perché producessero un quantitativo sufficiente di tuberi da seme e intanto si è messo sulle tracce di altre cinque varietà, tra cui la “Cabannese” arrivata dall’America a fine Ottocento e sopravvissuta nelle valli dell’Aveto e del Ceno; la “Cannellina Nera del Tigullio” derivata da una varietà di fine Settecento e scovata nelle valli Graveglia e Fontanabuona; la “Prugnona” introdotta dopo la Prima Guerra Mondale e rimasta sulle montagne di Marcarolo e della Val d’Aveto. Con il suo bottino ha cominciato a frequentare convegni e workshop scientifici sbandierando il motto “Patate locali non segnali di fumo”. Commenta: “Il fatto è che queste patate sono pianoforti con molti tasti, quelle industriali suonano una nota sola”.
Oggi i produttori della “Quarantina” sono oltre settanta riuniti in un consorzio di tutela e, con un’età media di 38 anni, sfatano la leggenda dell’abbandono della terra e della montagna da parte dei giovani. Il valore della loro produzione per ettaro (9.000 euro) è pari a quella delle pregiate colture liguri in serra. Senza inquinare terra e tuberi (il disciplinare di produzione prevede un “patto” con la terra e con i consumatori) è stato un recupero di successo: la richiesta è attualmente superiore di nove volte l’offerta. Intanto i confini del consorzio si sono allargati al basso Piemonte e alle province di Piacenza e Parma, il libro sulla patata “Quarantina Genovese” che Angelini ha scritto nel 1999 sta esaurendo la seconda edizione, il sito internet (www. quarantina.it) racconta questo piccolo miracolo di qualificazione di un prodotto locale.
Lui, Massimo Angelini, continua a “cercare per restituire” alla sua gente fagioli, cipolle, mais, rape, pomodori nella convinzione che sia un “imperativo morale ma anche una strategia per la sopravvivenza”.

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