Noi, su un treno in corsa. Tradizioni.

Gardenrepublic/A ruota libera/ inverno 2005

Coloro per cui conta solo il presente non conoscono in realtà nulla dell’epoca in cui vivono: per comprendere il nostro secolo bisogna comprendere tutti i secoli che lo hanno preceduto e hanno contribuito a formarlo. (Oscar Wilde)

Se racconti a un bambino qualcosa che riguarda il passato, i suoi occhetti vispi di colpo annaspano nel nulla, come un computer che non riesca a compiere un’operazione nella disperata ricerca di dati inesistenti o nascosti in un hard disc frammentato. La volta in cui, chiacchierando con un’amica, ho detto che sono una figlia del primo dopoguerra, il suo bambino di nove anni che ascoltava ha fatto seguire allo sguardo perso la domanda: “Quale guerra?”. Già. Un bambino non ha cognizione del passato e della continuità che ha nel presente e nel futuro. Al massimo la sua memoria raggiunge la guerra in Iraq, di cui è a conoscenza in genere solo perché il telegiornale viene subito dopo i cartoni animati. Ma se non è avido consumatore di televisione, e la sua maestra non fa entrare in classe i fatti di attualità che diventeranno storia collettiva e personale, le informazioni nella mente di quel bambino sono come la data di scadenza della verniciatura riportata all’esterno delle vetture nuove di zecca di Trenitalia: 00-00-00.
Uno dei problemi del mondo odierno è che non si guarda né indietro né avanti, quasi fossimo regrediti tutti a livello di bambini; si vive al presente, incapaci di stratificare dati, esperienze e saperi e con la vaghissima attesa di un domani di cui si sa solo che sarà molto diverso dall’oggi. Vedi alle voci: occupazione, globalizzazione, famiglia, ambiente, clima, Cina, arabi, biotecnologie, più molte altre a piacere.
La vita contemporanea insomma ci trascina su un treno in corsa in mezzo a paesaggi che mutano a ogni istante, senza conoscere la direzione e la destinazione e con le scadenze azzerate. Eppure per molti versi sta succedendo qualcosa, come se alcuni viaggiatori all’insaputa gli uni dagli altri si aggrappassero alla maniglia del freno d’emergenza della vettura sulla quale stanno viaggiando. A volte riuscendo almeno nell’intento di far rallentare il treno, altre persino a farlo tornare indietro per un breve tratto a velocità sostenibile perché si faccia in tempo a fissare lo scenario nello sguardo e nella memoria. Gli abitanti walser di Alagna Valsesia, sulle pendici del Monte Rosa, riconoscevano la loro appartenenza ad un ceppo etnico diverso ormai solo dal dialetto tedesco parlato dai vecchi e dalle case in legno sopravvissute all’edilizia da centro turistico. Poi si sono dati regole comunali che preservano le tipiche architetture e favoriscono quelle nuove nello stesso stile e, raccogliendo di famiglia in famiglia testimonianze, oggetti, attrezzi, suppellettili, mobili e abiti, hanno allestito una casa-museo che dà forma tangibile al passato e lo rende organico nel tempo: racconta quotidianità, lavoro e tradizioni di un antico popolo di montagna del quale essi conservano il patrimonio genetico, per quanto diluito dal rimescolamento di generazioni entrate in contatto con la nostra civiltà, che ha un background diverso. E se niente, a meno di una nuova glaciazione, può più riportare alle sue imponenti dimensioni il ghiacciaio che si sta ritirando irrimediabilmente alle loro spalle, almeno i walser hanno fatto qualcosa per conservare la testimonianza antropologica di uomini antichi che stabilirono domicilio alle alte quote e, pur nella segregazione, grazie all’intelligenza, alla capacità di adattamento e di trasmissione dell’esperienza, al coraggio hanno dato vita a una comunità bastante a se stessa per molti secoli.

Una testa senza memoria è una piazza d’armi senza guarnigione (Napoleone I).
Se vuoi goderti una bella vita, non ti affannare per il passato (Goethe).
Tutti i tempi, quando sono antichi, sono buoni (Byron).
Il domani si istruisce alle lezioni della vigilia (Publilio Siro).

Dietro alla mia scrivania c’è sempre il dizionario Devoto Oli pronto a collaborare. Tradizione: “il complesso delle memorie, notizie e testimonianze trasmesse da una generazione all’altra”. E in seconda battuta: “l’insieme degli usi e costumi che, trasmessi da una generazione all’altra, si costituiscono in regole”. Se dagli anni Cinquanta alle soglie del Duemila il popolo italiano (ma ovviamente non solo) ha dato un colpo di spugna a quell’insieme di usi e costumi tramandato per secoli di padre in figlio, la ragione forse va ricercata proprio nel fatto che alla fine anche il buono e il bello, l’utile e il modificabile delle tradizioni erano stati codificati per comodità in regole immutabili, rigidi diktat ormai svuotati di contenuto perché non tenevano conto delle trasformazioni sociali, economiche, civili che sempre intervengono nel tempo. Chi conosce ultraottantenni di località marginali d’Italia sa di che cosa parlo: si rifiutano di cambiare le proprie abitudini e, come un ritornello, ripetono a ogni suggerimento che propone di superare il già noto: “Noi abbiamo sempre fatto così”, e così sia. Ma per gente giovane che usciva a pezzi dalla Seconda Guerra Mondiale, più della conservazione del passato era importante la costruzione di un futuro nuovo, anche se questo voleva dire mettere nel dimenticatoio collettivo, con la massima disinvoltura, il ruolo fondamentale delle tradizioni e il loro contributo alla Storia.
Poi, il colpo di grazia lo hanno inferto le barricate del Sessantotto. Per decenni è successo di tutto: i nonni chiusi nel mutismo, quasi di vergogna e di censura, sul loro passato, invece di raccontarlo ai nipotini perché lo potessero raccogliere come eredità da trasmettere, sedimento al quale aggiungere altri strati di vite e di stagioni; i contadini di una nazione intera convinti che far studiare i figli volesse dire affrancarli dall’agricoltura vissuta come attività desueta e non più funzionale alla modernità; alle scuole medie inferiori le lezioni di Economia domestica sostituite dall’altisonante e promettente Educazione Tecnica; i centri storici bisognosi di interventi di recupero abbattuti per dar modo al cemento armato di dimostrare che questa è la sua civiltà. Innovazione contro tradizione, Peppone contro Don Camillo, la messa in italiano contro quella in latino, auto contro bicicletta, Babbo Natale contro Gesù Bambino nella greppia. E le donne come nuove protagoniste fuori dalla famiglia, impiegate e laureate contro casalinghe, la promessa entusiasmante di una nuova identità contro ruoli codificati che puzzavano di stantio. Però, attorno all’inizio del nuovo millennio, una svolta; la donna in carriera di Voghera che aveva trovato un proprio spazio professionale e sociale ha desiderato mettersi addosso i panni della famosa casalinga di Alberto Arbasino assurta a topos e, pur con la coscienza che indietro non si torna, ha recuperato qualcosa della tradizione che poteva funzionare da antitodo ai nostri tempi, da medicina antistress: i pranzi della domenica preparati con ingredienti da presidio Slow Food e le pagine della “La cucina italiana” sott’occhio per ritrovare il filo delle vecchie ricette locali e la coesione familiare, il ricamo davanti alla televisione la sera per sperimentare con ago e filo l’intelligenza delle proprie mani e, ancor più, il tempo lento delle nonne e delle bisnonne.
Attenzione a tutto il fervore di recupero che investe questi anni, ovunque nella civiltà occidentale, occidentalizzata o in via di occidentalizzazione. Tirare il freno del treno in corsa sul quale viaggiamo può essere un gesto nostalgico, romantico, individualista, che interpreta le tradizioni nel modo meno costruttivo e continuativo, più o meno una moda effimera da robivecchi per consolarci del presente. E c’è un altro aspetto che sa di bisogno profondo di ritrovare le radici delle cose e l’identità culturale, non solo della comunità cui ognuno appartiene, ma anche di quelle degli altri per scoprire la rete di connessioni, uguaglianze e diversità tra i popoli di questo pianeta che ormai sta in tasca. Con tutte le interpretazioni intermedie del caso e su scala variabile da puntiforme a globale. Per dire: dal gruppo musicale Totarella che alle falde del Pollino costruisce cornamuse, surduline, lire calabresi e ciaramelle per interpretare i vecchi canti dei pastori locali ripescati dall’oblio, all’Ecomuseo della civiltà palustre di Bagnacavallo (RA) sino alla frequentatissima Associazione per la cerimonia del té di Budapest, che si propone di mantenere viva in Ungheria una tradizione giapponese, ovvero appartenente all’altro capo del mondo. Piaccia o no, le apparecchiature e i gesti sempre uguali, di lentezza estenuante, sono funzionali a molto altro che non è semplicemente la preparazione di una tazza di té, è un rito denso di significati che per noi europei sono stranieri e tuttavia riconducibili a un patrimonio anche nostro in quanto umani. Comunque, tradizioni che veicolano conoscenza.

Ci sono cose che hanno bisogno di testimoni e altre che sono di per se stesse testimonianze (proverbio arabo).

Tradizione e biodiversità. L’una parola latina passata in un gran numero di lingue, l’altra coniata a Rio del Janeiro nel 1992 e ufficializzata a livello internazionale con una convenzione delle Nazioni Unite. Tra loro c’è un legame forte e necessario: è soprattutto attraverso il percorso a ritroso nel passato e la conservazione di quanto offrono le sue vestigia organiche che si può sperare in materiale genetico sufficientemente diversificato per la vita futura. Nell’ultimo decennio, o poco più, questo legame ha generato una sensibilità nuova, con ripercussioni anche nel mondo rurale e nella pratica del giardinaggio. In Italia l’aspetto forse più vistoso in questa direzione riguarda il progressivo recupero dall’abbandono delle vecchie varietà di frutta sopravvissute fortunosamente nelle campagne, spesso grazie a vecchi contadini che hanno custodito un patrimonio di migliaia di mele, pere, susine, uve selezionate localmente per le virtù organolettiche, per la qualità e l’abbondanza dei raccolti e per la resistenza alle malattie nelle condizioni climatiche e pedologiche di determinati territori. In passato i portinnesti non erano gli East Malling, partoriti da questa civiltà dell’effimero (garantiscono la quasi immediata entrata in produzione, ma hanno vita breve); il contadino usava le armi della pazienza e del tempo, faceva nascere un albero dal seme di un frutto, poi sul franco eseguiva l’innesto della varietà e attendeva cinque, anche otto anni prima di riuscire a ottenere un raccolto. A mio parere il premio vero di tanto lavoro era che gli alberi crescevano e producevano per cent’anni, attraversavano con la loro vita quella di tre, quattro o cinque generazioni umane. Anche in un’attività come la frutticoltura, insomma, il filo della tradizione cuciva il passato al futuro e costruiva una cultura. Ne sanno qualcosa i ricercatori dell’Associazione Spadona dell’Alta Valle di Non, in Trentino, che hanno schedato decine di “patriarchi” ultracentenari sul loro territorio: hanno creduto nel valore della tradizione frutticola nella valle e hanno lavorato per non perderla un attimo prima che scomparisse. Adattando per l’occasione quanto cantò il Tasso: “Faccia chi può, prima che il tempo mute;/ché tutte le lasciate son perdute”. Così mele Rosa di Caldaro e Belfiore di Ronzone contro le Melinda, ovvero la tradizione ripescata dall’oblio per dare battaglia all’omologazione contemporanea in agricoltura e nell’alimentazione. Non un caso isolato: in giro per la penisola stanno dilagando mele annurche e pere Madernassa, fichi brogiotti e uve Zibibbo, biricoccoli, susine Gramasin e limoni dei Medici come tesoro di chi dichiara in questo modo la volontà di mantenere viva la tradizione e il rifiuto dei frutti da strega di Biancaneve.
In questa stagione la mia fruttaia in cantina racconta il mio personale contributo alpino: stese sulle assi ci sono mele Runsé, Piatlin e Dusc Piat insieme a piccole pere Martin Sec uguali a quelle che la mia nonna d’inverno faceva cuocere nella stufa economica come leccornia per i suoi otto bambini. Addentando un Piatlin, mela di piccola pezzatura tanto brutta da vedere quanto buona, attraverso il gusto provo la sensazione di essermi riappropriata di un passato che mi appartiene, come se quel sapore fosse atavico e strettamente connesso con i luoghi calcati dai miei vecchi.

Anche in giardino sta succedendo qualcosa di simile. Dico una cosa risaputa affermando che le cosiddette “rose antiche” a partire dal 1990 hanno costruito la fortuna di decine di vivai italiani che vivacchiavano su un catalogo di banalità. Le rose che due secoli fa furono la consolazione esclusiva di Josephine Beauharnais alla Malmaison, e che al massimo si potevano ammirare nelle incisioni del Redouté, sono diventate patrimonio amato ed esibito di tanti roseti. Così le violette di Parma e di Udine con un corteggio di altre simili, i garofanini e i gelsomini che già inondavano di profumo la Firenze rinascimentale, le camelie, le peonie, le ortensie, le aquilegie dei giardini borghesi ottocenteschi, le varietà di bosso dei giardini all’italiana. Perse e ritrovate, queste piante hanno funzionato da volano per un numero infinito di altre, magari estranee alla nostra tradizione, ma radicate in quelle altrui, dagli aceri giapponesi ai lillà, dalle dalie alle magnolie. E, sulla scorta dell’entusiasmo delle riscoperte, in questi anni abbiamo affinato la sensibilità per accorgerci delle erbacee perenni della nostra flora spontanea, materiale vivo di partenza di migliaia di selezioni varietali per le quali gli inglesi vanno famosi non da ieri.
Se la conoscenza e la fruizione della tradizione paesaggistica rimane un’ambizione di nicchia, più per storici dell’arte e per viaggiatori colti e curiosi che per giardinieri, è vero però che altri aspetti del giardinaggio sono attualmente nel pieno del recupero del passato. Quando, visitando il nuovissimo Museo dell’arte del giardinaggio nel castello Fantaisie di Donndorf, in Bavaria, ho visto allineati in una moltitudine di fogge vanghe, pale, falcetti, tosasiepi, antesignani del moderno rasaerba, rifilabordi, carriole e quant’altro è appartenuto all’attrezzatura dei giardinieri del passato, sono stata colta da un moto di viva sorpresa: avevo sotto gli occhi la prova della continuità di una pratica umana che si è trasmessa negli ultimi trecento anni quasi identica, ma in passato con una varietà di attrezzature specializzate che non c’è più. Nella lussuosa cornice di quella che nel Settecento fu la residenza estiva dei duchi di Württemberg era infatti in mostra molto più di quanto offra oggi un moderno garden center, per quanto ben fornito di rasaerba robotizzati di ultima generazione e attrezzi ergonomici su manici telescopici multiuso in leggerissimo alluminio. Durante quella visita ho capito la lezione della tradizione e il suo monito a non lasciarci omologare, anche come giardinieri, da questa società di massa che ci chiede di consumare in modo affrettato e generico su un treno in corsa.

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