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Donne e fiori

Conosco donne belle, vere, intense e donne che rincorrono i successi maschili e i modelli che non appartengono al lato più credibile dell’altra metà del cielo. Ne conosco tante che si occupano di verde e hanno cuore di giardiniere, o che hanno fatto del verde una professione, sicché di quelle ragiono.

Ho visto stamattina che le sue piantine di zucca stanno crescendo, così mi sono ricordata di lei. Una giovane donna, una blogger, un mese e mezzo fa a Camaiore mi ha toccata sulla spalla chiedendomi se ero Mimma Pallavicini e mi ha allungato con un sorriso una bustina di carta tirata a mano, con dentro un bigliettino con una composizione di petali colorati e, in mezzo, un pizzico di semi di zucca a far compagnia a una dedica piena di affetto. Ci conosciamo solo per come ci presentiamo nei nostri blog, ma riempie la vita sentirsi in sintonia e volersi bene. Un’altra donna ha accolto con entusiasmo la mia proposta di fare laboratorio di ricamo dei fiori invito-laboratorio-ricamo-a-Flowers-and-Food-a-Acqui-Termealla mostra Flowers & Food che si svolgerà sul Corso Bagni di Acqui Terme (AL) il prossimo fine settimana (25 e 26 maggio). Siamo tutte donne in carriera, facciamo vita affannata e quando ci avanza un attimo ce ne stiamo in giardino a armeggiare tra i fiori o visitiamo le mostre di giardinaggio. E allora, perché non sederci insieme e ritrovare il bandolo di un mondo femminile che non ci ricordiamo neppure più, fatto di manualità, tranquillità, tempo per discorrere e imparare i gesti che scrivono e disegnano con ago e filo? Detto fatto. La bresciana Monica Crescini ha fatto un imparaticcio prendendo a modello il logo della manifestazione, per altro anche quello disegnato da una donna. E sabato pomeriggio insegnerà a chi lo vuole i segreti del ricamo, sedute in mostra in una cornice di fiori e con Betti Calani che, poco più in là, organizzerà mazzi e bouquet per le appassionate dei fiori e della bellezza.

Se apprezzo donne così, come faccio a trattenermi davanti all’affarismo arraffone di chi disfa il lavoro nella direzione della cultura del verde che ho costruito per trent’anni? Per caso sono finita nella pagina facebook della mostra di Courson e lì ho trovato  “Manuflor, Italie. Cette jeune pépinière installée à Gênes s’est spécialisée dans la production de végétaux rares et difficiles à trouver. Aux côtés d’une foule de vivaces et d’arbustes rares, elle présentera des traitements bio adglicine-violetto-chiaroaptés aux graines et aux bulbes.” Mi hanno poi detto che ha pure vinto un premio per i “suoi” glicini. Non ho potuto esimermi dal lasciare un commento. Rigorosamente in italiano in modo che l’organizzazione, se vuole, debba farsi tradurre il testo. Va bene tutto, ma in tanti in Italia, un anno fa, abbiamo riso il giorno in cui sono stati acquistati nel vivaio di Francesco Vignoli e siamo stati avvertiti  che la prossima mossa di un sedicente vivaio, in realtà un’organizzazione commerciale da mercato rionale con il fiuto per i buoni affari, sarebbe stata la vendita dei glicini di questo vivaista specializzato da molti anni (www.wisteria.it).  Ma Courson è in Francia e là il tam tam non è arrivato. Comunque, con un episodio così m’è scaduto pure Courson. Meno male che ci sono le “mie” donne di fiori, una con la vanga, un’altra con il computer,  una con ago e filo e un’altra con il blocchetto di oasis, tutte con i fiori in testa e un amore che riempie la vita e che è così bello condividere.

Che sorpresa la vita

“Il nido delle rondini quest’anno è rimasto vuoto – ho detto l’altro giorno a mio marito. – Mi sembra che suoni sinistro, che le rondini non vengano a casa nostra”. E lui, che ha un carattere sempre ottimista, mi ha annunciato che nel nido ci sono comunque nuove creature: “Ho sentito stamattina mentre passavo, ma non so chi siano i genitori”. Allora ieri pomeriggio, nell’unico sprazzo di sole da giorni, sono rimasta affacciata al finestrone della veranda, aspettando di vedere se un qualche uccellino usciva da sotto il portico. E ho visto un codirosso, anzi ho visto la coppia che volava su e giù nel cortile. Mi sono ragionata che nella vita bisogna sapersi accontentare e non volere l’impossibile, purché ci sia vita. Gli implumi del codirosso sono sotto il portico, nell’appartamento delle rondini e da ieri faccio attenzione ad attraversare il pianerottolo del primo piano di casa: il pavimento è di legno e ogni passo crea un’onda là sotto, a pochi centimetri da nuove fragili vite che hanno scelto proprio casa mia per venire al mondo e crescere.

Orticola con passo di pianura

Le ragazze di Milano han’ passo di pianura/ che è bello da vedere/  che è bello da incontrare
cantava Ivano Fossati. Inaugurazione di Orticola ai giardini di via Palestro a Milano. Chissà se le sciure con il passo di pianura hanno i fiori in testa  e nel cuore, chissà. Volendo c’è un altro Ivano Fossati di annata, Le notti di maggio.  (In ogni caso la signora dell’ultima foto si chiama Giusi Ferrari Cielo e con i cappellini di fiori e piante o decorati con piante è una vera artista).

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Floracult, flora e cultura

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Le cose del verde intorno a me succedono con una rapidità e un’intensità che, solo vent’anni fa, erano inimmaginabili. “Che almeno io non abbia dedicato la vita a qualcosa che invece non valeva tanto sforzo – mi ragiono a volte – e che a trarne beneficio siano la generazione dopo la mia e tutte le altre”. Puntuale, come ultima regola da giornalista (che applico senza quasi più essere tale), registro mutamenti e spostamenti di stile e di gusti e, se non ne parlo con la frequenza che vorrei, è solo perché i ritmi da tenere sono sempre più accelerati.

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Floracult lo scorso week end a Roma e, ancora una volta, la sensazione che da Firenze in giù siano arrivati dopo a considerare il giardinaggio e la cultura che ci sta dietro, ma adesso le loro risorse siano assai più fresche e brillanti e la loro curiosità meno corrosa dall’abitudine. Lo penso ricordando l’interesse e le domande intelligenti dei visitatori di Milis in Sardegna, la capacità di coinvolgimento attivo dei bambini di Cittanova, in Calabria, chiamati come gioco a mangiare pane e marmellata e a contare le piante della merenda. Bella circolazione di gente ai Casali del Pino alla Storta (a nord di Roma, sulla Cassia), molti meno birignao della serie infinita dei “tu non sai chi sono io” che registro con fastidio alle mostre di giardinaggio nostrane più quotate.  Qui, al massimo, personaggi più o meno in vista servono ai microgossip di Dagospia e si porgono con rassegnazione che quello è il loro ruolo, e non con ostentazione di potere come ho visto al Nord. Intanto a Floracult gli stessi espositori hanno mostrato maggiori ambizioni nell’allestimento rispetto ai sancta sanctorum nordici, da Masino all’Orticola di Milano passando per Murabilia a Lucca. Forse perché padrone di casa sono le Fendi, famiglia tutta al femminile di stilisti e imprenditori della moda. Che hanno impresso uno stile informale chic, con una particolare attenzione alla sostenibilità e al biologico che fa onore a Ilaria Venturini Fendi.

Dolenti note. Lo stand dell’AMA a Floracult, con l’omaggio ai visitatori di sacchetti da 1/2 kg di compost, mi ha incuriosito, visto che mi sto interessando di compostaggio e prendo nota di ciò che riguarda la raccolta dell’organico dai rifiuti urbani. A Roma la percentuale è ancora bassa, e la differenziata stenta a decollare: hanno gridato al miracolo per la percentuale del 30,2% raggiunta lo scorso dicembre, quando la CE alla stessa data chiedeva il 65%. E il “patto per Roma” si è dato tempo per mettersi a pari con l’Europa civile, ponendo come obiettivo del 2013 il 40% di differenziata. Mi ha raccontato a Floracult un dipendente AMA, addetto alla sensibilizzazione dei romani, che la gente non ne vuole sapere e allora hanno deciso di ricorrere alle maniere forti, aprendo e controllando i sacchetti e multando la famiglia quando i rifiuti non ben differenziati sono riconoscibili come di qualcuno, sennò tutte le famiglie del condominio (110 euro a famiglia!). Lo scorso anno gli “ispettori” con l’ingrato compito di piegare i cittadini al civismo hanno fatto 16.000 multe. Una nota a margine. Ho chiesto perché il compost non lo vendono; mi hanno risposto che, in quanto società con altre finalità, non possono. A San Francisco dal compost ricavato dall’umido urbano incamerano ogni anno 20 milioni di dollari. Te la do io l’America.

Dolenti note. Lo stand dell’AMA a Floracult, con l’omaggio ai visitatori di sacchetti da 1/2 kg di compost, mi ha incuriosito, visto che mi sto interessando di compostaggio e prendo nota di ciò che riguarda la raccolta dell’organico dai rifiuti urbani. A Roma la percentuale è ancora bassa, e la differenziata stenta a decollare: hanno gridato al miracolo per la percentuale del 30,2% raggiunta lo scorso dicembre, quando la CE alla stessa data chiedeva il 65%. E il “patto per Roma” si è dato tempo per mettersi a pari con l’Europa civile, ponendo come obiettivo del 2013 il 40% di differenziata. Mi ha raccontato a Floracult un dipendente AMA, addetto alla sensibilizzazione dei romani, che la gente non ne vuole sapere e allora hanno deciso di ricorrere alle maniere forti, aprendo e controllando i sacchetti e multando la famiglia quando i rifiuti non ben differenziati sono riconoscibili come di qualcuno, sennò tutte le famiglie del condominio (110 euro a famiglia!). Lo scorso anno gli “ispettori” con l’ingrato compito di piegare i cittadini al civismo hanno fatto 16.000 multe. Una nota a margine. Ho chiesto perché il compost non lo vendono; mi hanno risposto che, in quanto società con altre finalità, non possono. A San Francisco dal compost ricavato dall’umido urbano incamerano ogni anno 20 milioni di dollari.

Avrebbe potuto inseguire il barocco romano, la ridondanza piaciona della capitale,  la scenografia da Cinecittà, e invece per questo luogo in ristrutturazione (era un villaggio della Manifattura Tabacchi, acquistato pochi anni fa quando ormai era del tutto degradato e vilipeso) ha scelto il sottotono che lascia spazio al genius loci di una campagna bellissima, alla memoria antica degli Etruschi della città di Veio che ha lasciato vestigia sul territorio della tenuta, ai diritti del tufo e dell’acqua, dei prati, dei maestosi pini domestici (Pinus pinea) e delle greggi di pecore che pascolano come ai tempi della settecentesca  pittura di paesaggio.

Tanti piccoli segnali per dire che la redenzione di un luogo antropizzato  passa attraverso la coscienza e il desiderio di non dilapidare memoria e risorse. Dentro a costruzioni semidiroccate (ma senza il fascino sinistramente delabré delle rovine) in occasione di Floracult ci hanno messo una “scuola per reinventori”, le gabbie di pulcini e anatroccoli in vendita di un espositore, la zona conversazioni… Alla cura lucida e un po’ apprensiva di Antonella Fornai è stata lasciata anche la parte culturale, con una splendida conversazione di Stefano Mancuso che ha tenuto sedute 60 persone per due ore, con coda di domande intelligenti. Ho preso appunti, spero di ricavare il tempo necessario per mettere di fila il discorso e riproporlo sul blog.

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In mezzo a espositori un po’ diversi da quelli che animano le manifestazioni nostrane, purtroppo ho colto qualche segnale che stanno scendendo gli Unni vivaistici anche su Roma. Peggiore tra tutti, la figura del vivaio Degli Innocenti che, almeno in ricordo di una lunga e gloriosa storia di iris e giardinaggio fiorentino, dovrebbe esimersi dal prestarsi volgarmente al vivaismo commerciale olandese. Piante gonfiate come le labbra di certe signore, colori sgargianti e tronfi con accostamenti improbabili, cioè esattamente il contrario di ciò che si chiede a una mostra di giardinaggio. In mezzo, parecchi stand di associazioni caritatevoli, a cui è stata offerta anche la possibilità di raccontare nel conversatorio le finalità, installazioni d’arte, un laboratorio sul tema dell’idroponica (www.studiomobile.org), una stanza di animali curiosi che raccontano una natura diversa e meravigliosa, la presentazione di una rosa Barni dedicata a Mariangela Melato, consulenze di giardinaggio… In generale, una manifestazione che per me è una bella scoperta, e alla quale auguro un futuro pari almeno al presente.

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Una foto una storia (dal 24 aprile 2013)

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La foto della testata del blog dal 24 aprile 2013

Dopo la pioggia

I ritmi non rallentano, gli impegni anzi si moltiplicano, come solo succede a chi non si sottrae mai, per principio, alla vita che incalza. Sicché, da trottola, dopo un inverno a scrivere un numero eccessivo di ore al giorno, una primavera sempre in giro a fare, a registrare quel che succede, a progettare altro. Vado su e giù per l’Italia ora seguendo ora guidando la carovana del giardinaggio nazionale, e in mezzo devo farci stare ciò che alla vita appartiene e, invecchiando, confesso che talvolta diventa pesante. Ma non ho né voglia né motivo di parlarne. Stasera, prima di partire per Roma ospite di Floracult, ho però voglia di cambiare la testata del blog. Ho scelto un arcobaleno, perché è un simbolo sereno e parla di sole dopo la pioggia. Ne abbiamo vista tanta, di acqua, sino all’altro giorno. Ma oggi,arcobaleno scendendo in città, ho visto per magia fioriti i lillà e gli alberi di Giuda, i prunus da fiore e i tulipani. Si direbbe che la primavera abbia deciso di arrivare. L’arcobaleno, che ho fotografato un giorno dal balcone più in alto della mia casa che si affaccia sulla valle, è per incrociare le dita che, se aprile ce lo siamo giocato sotto l’acqua, maggio arrivi con il sole e l’asciutto.

Tra mostre e piogge

Villa-Manin-durante-FlorealFestReduce da FlorealFest nell’esedra di Villa Manin a Passariano (UD), con il sole giusto il giorno di Pasquetta, mi appresto ad un altro week end che, in via scaramantica, ha subito variazioni logistiche all’ultima ora perché, in caso di altra pioggia, la manifestazione non ne debba soffrire. E insomma. A decidere per tutti ormai è il tempo. Alla prova dell’acqua a catinelle lo spazio straordinariamente armonico di Villa Manin non ha retto tanto bene, colpa di una manutenzione carentissima (pozzanghere grosse come laghetti nel prato e non solo) che fa il paio con un cattivo gusto esecrabile, che suggerisce ai gestori della Villa (divenuta proprietà della Regione Friuli Venezia Giulia) di acquistare transenne giallo girasole, in modo che si vedano bene e facciano pendant con il colore degli scuri alle finestre della villa. In Italia si dovrà pure affrontare prima o poi il problema di questi luoghi che sono perfetto biglietto da visita di chi siamo, in tutti i sensi. Illustrano la grandeur del passato delle nostre architetture, le scommesse di stile e creatività di un popolo (non solo ricchi e nobili, ma anche artigiani, maestranze abilissime, architetti visionari) e la miseria dell’abbandono che ha poi imposto recuperi assai più costosi di quanto sarebbero stati necessari se il restauro fosse stato costante. Sicché la sequenza è: si lascia andare, qualcuno grida allo scandalo, si cercano i soldi per il recupero, si spendono non si sa mai bene come cifre fuori da ogni logica, si destina l’immobile e il suo verde a qualsiasi cosa e ricomincia, con la gestione, una nuova forma di abbandono, tanto più colpevole in quanto mangia costantemente altro denaro senza che si veda in che cosa viene impiegato, dato che la manutenzione non è il nostro forte. Lo pensavo tornando a casa e dalle parti di Brescia, ferma a fare benzina in autostrada, alzando lo sguardo ho visto un manifestomanifesto-Venaria-Reale 6×3 pubblicitario della Reggia di Venarla Reale. Una spina nel fianco, per me. Hanno il denaro per pubblicizzare la Reggia su un’autostrada dove la gente sfreccia a oltre i 100 km all’ora, ma non per la manutenzione decente di un giardino che potrebbe essere una meraviglia, non fosse altro che per il respiro degli spazi. Ma questa è l’Italia del bello svillaneggiato.

Per non ferire il bello dei prati verdi antistanti le mura di Lucca, per non rischiare di affondare nella terra e limitare l’accesso dei visitatori e il lavoro degli espositori, ieri la municipalità di Lucca ha deciso: per VerdeMura, che inaugura domani mattina e dura questo fine settimana, niente spalti, niente cannoniere, niente baluardo San Martino. Tutto si svolgerà sul tratto di mura di Porta Santa Maria, tutti in cima alle mura per l’occasione chiuse all’accesso. E d’altronde non si sa come vada questo clima ancora invernale, anche se si sa che tra sabato e domenica a turbare il rito della manifestazione dovrebbero esserci solo sporadiche nuvolette. Unici a beneficiare di questo ritardo delle fioriture, saranno gli appassionati collezionisti di camelie della Lucchesia e di ranuncoli: troveranno una mostra delle une e degli altri con decine di varietà più del previsto, proprio perché il tepore primaverile è ancora di là da venire. Io sono contenta per i ranuncoli: mi piacciono moltissimo e fotografarli ancora di più.

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Un uovo cosmico

Follette-pasquali

Piove, diluvia, e dicono che è Pasqua. Qui in Friuli a Villa Manin di Passariano, posto magico e ben frequentato, oggi non ha smesso un solo minuto. E due follette stagionate che fanno? Se ne fregano del tempo, aspettano ottimiste che qualcuno delle commissioni appena insediate dal Presidente della Repubblica trovi il modo di fare uscire l’Italia dall’empasse in cui si trova e, arrampicandosi in cima a un enorme uovo di cioccolata, ci versano dentro la sorpresa. Dico io pregustando l’effetto: ”Sarà una sorpresa diversa” e Rita Ammassari, che con penna, pennelli e inchiostri continua vedere noi due come agili e grassocce vecchie ragazze, non demorde: “Passami l’empatia” dice e versa nell’uovo pasquale tutto quello che ci manca in questi tempi non proprio felici e trasparenti.
Dall’angolo defilato della vignetta viene il commento di una gallina. Ma Zichichi è lontano e i suoi raggi cosmici che tanto indispettiscono il presidente della Regione Sicilia, non c’entrano nulla. Oppure di questi tempi non è dato un uovo di cioccolata pieno di sorprese empatiche, etiche, serene e amichevoli.
L’augurio, a voi che leggete, è che spaccando l’uovo di Pasqua vi troviate dentro tutto questo, come se vivessimo in un cosmo felice.

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