Una scommessa per Villa Hanbury

da Giardinaggio n. 10 – ottobre 2005

Può lo Stato, che di rado sa valorizzare i propri giardini e ne rallenta la gestione con infinite burocrazie, pensare al futuro del patrimonio botanico voluto in terra ligure da un sir inglese ?

Che cosa potrebbe capire della realtà italiana contemporanea un raffinato e benestante signore inglese dell’Ottocento? Quasi certamente non comprenderebbe questo mondo in corsa e demotivato che non sa più apprezzare il bello, non sa coltivare la scienza, la conoscenza e la pazienza, non sa contemplare la natura e il paesaggio, non sa crescere generazioni professionalmente preparate e responsabili.
Nell’ambito dei giardini l’Italia degli ultimi decenni offre un istruttivo esempio in tal senso; se per incanto a sir Thomas Hanbury, uno dei signori inglesi d’altri tempi e altra tempra che amarono le piante e l’Italia in egual misura, fosse concesso di ritornare sulla terra per un giorno, di certo ne rimarrebbe sgomento. Hanbury mise insieme una fortuna economica commerciando con l’Oriente, prima di approdare nel 1867 nell’angolo più mite della Liguria, al Capo Mortola di Ventimiglia, dove acquistò i 18 ettari di una proprietà dei marchesi Orengo ricoperta di macchia mediterranea e affacciata sul mare con vista sulla Costa Azzurra. Restaurato e ampliato il palazzetto esistente per farne la propria dimora, lasciò alla vegetazione spontanea metà del terreno e destinò l’altra metà al progetto di un giardino di acclimatazione della flora tropicale e subtropicale di tutto il mondo, in grado di soddisfare la passione e la curiosità che nutriva per le piante e che condivideva con il fratello Daniel, formatosi come farmacista e interessato a sperimentare i principi medicinali che esse contengono. Sir Thomas si calò presto nella realtà ligure: diede impulso alla formazione di una generazione di giardinieri della Riviera dei Fiori, procurò lavoro alla gente del luogo e, mentre in Inghilterra ebbe una parte importante nella creazione della Royal Horticultural Society e dei famosi giardini di Wisley, all’Università di Genova offrì l’Istituto di Botanica, che ora porta il suo nome. Soprattutto, Hanbury seppe tessere una fitta rete di rapporti botanici internazionali perché il suo regno di bellezza avesse un ruolo scientifico e orticolo nel circuito delle istituzioni specializzate di tutto il mondo. Per esempio, nel 1898 chiamò a La Mortola come responsabile scientifico il botanico tedesco Alwin Berger, che in sedici anni di attività nel giardino incrementò le collezioni, studiò, disegnò e classificò le specie dei generi Aloe e Agave, pubblicando nel 1915 opere fondamentali per la conoscenza di queste succulente. Nel 1912, cinque anni dopo la morte di sir Thomas, dei giardini botanici di Villa Hanbury al massimo del loro splendore venne pubblicato l’istruttivo catalogo che comprendeva collezioni di palme, acacie, eucalipti, succulente, agrumi, frutti esotici e una moltitudine di piante, molte delle quali introdotte e acclimatate per la prima volta in Europa, provenienti soprattutto dalle regioni del pianeta con clima mediterraneo: Australia, Sud America, Sud Africa, California.

L’etica di un giardiniere
In quegli anni di inizio Novecento la responsabilità della conservazione di Villa Hanbury passò al figlio Cecil e alla nuora Lady Dorothy, che ebbe un ruolo primario nell’attuale assetto paesaggistico. Ma quasi cinquant’anni di prestigiosa ascesa nel panorama delle istituzioni botaniche internazionali non sono bastati a tenere lontano questo gioiello dai guasti provocati dalla storia e dagli uomini. In agguato c’erano le due guerre mondiali, che lasciarono danni gravissimi, seguiti da quelli conseguenti all’acquisizione della proprietà da parte dello Stato Italiano. Li aveva acquistati con atto del 8 luglio 1960 per strapparli a probabili speculazioni edilizie che avrebbero cancellato un pezzo di storia della Liguria, eppure non se ne occupò. Intanto, il Times di Londra ogni anno a Capodanno porgeva gli auguri ai suoi lettori amanti dei giardini facendoli rodere d’invidia con l’elenco delle piante che in quei giorni erano in fiore alla Mortola.
Scrive in apertura al catalogo del 1996 Paola Profumo, che nell’ultimo decennio del Novecento ha diretto Villa Hanbury: “Dal 1912 due guerre si sono susseguite, difficoltà economiche hanno colpito gli Inglesi prima e gli Italiani poi, la mancanza di mezzi e di personale si è fatta pesantemente sentire, le distruzioni legate alla seconda guerra mondiale sono andate di pari passo con un degrado crescente”. Forse più amato e conosciuto in Inghilterra che in Italia, il regno di sir Thomas è stato praticamente dimenticato per lunghi anni e deve almeno la sopravvivenza, se non la conservazione della sua forma originaria, a una ventina tra giardinieri e impiegati di una generazione che ancora conosceva la passione nel lavoro a contatto con le piante e la responsabilità nella gestione di un patrimonio vivo e in divenire. Nel 1979, mentre gli inglesi allibiti da tanto disinteresse italiano facevano la colletta almeno per garantire gli acquisti indispensabili, le maestranze lavorarono quasi un anno senza stipendio, non abbandonando questo luogo speciale che più che mai aveva bisogno delle loro cure. Allora, a capo dei giardinieri c’era Guido Novaro; viveva all’interno di Villa Hanbury, dedito esclusivamente alle piante: pochi anni fa, in pensione e prossimo alla morte, ebbe a dire di non essersi sposato perché non aveva mai avuto tempo di cercare una moglie. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, lo ricorda magro e un po’ curvo, con l’inflessione nella voce, i modi e le piccole saggezze dei contadini liguri, sempre disposto a raccontare una sconfinata passione nel segno delle piante esotiche e rare coltivate per curiosità, per scommessa, per desiderio di proseguire l’attività nello spirito di un appassionato cultore inglese dei giardini di cent’anni prima. Al pari delle piante che la natura aveva assegnato all’Australia e al Sudafrica, al Messico e al Madagascar e che in quest’angolo d’Italia dal clima benedetto avevano trovato condizioni adatte alla crescita, a Villa Hanbury Novaro mise radici e trovò terreno fertile per sviluppare attitudini e competenze. Ci lavorò 32 anni, soprattutto nella piccola serra in cui faceva nascere i semi che spesso si procurava all’estero personalmente, stringendo rapporti botanici che erano anche rapporti di comunione con altri che nutrivano lo stesso suo interesse. A tanta partecipazione sensibile non fecero eco le istituzioni italiane: persino quanto restava della biblioteca, già intaccata nella sua integrità dal passaggio dei nazisti durante l’ultima guerra, venne portato altrove, come se il patrimonio di Villa Hanbury fosse da smantellare.

Che cosa resta di un’eredità
Dal 1987 i giardini botanici di Villa Hanbury con una concessione gratuita dello Stato Italiano sono passati in gestione perpetua all’Università di Genova e dal 2000 sono diventati un’area protetta regionale. Oggi nei nove ettari degradanti verso il mare ci lavorano, assunti a tempo pieno, solo quattro giardinieri, un altro è a part-time, tre sono esterni e precari con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa da rinnovare di anno in anno e due sono borsisti che vengono definiti “abbastanza stabili”: la loro presenza è legata allo stanziamento dei fondi necessari da parte del comune di Ventimiglia. I lavori più impegnativi sono dati in appalto a ditte esterne, sia per la manutenzione delle piante, sia per la costruzione e il ripristino delle opere che si sono degradate o perse nel tempo. Vengono giovani a fare stages da scuole orticole italiane convenzionate (l’ultima, Vittoria Tamanini, sino al luglio scorso qui ha fatto il tirocinio per il diploma alla scuola agraria di Monza) e dalle scuole francesi di Anger e Blois. Dalla Francia di tanto in tanto arrivano anche gli studenti di una scuola di architettura del paesaggio: l’estate scorsa due di loro per ottemperare alle richieste del corso di studio hanno riprogettato gratuitamente le zone di servizio del giardino. Come dire che ci si aggiusta in qualche modo per tirare avanti aggirando il blocco dei contratti di assunzione, i limiti imposti dalle burocrazie, la scarsità di fondi. E questo luogo d’Italia bellissimo e marginale (dista solo tre chilometri dal confine francese) è sentito come remoto dalle istituzioni che invece dovrebbero credere in un progetto di rilancio, controllare la qualità del lavoro quotidiano che vi viene svolto e favorire l’attività scientifica e la fruizione da parte dei visitatori. Senza mezzi adeguati e con personale molto meno motivato delle generazioni che impiantarono il giardino e lo fecero crescere sino al prestigio dei primi decenni del Novecento, Villa Hanbury fa fatica a riprendersi da una struggente agonia e vive ancora una stagione incerta. Alcune piante importanti non ci sono più, di altre si è persa la cartellinatura e da anni si tenta di riclassificarle; numerosi alberi sono cresciuti al punto da proiettare ombra e togliere spazio ad altre specie, oppure sino a diventare instabili e pericolosi. Piuttosto che privilegiare l’aspetto botanico, oggi sembra che si preferisca investire nella ricostruzione di manufatti e scorci che il tempo e l’incuria hanno compromesso. Intanto intere zone sono inagibili perché interessate dai cantieri, altre sono sbarrate da malinconici cartelli che annunciano il pericolo di crolli.
Questi sono i tempi. Rapito dall’atmosfera e dalla grandiosità dello scenario, forse chi visita per la prima volta il giardino non si accorge delle ferite inferte dall’abbandono. Chi lo ha frequentato in passato, invece, coglie un timido tentativo di restituire dignità ad un genius loci generoso e ad un progetto di grande respiro che erano stati soffocati. Per esempio, negli ultimi anni è stata notevolmente incrementata la collezione del genere Acacia, è stata data l’adesione alla banca del germoplasma della Lombardia e si sono gettate le basi perché Villa Hanbury in futuro diventi la sede di raccolta e conservazione dei semi delle aree protette liguri. Intanto i tecnici stanno rimettendo ordine nel patrimonio storico-botanico e sono ripresi a pieno ritmo gli scambi internazionali: Fabrizio Pastor sta completando il recupero dell’erbario storico e cura l’allestimento di quello nuovo; Daniela Guglielmi registra l’ingresso delle nuove piante e ne segue l’iter di introduzione nel giardino; Loredana Castelli ha in carico la gestione del laboratorio dei semi che invia, richiesti tramite l’annuale Index seminum, a 800 giardini botanici sparsi nel mondo. Ma tutto è demandato alla buona volontà individuale.
Certo è che Thomas Hanbury non potrebbe capire quest’Italia. Uomo di un potente impero dell’Ottocento che diede impulso all’economia inglese e fiducia all’imprenditorialità dei suoi cittadini, se tornasse per un giorno troverebbe incomprensibile questa realtà priva del fuoco della passione per le piante, un fuoco che ai tempi in cui egli visse ha dimostrato di poter vincere qualsiasi ostacolo e qualsiasi confine.

Info
• Villa Hanbury si trova poco fuori dall’abitato di Latte, frazione di Ventimiglia, in corso Montecarlo 43, località La Mortola Inferiore. Si raggiunge in pochi minuti dal casello di Ventimiglia dell’Autostrada dei Fiori imboccando la via Aurelia SS1 verso il confine francese. I giardini sono aperti tutti i giorni dell’anno dalle ore 9,30 con orario continuato sino al tramonto, tra le ore 17 (dal 16 ottobre al 28 febbraio) e le ore 19 (16 giugno-15 settembre). In inverno osserva un giorno settimanale di riposo. Per informazioni e prenotazioni per visite guidate e attività didattiche si può telefonare al n. 0184-229507. Chi destina l’intera giornata alla visita, può rifocillarsi in un bar snack (tel. 0184-229292) che funge anche da piccolo negozio di souvenir; si trova nel punto più basso della proprietà, in prossimità del mare.
• In tutti i periodi dell’anno ci sono piante da vedere nel loro abito migliore, ma l’autunno ha un fascino speciale, accompagnato dalla mitezza del clima (lo scorso anno, in ottobre la temperatura minima è stata di 9,8 °C e 25,1 °C la massima). Quando altrove comincia la stagione fredda, Villa Hanbury rinverdisce dopo la siccità estiva; fioriscono ancora dature, plumbago, rose, abutilon, tunbergie, passiflore, dispiegano i loro colori i bulbi autunnali, le eritrine, gli osmanti e la collezione di salvie. Intanto, maturanno bacche di ogni tipo e i frutti di feijoa, gli avocado, gli agrumi, molti dei quali di antiche varietà.
• Innamorarsi del giardino di Villa Hanbury è facile, segno di senso civico prendersi a cuore la sua sorte. Chi vuole appoggiare l’attività di questo monumento alla bellezza e alla scienza botanica che è patrimonio dell’Italia, può aderire all’Associazione Amici di Villa Hanbury, fondata nel 1986 da un gruppo internazionale di esperti e cultori delle piante che per diversi anni hanno garantito la sopravvivenza del giardino e ora ne affiancano il lavoro. Tutte le informazioni nel sito www.amicihanbury.com.

(in pratica)
I consigli dei giardinieri di Villa Hanbury
• Ognuno deve poter seguire le proprie attitudini nel governo del giardino: basta trovare qualcuno con cui lavorare e con il quale scambiare le incombenze che risultano più sgradevoli o faticose. A Villa Hanbury Pier Luigi Iacono lascia l’uso del decespugliatore per il settore di cui è responsabile a Fausto Boero e in cambio si assume il compito del diserbo manuale anche della zona assegnata al suo collega.
• Lavorare con le macchine può essere pericoloso. Usando il decespugliatore bisogna indossare scarpe robuste (ne esistono di rinforzate per infortunistica) e il casco con maschera o almeno un paio di occhiali protettivi a tenuta stagna (costano poche lire nei garden center) per evitare che piccole porzioni di erba tritata, sollevata dal filo che ruota ad alta velocità, colpiscano gli occhi.
• In ambiente mediterraneo, la pacciamatura estiva di foglie secche ai piedi delle piante che richiedono annaffiature frequenti evita lo spreco di acqua. Ma, dice il direttore di Villa Hanbury Pier Giorgio Campodonico, è meglio non usare materiale compostato, che può essere veicolo di funghi e marciumi.
• Far nascere da seme le piante è un modo di collaborare alla biodiversità. Bisogna staccare dai rami frutti e capsule quando sono secchi, liberare i semi e completare l’asciugatura in ambiente ventilato. Prima di riporli in sacchetti di carta con l’indicazione della specie e la data di raccolta, bisognerebbe anche fare come Gianni Gavino, l’addetto alle serre di Villa Hanbury, che ne prova la germinabilità seminandone alcuni in un vassoio. Non sempre, infatti, la vitalità dei semi è garantita.
• I giardini fortemente scoscesi sono soggetti al dilavamento: soprattutto in autunno, quando piove dopo la messa a dimora, le nuove piante possono essere scalzate e trasportate lontano insieme alla terra. Si può risolvere il problema interrompendo la pendenza con pali disposti orizzontali e sovrapposti, mantenuti in posizione con paletti infissi verticali nel terreno, attorno ai quali, in alternativa, si possono intrecciare rami lunghi e flessibili.
• Gli agrumi sono sensibili a malattie crittogamiche come la fumaggine, il limone e l’arancio anche alla batteriosi che si può manifestare con andamento climatico piovoso e freddo. L’unico modo di scongiurare problemi di salute che compromettono il vigore delle piante e la produzione di frutti consiste nei trattamenti preventivi a base di rame, per esempio la poltiglia bordolese. Le vecchie varietà della collezione di agrumi di Villa Hanbury si sono conservate anche grazie a queste cure.

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