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Archive for the ‘Invito alla visita’ Category

Agricoltura tradizionale in Perù di Italo Vacca e Leo Minniti

testo in boxinoA gennaio abbiamo avuto la straordinaria opportunità di fare un bel viaggio in Perù. L’intento principale era di visitare le rovine di Machu Picchu e la valle sacra, situata negli altipiani delle Ande tra 2700 e 3800 metri, percorrendo i siti principali della civilizzazione degli Incas.

I siti archeologici, di una bellezza mozzafiato, sono tenuti benissimo, con una semplicità che lascia tutto all’immaginazione, non una cosa in più, il tutto di una pulizia e ordine perfetti.

Machu Picchu (patrimonio culturale dell’umanità Unesco), riscoperto solo nel 1911, è il sito meglio conservato e più visitato delle Americhe, con un milione di visitatori all’anno. Poiché il costante afflusso rappresenta un pericolo per il sito, vi possono accedere solo 2500 persone al giorno.

agricoltura-Machu-Picchu

Tra Macchu Pichu e Cuzco, l’antica capitale dell’impero degli Incas (per i quali significava letteralmente ‘ombelico del mondo’), si stende la Valle Sacra, considerata luogo sacro e specchio in terra della via lattea, nonché fonte di produzioni agricole che ha permesso lo sviluppo di una grande civiltà. Ci siamo spostati da un villaggio all’altro iniziando da Cuzco e terminando a Ollantaytambo. Questo è l’ultimo paese prima della “città perduta”, abitato senza interruzioni dai tempi degli Incas, un vero monumento vivente: la popolazione abita le stesse case dei loro antenati, usa la stessa acqua e mantiene vive le antiche tradizioni.

agricoltura-andina

È stato lungo questo tragitto che siamo rimasti rapiti dall’affascinante paesaggio agricolo degli altipiani del Perù. La scala del paesaggio è immensa, molto più di ciò che l’occhio umano può riuscire ad afferrare, ma dentro a questa immensità i contadini andini praticano un’agricoltura di piccolissima scala. Ad un’attenta analisi, o avvicinandosi, si osservano piccoli terrazzamenti e gente in continuo movimento. Forse è proprio questo contrasto di scale tra immenso e minuscolo a far riflettere su come, nelle Ande, l’agricoltura abbia potuto avvenire per così tanto tempo in un ecosistema fragile, con terreni ripidi, sassosi e marginali. Negli altipiani del Perù l’agricoltura è praticata, con adattamenti progressivi, da ben 4500 anni. Per sopravvivere in modo così intatto dobbiamo ritenere che alla base dell’uso dei terreni ci siano sani principi ecologici e mani sapienti.

La prima cosa che viene in mente vedendo le opere agricole più antiche degli Incas e dei loro predecessori, è che certamente non avevano come obiettivo la pratica di un’agricoltura temporanea, bensì permanente. Nei complessi e infiniti sistemi di terrazzamenti da loro costruiti, prima di tutto si nota una notevole maestrìa nella lavorazione della pietra. Immaginando la quantità di tempo e di risorse umane necessarie per la realizzazione di queste opere, si capisce che intuivano l’importanza primaria dell’agricoltura per la loro comunità.

Durante la visita della Valle Sacra ci hanno raccontato che i terrazzamenti sono stati riempiti a strati, con un fondo di sassi più grossi, sopra ai quali venivano deposti ciottoli e poi ghiaia, terminando con terra di riporto. Tutto è stato costruito seguendo rigide regole di ingegneria idraulica per evitare frane ed erosioni. La riprova è che il drenaggio rimane perfetto ancora oggi. Da quanto abbiamo potuto vedere e capire, molti degli antichi e tradizionali metodi di coltivazione della terra si possono osservare ancora, in quanto usati dai contadini impegnati in un’agricoltura di piccola scala.

Machu-Picchu

Avviene altrettanto nella distribuzione dei prodotti agricoli. A Chinchero, minuscolo villaggio andino con splendide vedute delle vette innevate, ogni domenica i contadini della zona si radunano per praticare l’antica usanza del trueco o baratto. Scambiano prodotti complementari tra loro e così ognuno rientra a casa con le provviste per affrontare la settimana. Il mercato inizia in tarda mattinata e finisce nel primo pomeriggio, lasciando il tempo a tutti di rientrare a casa, a piedi, sinché c’è luce.

In tutto il viaggio abbiamo visto solo un trattore, attrezzatura in effetti poco adatta alle condizioni locali di piccoli terrazzamenti in situazioni scoscese. Abbiamo visto invece molte persone industriose, campi di patate, quinoa, mais, fave e orti familiari tenuti alla perfezione, giardini e fiori a fianco delle case, animali contenti. Tutto questo sembra essere un modo per andare avanti senza abbandonare gli antichi saperi e anzi conservando inalterate le tradizioni di un popolo e le caratteristiche ambientali di un territorio.

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campi-a-gradinate-presso-Tindaya

Fuerteventura è la più desertica delle Isole Canarie. I suoi 1650 chilometri quadrati sono costellati di antichi vulcani e di ciò che essi hanno lasciato nel tempo: sassaie gigantesche, pendii brulli a perdita d’occhio, sabbie portate dal vento nella fascia a ridosso del mare. L’aria salmastra, i venti asciutti, la mancanza di acqua, la temperatura elevata nella stagione estiva fanno pensare che sia un territorio assolutamente non vocato all’agricoltura. Invece, con giorni di allenamento, si possono riconoscere qui e là i coltivi, di rado orti familiari, più spesso campetti ripuliti dai sassi che – si scopre – sono un commovente segno di resistenza e di lotta contro la desertificazione, anche con l’appoggio dalla Comunità Europea.

campi-di-cavoli-e-lattughe-vverso-Ajuy

campi-e-incolti-a-Villaverdecampo-di-patate-a-Fuerteventuracampo-di-patate-e-asino-presso-AjuyIn questo periodo dell’anno si vedono file ordinate di patate in piena vegetazione, qualche fila di cipolle, di rado lattughe e cavoli o una distesa ordinata di Aloe per prodotti cosmetici o officinali. Molti campi sono attualmente vuoti, o abitati da piante infestanti dei coltivi come Chrysanthemum coronarium. Non un frutteto, solo qualche sparuto albero di papaya che vien fuori dalla recinzione di una casa o una piantina sofferente di limoni, che tira a campare contro un muro in ombra almeno qualche ora al giorno. Di certo qualche chilo di patate (piatto locale immancabile le papas arrugadas, patate bollite con la buccia e poi salate e infornate), qualche cespo di lattuga o un mazzetto di ravanelli non basterebbero a nutrire i poco meno di 100.000 abitanti e gli assai numerosi turisti. Vien da credere che la popolazione non abbia un granché interesse per l’agricoltura, né tanto meno ce l’abbiano gli europei che hanno eletto Fuerteventura a loro nuova dimora: la prima preferisce il commercio e i servizi legati al turismo, i secondi campano da pensionati oppure tendenzialmente di artigianato, diciamo così, creativo. Di fianco alla casa di giovani “esuli” volontari, non ho ancora visto uno degli orti che invece in questi anni sono filosofia e mito di tanti coetanei in terra italiana. Ho detto che mi sembra quasi inesistente l’interesse per l’agricoltura, ma visitando lo splendido allestimento museale del Mirador di Morro Velosa, a Betancuria, ho scoperto che sino al Novecento l’agricoltura era diffusa e c’era una buona dotazione di alberi nel territorio. Poi l’eccessivo prelievo di acqua per uso agricolo (e per le nuove esigenze del turismo) e i cambiamenti climatici hanno prosciugato le sorgenti e l’accumulo di sale nei terreni li ha resi sterili, decretando così la fine dell’agricoltura locale. Per questo i pochi campi qui e là sono un miracolo di resistenza. Ne ho fotografati un po’ ovunque come emblema di un’isola che tenta di conservare tradizioni, memoria e indipendenza alimentare nonostante l’economia vada altrove.I campi, di dimensioni contenute, sono dislocati quasi sempre nei fondovalle, in fondo ai barrancos che, poco che sia, convogliano acqua e mantengono un po’ di frescura. I fazzoletti di terra ripulita sommariamente dai sassi sono caratteristicamente circondati da muretti e accumuli di terra chiamati teste o trastòn, lasciando all’acqua un invito scavato e una zona di accesso. L’acqua, scorrendo sulla superficie, si carica di nutrienti e provvede anche alla fertilizzazione del campo. Le pareti rialzate hanno un ruolo importante per limitare l’effetto disseccante dei venti, e così, un po’ di umidità dirottata e un po’ di barriera frangivento (ho visto anche l’uso di palme con lo stesso scopo), nelle gavias – questo il nome – qualcosa si coltiva. Altri campi formano ripiani, altri ancora sono ottenuti formando sbarramenti di pietra nelle vallette: in qualche anno lo scorrimento dell’acqua metereologica provoca l’accumulo di terra per coltivare. Gavias, cadenas, nateros oggi sono considerati modi sostenibili di gestire i campi a Fuerteventura. Io mi auguro che in un futuro prossimo diventino un modo per far convivere l’agricoltura con la natura e anche con il turismo: i campi, se danno un reddito, potranno essere un’alternativa al carico turistico e cointribuire a conservare, con la fertilità dei suoli, anche le tradizioni di un popolo di un’isola speciale.

pendio-presso-Santa-Inesparque-rural-Betancuria-Mirador-Risco-de-las-penas-12orto-nero-con-patate-a-Lajaresorto-a-Lajarescordoli attorno a campi verso Aguas verdescoltivazione-di-aloe-presso-La-Oliva

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parque-rural-Betancuria-Mirador-Risco-de-las-penas

Fuerteventura e le Canarie non sono solo mare, vento e sole. Sono anche monti, valli e ampi territori vulcanici che raccontano una storia potente e antica. Leggere il territorio è esaltante. Riporto qui tradotto il testo di un tabellone in cima al Belvedere di Las Peñitas, al centro dell’isola. Al momento è ciò che mi è piaciuto di più, e da questo forse si capisce che le montagne appartengono alla mia vita…

Il belvedere di La Peñitas si trova nel territorio di Betancuria a 338 m di altitudine e a ovest del Pico de la Muda (m 526), caratterizzato dalla sua grande diga semicircolare di trachite. Da quassù si può osservare la parte bassa del territorio di Vega de Rio Palmas e, scendendo lungo il burrone (barranco) si può incontrare una piccola sorgente di acqua che dà il nome al ruscello di Rio Palmas. A sinistra si trovano il Huerto e la Valle de los Granadillas in cui affiorano rocce plutoniche (gabbri e sieniti) e rocce vulcaniche (trachiti); si possono osservare numerose strutture agricole a terrazzamenti e gabbie, frutto di un passato dedito all’agricoltura.

In fondo si osserva la diga di La Peñitas, una costruzione realizzata in due fasi, la prima nel 1939 in cui si costruirono 11 metri di muro, e la seconda nel 1943, quando furono costruiti ulteriori 22 metri. L’intensa erosione del suolo nella zona ha provocato un fenomeno all’interno della diga: l’accumulo di sedimenti che limitano il deposito di acqua (la capacità è ridotta dell’85%). Inoltre si è verificata una crescente salinità delle acque, che così non sono più utilizzabili per l’irrigazione. Tutte queste condizioni ambientali hanno favorito lo sviluppo di tamerici e specie vegetali associate. Gli uccelli che si possono osservare in zona sono numerosi; oltre al corvo, Fulica atra e Gallinuela chloropus.

Il burrone di Peñitas si restringe all’altezza della diga, formando una valle con pareti laterali di rocce plutoniche (sieniti). Questa parte del burrone viene chiamato Mal Pasa, dove si può apprezzare una piccola chiesetta. Narra la tradizione che qui apparve la vergine del Dolore (Virgen de la peña), patrona dell’isola di Fuerteventura. In fondo la montagna della Atalayeja o “Tetta della vecchia”, così chiamata perché gli ultimi metri, costituiti da una colata di basalto di un antico vulcano, sembrano un capezzolo.

Il nord dell’isola di Fuerteventura 20 milioni di anni fa era occupato da una grande struttura vulcanica di oltre 2000 metri di altezza, che 16 milioni di anni fa è collassato a causa di un grande slittamento. Oggi i resti di questa struttura vulcanica costituiscono la catena di montagne situate a est e le colline attuali formano il Massiccio di Betancuria. In mezzo si estende una pianura che è stata colmata negli ultimi 2 milioni di anni da nuove eruzioni vulcaniche.

Il nord dell’isola di Fuerteventura 20 milioni di anni fa era occupato da una grande struttura vulcanica di oltre 2000 metri di altezza, che 16 milioni di anni fa è collassato a causa di un grande slittamento. Oggi i resti di questa struttura vulcanica costituiscono la catena di montagne situate a est e le colline attuali formano il Massiccio di Betancuria. In mezzo si estende una pianura che è stata colmata negli ultimi 2 milioni di anni da nuove eruzioni vulcaniche.

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Euphorbia-nella-sabbia-delle-dune-di-CorralejoNon sono ancora riuscita a trovare una libreria che offra una flora canaria come dio comanda. Sicché sospendo ogni giudizio sulle piante che incontro sul mio cammino. Certo è che questa è un’euforbia marittima, Euphorbia paralias, e la sua capacità di vivere nella sabbia e nel vento, sotto un sole cocente, ha per me un significato quasi magico (ammesso che io creda alla magia).

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Androcymbium gramineum ssp psammophilum per-testata

La foto della testata del blog dal 6 gennaio 2016

Voglio un gennaio col sole di aprile

Qualcuno ricorda la filastrocca di Gianni Rodari? “Filastrocca di capodanno:/fammi gli auguri per tutto l’anno:/voglio un gennaio col sole di aprile,/ un luglio fresco, un marzo gentile….” Ecco, questa volta ho deciso di prenderla alla lettera, a cercare il sole di aprile nel cuore dell’inverno. Ma hai voglia di dire “vado in vacanza” pensando di lasciarti indietro tutto. Quello che sei, che sai e che ti piace ti vien dietro e, mentre da casa ti fanno sapere che è caduta la neve, tu cammini in un deserto fiorito sotto il sole e nel vento di Fuerteventura, isole Canarie. Redenzione guadagnata sino in fondo, pur con qualche senso di colpa per quello che lascio alle spalle: qualche lavoro che sarebbe stato meglio fare a casa e non in viaggio, l’orto con ancora tanta verdura che andrà persa con il gelo, la mia casa di montagna che, adattata all’uso civile contemporaneo, teme il freddo come le lattughe e i finocchi rimasti sotto i piccoli tunnel dell’orto, assai poco utili in caso di quel freddo vero alpino che sino all’altro giorno non si è fatto vivo.

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Crepassero gli scrupoli,  adesso sono qui, tra mille fiori dell’inverno pieno di primavera di quest’isola. E stamattina ho scoperto ad ogni passo una pianta nuova fiorita. Come Androcybium gramineum ssp. psammophilum, una colchicacea endemica delle Canarie. Dal suo bulbo profondamente interrato nello strato di sabbia che ricopre il terreno (dove non è ricoperto dallo scurissimo sfasciume di roccia vulcanica),Androcymbium gramineum ssp psammophilum in gennaio emette i suoi fiori bianchi, quasi raso terra, in una corona di foglie sottili. A questa creatura minuscola quanto spettacolare, dedico la testata del blog, eleggendola a simbolo della mia catartica fuga dall’inverno.

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Sheffield-Park-per-testataLa foto della testata del blog dal 27 ottobre 2015

Già, è autunno anche in rete.

Sono in un periodo di rifiuto del computer, dopo un’enormità di anni di uso quotidiano (prima del computer la macchina da scrivere che tentava già di esserlo, e aveva un sistema di controllo della scrittura, sicché chiedeva attenzione continua, riga per riga, a quel che andavo pensando e battendo sulla tastiera). Per nulla convinta di avere obblighi di continuità con il mio blog, l’ho un po’ abbandonato momentaneamente al suo destino: dopo oltre 500 post e sette o otto anni di scrittura in rete, faccio cose e vedo gente senza raccontare le mie giornate e i miei percorsi tra fiori, piante, orti e giardini. A dire la verità talvolta provo qualche senso di colpa nei confronti di chi mi legge e condivide cose con me. Stamattina mia sorella mi ha mandato una mail tutta maiuscola in corpo 24: basta pomodori, è autunno! È vero, almeno la testata è da cambiare, i pomodori sono archiviati sino al prossimo anno. E questi sono i giorni del foliage autunnale. Così ho scelto un’immagine dell’inglese Sheffield Park, a Uckfield, East Sussex, Inghilterra meridionale, che con l’autunno ha un rapporto speciale. Parco storico paesaggistico del National Trust, si dipana tra quattro laghi e, nella parte inferiore, è conservato come rifugio faunistico in prossimità del fiume Ouse, lo stesso in cui, qualche decina di chilometri a monte, Virginia Wolf nel marzo 1941 si immerse dopo essersi riempita le tasche di sassi. Anche la sua casa con il giardino, Monks House, è ora proprietà del National Trust.

Sheffield-Park-scorcio-lagoAcer-Quercus-Sheffield-ParkPrunus-Sheffield-ParkTaxodium-Sheffield-ParkBetula-a-Scheffield-ParkSheffield-Park-autunno

Non sono mai stata a Sheffield Park. Le foto sono un dono dell’amica Elisabetta Akhurst, che abita in zona e, di tanto in tanto, va a fare una passeggiata in un grande giardino del territorio (quanti ce ne siano nel raggio di 50 km da casa sua, non sto a dire) e mi manda qualche scatto per condividere con me la sua giornata tra verde e grandi paesaggi. Oggi giro le sue foto a chi mi legge, Sheffield-Parksperando che siano uno stimolo per programmare una visita in quell’angolo di Inghilterra. Per saperne di più di Sheffield park, si può consultare il sito www.nationaltrust.org.uk/sheffield-park-and-garden

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Maestri-del-paesaggio-Bergamo-Alta-2015_4 Certe conferme positive fanno bene al mondo italiano del giardino, che a mio parere da anni vivacchia su formule in larga parte superate e non lascia intravedere altro che parrocchie in lotta tra loro in una guerra di provincialismi e meschini commerci camuffati da cultura del verde. Sicché a I maestri del paesaggio a Bergamo ho respirato un’altra aria e assaporato altre prospettive possibili. “Evviva!- mi sono detta seduta a osservare le scene mutevoli nella bella Piazza Vecchia di Bergamo Alta – non tutto è perduto, sennò avrei lavorato, nel mio piccolo, per oltre trent’anni per non sortire alcuna risultato apprezzabile”. Venerdì sera i bilanci privati si sono mescolati a quelli ufficiali nell’incontro di AIAPP, l’associazione dei paesaggisti italiani sul tema della comunicazione  in merito a paesaggi e giardini. Ma era dalla mattina, al seminario organizzato dal vivaio Valfredda con interventi dell’olandese Piet Oudolf e dell’inglese Annie Guilfoyle, che respiravo aria di dibattito vivace e di condivisione. Il fatto che ci fossero ad ascoltare 150 o 200 persone, quasi tutte iscritte a pagamento al seminario,  e che arrivassero da tutta Italia e da molti paesi europei (Russia compresa), dà la misura di quanto bisogno di approfondimento e crescita sentano i professionisti e gli studenti del verde e del paesaggio.
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Un bisogno che, in altra forma e da altre prospettive, è quello della gente comune. E’ il terzo o quarto anno che io mi siedo in Piazza Vecchia e ci resto per ore, rapita da quel che succede, protagonista e fruitrice proprio quella gente comune che quasi sicuramente non pratica il giardinaggio e non conosce le problematiche di settore, ma ha un bisogno inespresso di verde, di spazi urbani da vivere, di momenti collettivi di fruizione della bellezza. In un’ora sono passati centinaia di bambini vocianti e caciaroni (ma, non essendoci pericoli, nessun genitore ha dovuto allarmarsi), una coppia di sposi a caccia di prospettive diverse per le foto di rito, un nutrito drappello di polacchi (credo) in gita turistica e più interessati alle graminacee che ai palazzi storici, un suggestivo coro di ragazze che hanno cantato a cappella in diversi punti della piazza per consentire la realizzazione di un video, suppongo a promozione del loro lavoro, poi un gruppo ordinatissimo di bambini in divisa si è fermato a bere alla fontana Contarini e non voleva più andare via, un fotografo professionista ne ha fatto la location per certi sgabelli di design, altre persone hanno cercato scorci da fotografare o un buon angolo dove sedersi a gustare un gelato o sfogliare una delle riviste lasciate a disposizione, piccoli gruppi commentavano gli ortaggi in piazza e l’allestimento di vasi con le zucche. Il gradimento si coglieva nell’aria e nelle gambe in relax delle turiste che avevano trovato comoda e riservata la posizione della pedana di legno tra le balle di fieno e i fiori di campo arruffati.

Le idee e la buona gestione di pochi possono muovere città intere. Apprezzo l'à plomb discreto e poco malato di protagonismo dell'associazione Arketipos che di anno in anno coinvolge sempre di più Bergamo, le sue istituzioni, i suoi servizi, i suoi sponsor, la sua gente. A sfogliare il catalogo di I maestri del Paesaggio si intuisce il lavoro di grande respiro che è stato svolto nel corso dell'anno. Compreso coinvolgere gli studenti della scuola "Mario Rigoni Stern" di Bergamo nell'allestimento e i detenuti del carcere locale per il montaggio e la verniciatura degli allestimenti in legno.

Le idee e la buona gestione di pochi possono muovere città intere. Apprezzo l’à plomb discreto e poco malato di protagonismo dell’associazione Arketipos che di anno in anno coinvolge sempre di più Bergamo, le sue istituzioni, i suoi servizi, i suoi sponsor, la sua gente. A sfogliare il catalogo di I maestri del Paesaggio si intuisce il lavoro di grande respiro che è stato svolto nel corso dell’anno. Compreso coinvolgere gli studenti della scuola “Mario Rigoni Stern” di Bergamo nell’allestimento e i detenuti del carcere locale per il montaggio e la verniciatura degli allestimenti in legno.

Possono essere soddisfatti gli organizzatori dell’associazione Arketipos e, per quanto riguarda la progettazione della piazza verde sul tema “Le colture agrarie fanno paesaggio”, il paesaggista inglese Andy Sturgeon che ne è autore con gli italiani Lucia Nusiner e Maurizio Quargnale. Sono contenta anch’io perché una volta all’anno almeno si svecchia la via italiana al paesaggio e ai giardini e io imparo qualcosa.

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