I rintocchi della terra

su Gardenrepublic/A ruota libera/ autunno 2005

Che strano. Sto qui a prendere tempo aggirandomi attorno al tema della terra con inquietudine e circospezione, come se arrivare a parlarne volesse dire violare un santuario che racchiude il miracolo dell’esistenza, ovvero quello che il dizionario Devoto Oli definisce “l’ambito caratteristico delle vicende umane e naturali”. Eppure l’argomento ha mille accezioni per così dire terra terra, visitando a cuor leggero la sagra delle banalità del nostro linguaggio quotidiano: chi ha terra ha guerra; fare terra bruciata; cercare qualcuno per mare e per terra; terra di nessuno e ventre a terra; sia fatta la volontà del Padre Nostro così in cielo come in terra. Spingendomi nei ricordi di storia posso arrivare sino a Giovanni Senza Terra che succedette a Riccardo Cuor di Leone nell’Inghilterra medioevale e in quelli di storia romana recuperare la centuriazione che, distribuendo terre ai legionari perché le disboscassero dalle foreste selvagge e le coltivassero, ha creato la base di duemila anni di economia agricola italiana. Anche se adesso pace e amen, tutto finito o quasi. Volendo, materiale da prendere al volo con un aggancio qualsiasi per partire a ruota libera, ce n’è a bizzeffe. Ma l’argomento è a parer mio spinoso e meriterebbe altri approcci, alcuni dei quali toccano corde troppo personali perché mi sembri di poterle divulgare.
Nello sforzo di individuare un filo che mi invogli a dire la mia, ritrovo nella mente una traccia del testo cinquecentesco di John Donne in epigrafe a “Per chi suona la campana” di Hemingway. È un ricordo reso sfuocato dalla scarsa frequentazione di romanzi da almeno vent’anni (fa fede lo strato di polvere sulla copertina proprio in cima alla libreria), e prende forma solo dopo aver scalato i ripiani di una montagna di altri volumi: “Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata dall’onda del mare, l’Europa ne è diminuita…” Ha funzionato da sempre, ma che dire di oggi? Gli impiegati delle torri gemelle alle nove di mattina di un giorno di settembre da svolta epocale; mezzo mondo in Iraq a saltare per aria da anni; i vacanzieri dello scorso agosto in trasferimenti aerei senza ritorno; i bambini di Beslan vittime in massa di prove di forza e di potere e quelli dell’Uganda di fame e Aids; alluvioni e tsunami che portano via zolle travolte da flutti catastrofici, con le acque che vincono la terra e uomini che sono parte della terra. Alla fine nient’altro che numeri da telegiornale distrattamente seguito cenando, e interi continenti orfani senza che alcuno si senta tale, senza mai interrogarsi per chi suona la campana, oppure rispondendo ai suoi rintocchi planetari con elemosine on line o tramite sms e assistendo ai concerti del Live8. Cose pesanti da reggere, che dirottano i miei pensieri su campane d’altro genere, generatrici e riferimenti di cultura. Nell’ambito della cultura che pratico, non quelle di San Pietro né il Big Ben, ma per esempio la campana semplice e rustica delle Case del Biviere di Lentini, in Sicilia, che guarda dall’alto il giardino, con l’edera amorevolmente potata a farle da cornice oppure quella antica portata a fine Ottocento da sir Thomas Hanbury dal Giappone attraversando continenti e mari sino all’approdo della Mortola di Ventimiglia per arricchire il giardino a pari diritto delle piante più rare. Adesso funge da ornamento del cortile antistante la villa, senza neppure due righe a spiegazione di che oggetto si tratti e tuttavia affascinante in sé, ormai muta perché muti ai suoi richiami sono i tempi.

La Terra e la terra. Partecipo dell’una e dell’altra per sentito dovere di vivente e interessandomi in teoria e in pratica di ecologia, scienze naturali e agronomiche; se non mi va di parlarne è perché sono al centro di credo intimi e sensibilità (di rado condivisibili) che ho pudore a mettere in piazza. L’una, il nostro pianeta con il diritto alla prima lettera maiuscola, tanto malamente intesa dall’umanità come banchetto per ricchi e bara per poveri, ridotta a immondezzaio del condominio globale e a teatro di tragedie annunciate, scelleratamente perseguite e regolarmente avverate, talvolta in forme che superano l’immaginazione, per sua natura sconfinata. Catastrofi buie in mezzo alle quali per magia si intravedono luminosi spiragli in cui Gaia ritorna grazie a corretti rapporti verso questo minuscolo punto della galassia che ci ospita e chissà sino a quando riuscirà ad accettarci per quanto sbagliati, crudeli o incoscienti.
Sulla necessità di avere un diverso approccio con il mondo si è detto e scritto molto negli ultimi trent’anni, benché troppo poco si sia fatto nel tempo di avvicendamento di una generazione. Scrivono per esempio Sandro Pignatti (il botanico e l’ecologista) e Bruno Trezza (l’economista) nel loro impervio ma illuminante libro “Assalto al pianeta. Attività produttiva e crollo della biosfera” (Bollati Boringhieri Scienze, 2000): “L’uscita dall’attuale spoliazione delle risorse planetarie è necessaria per la sopravvivenza dell’umanità e tale uscita non va ricercata come problema tecnico, ma come creazione di una nuova cultura e come distacco da quella che ci ha portato alla situazione attuale. Si tratta, dunque, di una rivoluzione culturale, che sposti l’accento dal cosa fare al come questo vada fatto”. E poco più avanti: “L’obbiettivo non è il mantenimento e l’ottimizzazione delle condizioni di uno di questi viventi (nel caso nostro, l’uomo), ma di tutto il fenomeno della vita nel suo inscindibile complesso”. Proponendo modelli per una nuova etica, i due autori sintetizzano quanto affermato da Jonas nel 1979: “Agisci in maniera tale che gli effetti delle tue azioni siano compatibili con la presenza di condizioni veramente umane sulla Terra”. È la ricerca di un filo di continuità tra la campana di John Donne e la contemporaneità: in questo assunto a me pare di coglierne i rintocchi.
L’altra, la terra tutta in minuscolo, grondante di significati alternativamente sublimi e meschini. La terra nutrice senza la quale non ci sarebbe vita e quella in cui giace l’ucciso di mafia con la faccia nella polvere. La terra dove affondano le radici delle piante, senza le quali non ci sarebbero pane per riempire lo stomaco e ossigeno per riempire i polmoni, né paesaggi vestiti per riempire lo sguardo, e la terra inospitale che obbliga gli uomini che la abitano a estenuanti escamotages per sopravvivere. La terra che accoglie la nostra sepoltura, il suo ventre segreto che genera diamanti e petrolio e raccoglie, fa scorrere e purifica l’acqua che ci disseta, ma anche la terra ingrata, piano calcato dai piedi stanchi dei viandanti e degli emigranti che da lei si allontanano in cerca di fortuna. Poi, raggiunto un altrove di promesse, proveranno un sentimento di nostalgia. Penso a mio nonno Pietro, negli Anni Trenta del secolo scorso su e giù dalle Alpi tutti gli anni in primavera e in autunno per guadagnare in Francia la pagnotta decorando chiese con cieli finti e finti marmi, un lavoro che non trovava modo di fare nella terra povera delle montagne in cui era nato e in cui era rimasta la famiglia. Penso al sottile filo di ironia, alla infinita poesia di un libro come “Libera nos a malo” di Luigi Meneghello, espatriato in Inghilterra come insegnate universitario, ma desideroso di fissare per sempre l’epopea di un’infanzia trascorsa in un piccolo paese veneto ormai perduto. Il dialetto come linguaggio di identità che dice l’appartenenza a una terra. Io, a questo proposito e su questo tema, ho in cassaforte una tiritera per la conta con cui le mie zie ci facevano divertire sulle loro ginocchia: “Tera neira va a la feira, ten-te cust, dá-me cust”. Il nonsense della terra nera che va alla fiera tieniti questo e dammi questo di quando la terra era magra e i padri ne dovevano cercare altre per garantire la vita alla loro numerosa figliolanza, mentre la Terra subiva molto meno di oggi un carico antropico dirompente e non correva ancora il pericolo di collasso a causa dei suoi figli.

Come si fa a dire di lei senza essere banali o senza violare un mistero molto più grande della nostra capacità di comprenderlo? Preferisco guardare la terra da vicino e accontentarmi di stabilire se quella che coltivo è argillosa o sabbiosa, ricca o povera di humus, calcarea o acida. E poi di lei sporcarmi le mani alla ricerca di un contatto che è versione odierna di un rapporto primordiale nel quale ho bisogno di perdermi per ritrovarmi.
Stavo nell’orto a rincalzare porri e cardi, l’altro giorno, e raddrizzandomi da una parcella ho portato le mani ai fianchi perché mi doleva la schiena. Il mio vicino Giuseppe mi osservava da una finestra di casa sua e per trovare un argomento di conversazione ha detto il più ricorrente dei luoghi comuni in questo posto di montagna: “Neh, c’a l’e basa la tera!”. Già che è bassa la terra. Se coltivi campi per professione ormai puoi farlo stando comodamente seduto su un potente trattore da cento cavalli alto tre metri, dotato di livella laser, aria condizionata, musica stereo e collegamento satellitare. Se coltivi scampoli di terra per piacere e per bisogno di contatto, affari tuoi e della tua schiena. Ma il disagio è come se fosse il prezzo da pagare per raggiungere altre forme di benessere, assai più importanti dell’efficienza di lombi e scapole. O per raggiungere obiettivi di bellezza, come insegnano i giardinieri che sono passati alla storia e per i quali chinarsi su di lei ha sempre avuto anche il senso di un rito di riverenza riconoscente.
Mettendo a imbianchire porri e cardi sotto uno strato di terra soffice e grassa, l’altro giorno ho ragionato che, per quanto importanti veicoli di trasmissione di amore per la terra, i giardinieri di oggi sono uguali a tutti gli altri e non si sottraggono alla logica contemporanea. Nei grandi giardini francesi Le Notre lasciò ampi spazi in cui essa era protagonista in un giusto rapporto con le piante, più addomesticate loro di lei, e così è stato nel giardino tradizionale giapponese. Oggi sembriamo vergognarcene: stipiamo piante fitte fitte in bordure, aiuole e boschetti per annullarne la presenza e la necessità e all’orto, nudo d’inverno e a ogni cambio di coltura, riserviamo un angolo defilato perché non è abbastanza ornamentale, con tutta quella terra spoglia.
Forse, chiederemo ammenda alla Terra e cominceremo a operare per la sua resurrezione quando ritorneremo a lavorare la terra con la filosofia che less is more, secondo l’etica nuova proposta dal libro di Pignatti e Trezza. Non vorrei dire, ma sino ad allora non avremo orecchi per udire che la campana suona per noi.

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