Tra agricoltura e turismo

campi-a-gradinate-presso-Tindaya

Fuerteventura è la più desertica delle Isole Canarie. I suoi 1650 chilometri quadrati sono costellati di antichi vulcani e di ciò che essi hanno lasciato nel tempo: sassaie gigantesche, pendii brulli a perdita d’occhio, sabbie portate dal vento nella fascia a ridosso del mare. L’aria salmastra, i venti asciutti, la mancanza di acqua, la temperatura elevata nella stagione estiva fanno pensare che sia un territorio assolutamente non vocato all’agricoltura. Invece, con giorni di allenamento, si possono riconoscere qui e là i coltivi, di rado orti familiari, più spesso campetti ripuliti dai sassi che – si scopre – sono un commovente segno di resistenza e di lotta contro la desertificazione, anche con l’appoggio dalla Comunità Europea.

campi-di-cavoli-e-lattughe-vverso-Ajuy

campi-e-incolti-a-Villaverdecampo-di-patate-a-Fuerteventuracampo-di-patate-e-asino-presso-AjuyIn questo periodo dell’anno si vedono file ordinate di patate in piena vegetazione, qualche fila di cipolle, di rado lattughe e cavoli o una distesa ordinata di Aloe per prodotti cosmetici o officinali. Molti campi sono attualmente vuoti, o abitati da piante infestanti dei coltivi come Chrysanthemum coronarium. Non un frutteto, solo qualche sparuto albero di papaya che vien fuori dalla recinzione di una casa o una piantina sofferente di limoni, che tira a campare contro un muro in ombra almeno qualche ora al giorno. Di certo qualche chilo di patate (piatto locale immancabile le papas arrugadas, patate bollite con la buccia e poi salate e infornate), qualche cespo di lattuga o un mazzetto di ravanelli non basterebbero a nutrire i poco meno di 100.000 abitanti e gli assai numerosi turisti. Vien da credere che la popolazione non abbia un granché interesse per l’agricoltura, né tanto meno ce l’abbiano gli europei che hanno eletto Fuerteventura a loro nuova dimora: la prima preferisce il commercio e i servizi legati al turismo, i secondi campano da pensionati oppure tendenzialmente di artigianato, diciamo così, creativo. Di fianco alla casa di giovani “esuli” volontari, non ho ancora visto uno degli orti che invece in questi anni sono filosofia e mito di tanti coetanei in terra italiana. Ho detto che mi sembra quasi inesistente l’interesse per l’agricoltura, ma visitando lo splendido allestimento museale del Mirador di Morro Velosa, a Betancuria, ho scoperto che sino al Novecento l’agricoltura era diffusa e c’era una buona dotazione di alberi nel territorio. Poi l’eccessivo prelievo di acqua per uso agricolo (e per le nuove esigenze del turismo) e i cambiamenti climatici hanno prosciugato le sorgenti e l’accumulo di sale nei terreni li ha resi sterili, decretando così la fine dell’agricoltura locale. Per questo i pochi campi qui e là sono un miracolo di resistenza. Ne ho fotografati un po’ ovunque come emblema di un’isola che tenta di conservare tradizioni, memoria e indipendenza alimentare nonostante l’economia vada altrove.I campi, di dimensioni contenute, sono dislocati quasi sempre nei fondovalle, in fondo ai barrancos che, poco che sia, convogliano acqua e mantengono un po’ di frescura. I fazzoletti di terra ripulita sommariamente dai sassi sono caratteristicamente circondati da muretti e accumuli di terra chiamati teste o trastòn, lasciando all’acqua un invito scavato e una zona di accesso. L’acqua, scorrendo sulla superficie, si carica di nutrienti e provvede anche alla fertilizzazione del campo. Le pareti rialzate hanno un ruolo importante per limitare l’effetto disseccante dei venti, e così, un po’ di umidità dirottata e un po’ di barriera frangivento (ho visto anche l’uso di palme con lo stesso scopo), nelle gavias – questo il nome – qualcosa si coltiva. Altri campi formano ripiani, altri ancora sono ottenuti formando sbarramenti di pietra nelle vallette: in qualche anno lo scorrimento dell’acqua metereologica provoca l’accumulo di terra per coltivare. Gavias, cadenas, nateros oggi sono considerati modi sostenibili di gestire i campi a Fuerteventura. Io mi auguro che in un futuro prossimo diventino un modo per far convivere l’agricoltura con la natura e anche con il turismo: i campi, se danno un reddito, potranno essere un’alternativa al carico turistico e cointribuire a conservare, con la fertilità dei suoli, anche le tradizioni di un popolo di un’isola speciale.

pendio-presso-Santa-Inesparque-rural-Betancuria-Mirador-Risco-de-las-penas-12orto-nero-con-patate-a-Lajaresorto-a-Lajarescordoli attorno a campi verso Aguas verdescoltivazione-di-aloe-presso-La-Oliva

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Il mio nome è Mimma Pallavicini, sono una giornalista specializzata, una cosiddetta “giornalista del verde”, da oltre 25 anni e ancora non so dove stiano i confini tra la professione e la passione per le piante, i fiori, i giardini, interpreti e partecipi della mia visione della vita. Così non mi pare vero creare una nicchia per dire ciò che altrimenti non avrebbe modo di essere detto: ogni giorno vivo esperienze, pensieri e percorsi professionali che con le piante e i giardini hanno a che fare e che sarebbe un peccato non fissare e non condividere. Benvenuti da queste parti, e grazie se vorrete sostare in nome dell’informazione e partecipare in nome di un’emozione che ci accomuna.

One thought on “Tra agricoltura e turismo

  1. i miei complimenti! anch’io sono patita di fiori coltivati e selvaggi. Leggo il suo blog appena arriva. La sua attività è invidiabile. Così mi pare dall’impegno e dall’entusiasmo che traspare dai racconti e dalle immagini I miei saluti più cari e buon lavoro sull’isola

    maria nene garotta

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