Feeds:
Articoli
Commenti

guerrilla-gardening-FAI-Vercelli-5Lo stile new age è passato di moda, e la storia che voglio raccontare potrebbe sembrare improntata al buonismo new age solo ad una interpretazione non troppo attenta, mentre a mio parere anticipa qualcosa di quel che rimarrà quando quest’epoca di crisi sarà finita. Insegna insomma un diverso rapporto tra le persone, tra le persone e la città, tra cittadini, urbanesimo e imprenditoria.aiuole rampa accesso ospedale VC prima del 13 aprile 2014 La storia è questa.

Ieri mattina una ventina di persone, rispondendo all’invito della locale delegazione del FAI – Fondo Ambiente Italiano – si è data appuntamento davanti all’ospedale di Vercelli per un’azione di guerrilla gardening: risistemare a verde due lunghe aiuole parallele (29 x 1,60 m) sulla rampa antistante la facciata del nosocomio: nessuno aveva più fatto manutenzione dalla fine degli anni Novanta, quando erano state allestite perché lì davanti ci doveva passare il papa. In programma c’era l’intervento anche in altri due luoghi che, per quanto pubblici e in centro, erano all’abbandono: un giardinetto davanti al liceo scientifico e un’aiuola della zona uffici inspiegabilmente adibita a toilette per cani e posacenere abusivo dei clienti della banca che si affaccia sull’aiuola (banca che non ha evidentemente mai pensato al decoro della propria facciata, sennò con spesa minima avrebbe vestito di verde quegli 8-10 mq). Arriviamo per tempo e, brutta sorpresa, l’ufficio tecnico dell’ospedale che doveva far vangare le due aiuole non ha provveduto. Gli uomini in forze della compagnia si sono contati e hanno contato le vanghe imprestate dal Comune. Un contadino, un impiegato che per un po’ ha praticato il giardinaggio per lavoro, un vivaista e suo figlio adolescente si sono armati e hanno cominciato a girare la terra, mentre il drappello di giardinieri della domenica (in massima parte improvvisati e desiderosi di sapere come si fa) ripulivano la terra da cartacce, mozziconi e malerbe e preparavano le piante da mettere a dimora. Ad un certo punto, si erano fatte quasi le 10 di mattina, uno dei vangatori ha considerato che a quel ritmo le aiuole sarebbero state pronte per la piantagione sul mezzogiorno e dunque avremmo avuto occupato anche il pomeriggio. Il vivaista allora si è offerto di andare a prendere la sua motozappa e le aiuole poco dopo erano pronte. Intanto è passata una signora anziana diretta all’ospedale, ha osservato incuriosita, ha proseguito sino all’ingresso, ha fatto dietro front e si è avvicinata: “Scusate se mi intrometto; vedo che siete volontari del FAI e vorrei a mio modo partecipare al vostro lavoro, che apprezzo molto: vi posso offrire un caffè?” Ma eravamo lanciati, l’abbiamo ringraziata del pensiero come se quel caffè lo avessimo bevuto. Una delle guerrigliere aveva portato un bel sacco di stallatico disidratato, un’altra si era procurata un sacco di concime a lenta cessione, io avevo trovato da una ditta di Camaiore 100 m di telo di pacciamatura, una giovane giornalista locale si è prestata a documentare con le fotografie ciò che stavamo facendo. Una volta incorporato il concime, guerrilla-gardening-FAI-Vercelli-1rastrellata la terra, steso e fissato il telo, è cominciata la piantagione vera e propria: oltre 200 arbusti e un centinaio di erbacee perenni e fiori. Rassicurata dal buon ritmo e dall’assenza di defezioni, che pure io avevo dato per possibili, una squadra di tre o quattro guerriglieri si è staccata per andare a sistemare il giardinetto del liceo. A lato delle aiuole si è fatto sempre più intenso il via vai di persone dirette all’ospedale, molte delle quali incuriosite: chi siete, che cosa state facendo, che cos’è quel telo che avete steso, che pianta è quella, perché mettete a dimora così distanti le piante? E i più sconsolati circa le capacità manutentive comunali: e poi chi bagna? Io ho realizzato che dare risposte alla raffica di domande non era perdere tempo, ma insegnare alla gente qualcosa del giardinaggio e molto di come osservare la città in cui si vive e pretenderne una maggiore vivibilità e un maggiore decoro. Sicché il mio ruolo si è un po’ trasformato in addetta alle pubbliche relazioni. Un signore in transito ha confessato che, nonostante la frequentazione pluridecennale di quel luogo, non si era mai accorto che ci fossero due lunghe strisce di terra e che, piantate e fiorite, potevano rendere più sereno l’ingresso all’ospedale. Un altro ha detto che il volontariato ci salverà e che in passato, per molti anni, lo aveva praticato insegnando ai suoi figli a fare altrettanto. Dopo mezz’ora o poco più è tornato con panino e bibita per tutti: “Non posso andare a casa a cambiarmi e ho altri impegni, sennò mi sarei unito a voi. Spero vi faccia piacere fermarvi un attimo a riprendere forze con uno stuzzichino”. A mezzogiorno il lavoro sembrava ancora in alto mare. Qualcuno ha avuto un attimo di scoramento, il più giovane della compagnia si è lamentato di passaggio, una signora anziana ha continuato a chiedere “Che cosa devo fare?” anche se era evidente che cosa c’era da fare, in due o tre abbiamo bisticciato con la nostra schiena, un carcerato in semilibertà ha detto che aveva collaborato volentieri ma che a quel punto doveva proprio andare. Chi aveva bisogno di prendere fiato ha seguito il consiglio e ha fatto pausa con bibita e panino sul bordo rialzato di marmo delle aiuole. La sensazione di fare guerrilla-gardening-FAI-Vercelli-2qualcosa per la propria città deve essere contagiosa e predispone l’animo ad altri gesti simili: davanti a un signore che cercava un taxi senza trovarlo ed era disperato perché doveva andare alla stazione, uno di noi si è prestato ad accompagnarlo con la propria auto parcheggiata lì nei pressi. Poco dopo sono tornati i guerriglieri dislocati all’altro giardino e, con la loro collaborazione, all’una era tutto piantato, annaffiato e pulito. “Peccato per quell’altra aiuola in piazza Risorgimento” – ha detto uno dando per scontato che non si sarebbe più fatta – e due altri si sono offerti invece di provvedere seduta stante, all’ora di pranzo di una domenica di aprile: hanno caricato piante, telo di pacciamatura, concimi e rastrello e sotto il sole a picco hanno realizzato pure quella.

Mentre io me ne andavo in auto in un altro luogo e verso un altro impegno mangiando il panino offerto dal gentile “fiancheggiatore” della prima azione di guerrilla gardening vercellese, ho pensato che ci sono iniziative positive che sono volano per molte altre iniziative dello stesso segno. Basta rimettere in moto il meccanismo di umanità e partecipazione arruginito da decenni di benessere consumista e finti valori. Ci sarà in futuro chi, avendo osservato il risultato del lavoro di una banda di guerriglieri verdi della domenica, deciderà di rispondere all’appello e si unirà rendendo più folta la squadra di volontari. Ci sarà il Comune che, se le piantagioni daranno i risultati sperati, ragionerà sul fatto che trovare i soldi per le piante è possibile, se poi a piantarle e curarle ci sono i cittadini. D’altronde a Bologna, seguita ormai da altri comuni italiani, hanno appena messo a punto un “regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”, segno che i tempi sono maturi: perché i comuni superino le burocrazie e la detenzione del potere politico assoluto sulla res publica, perché  i cittadini guerrilla-gardening-FAI-Vercelli-3partecipino attivamente e fattivamente alla vita della comunità, adoperandosi per risolvere i problemi che, in ogni realtà urbana, gridano vendetta in quanto segno di incuria, disinteresse, cattiva gestione del potere e delle risorse economiche pubbliche.

C’è ancora un aspetto da considerare: le aziende interpellate per un aiuto con materiali e piante hanno risposto subito di sì, senza tentennamenti né condizioni: per la guerrilla gardening di Vercelli ci sono stati aiuti per oltre mille euro. E l’impressione è che lo abbiano fatto più per spirito di collaborazione e partecipazione indiretta a un bel gesto nei confronti della collettività, che per promozione aziendale. In ogni caso non per pubblicità ma per ringraziamento voglio segnalare qui Vivai Nord di Lurago d’Erba (CO) che ha fornito 259 arbusti adatti al verde urbano; la manifattura Pardini di Camaiore (LU) e la sua linea da giardinaggio Piantallegra per i rotoli di telo pacciamante di 50 mx 1,05; il garden center Peraga di Mercenasco (TO) (www.peraga.it) per aver fornito ad ogni partecipante un piantatoio di marca e una confezione di bulbi estivi.

guerrilla-gardening-FAI-Vercelli-4

Arbusti da guerrilla gardening urbana (quelli che abbiamo piantato noi): Weigela florida ‘Cappuccino’® fiori rosa in maggio-giugno, altezza e diametro 120 cm; Berberis thunbergii ‘Rose Cloud’ altezza 1,20 m diametro 2 m; Berberis thunbergii ‘Atropurpurea Nana’ altezza 60 cm, diametro 75 cm; Berberis thunbergii ‘Sartori’®; Berberis thunbergii ‘Bonanza Gold’; Hypericum kouytchense fiori gialli luglio-ottobre, capsule rosse in autunno, altezza 1-1,5 m; Spiraea nipponica ‘Snowmound’ fiori bianchi in maggio-giugno, altezza e diametro 2 m ; Teucrium x lucidrys fiori rosa tra giugno e settembre, altezza 40 cm; Symphoricarpus x chenaultii ‘Hawcock’ fiori rosa piccoli in giugno-luglio poi bacche bianche altezza 2 m diametro 3 m. Inoltre sono state piantate, senza telo, specie erbacee della flora spontanea molto rustiche e resistenti all’asciutto: Echium volgare a fiori blu e Dianthus seguieri, un garofanino a fiori rosa.

Siccome ci sono ancora alcuni metri quadrati da riempire in fondo alle due aiuole dell’ospedale e nel frattempo, sensibilizzati in prima persona, proprio i guerriglieri di ieri si sono accorti che nel tratto di passaggio tra due piazze principali della città le bordure sotto gli alberi sono vuote e spelacchiate, mi è venuto voglia di alzare il telefono e bussare in un vivaio di erbacee perenni, magari per qualche cassetta di graminacee o di lavande. Se la richiesta sortirà effetto, prima di Pasqua il FAI di Vercelli avrà perfezionato i risultati della propria guerrilla verde e avrà dato l’esempio di quello che nelle città si può migliorare senza troppa fatica: in questo caso solo con un po’ di volonterose pulizie pasquali ben fatte.

La pena inflitta ai fortunati

primavera-a-casa-mia

Anemonella-thalictroides-Shoaf'-PinkStamattina è come se fossi all’inferno: stare qui seduta al computer con la primavera che bussa insistente alla mia porta è una pena. A quattro metri da me c’è il sole, ci sono i tulipani ‘Attila’ e il melo ‘Lizet’ che dialogano sui toni del magenta e del porpora (ci metto pure le primule selezione a casa mia e i germogli della lisimachia ‘Alexander’ quest’anno ad ampie pennellate rosa), l’haconecloa accresce i nuovi getti con una velocità e un biondo mai visti e le hosta puntano i germogli al cielo: dura una settimana o dieci giorni ed è lo spettacolo che mi piace di più delle hoste e se me lo perdo ora non ci sarà più sino al prossimo anno. Intanto cinque delle mie sassifraghe sono in fiore, la primula denticulata si pavoneggia in un piccolo vaso a urna sulla soglia di casa e dalla parte opposta Anemonella thalictroides ‘Shoaf’s Pink’ è un miracolo di grazia. E io qui a guardare un monitor asettico invece di partecipare alla primavera. Forse è la pena inflitta a chi ha sempre potuto scegliere la propria direzione, il luogo in cui vivere, le modalità con cui partecipare al flusso delle cose e della realtà. Di questi tempi, pur con il groppo in gola, c’è da ritenersi fortunati a poter dire di scegliere ogni giorno la propria vita, escluso purtroppo stare in giardino se c’è da lavorare.

Una foto una storia (dal 2 aprile 2014)

cropped-viola-rupestris-rosea-per-testata.jpg

La foto della testata del blog dal 2 aprile 2014

Le violette per prendere respiro

Se guardassi, non avrei più tempo neppure di respirare. Lo sa chi mi cerca e, anche bussando con bei modi, non riesce a ottenere la mia attenzione: certi giorni sono più di 100 mail, ognuna con una richiesta diversa, evadibile con ore e giorni di impegno. I tempi sono durissimi, e affidati quasi solo al volontariato di chi, come me, crede che in questa epoca di crisi bisogna imparare a resistere e a collaborare anche senza un ritorno, o con un ritorno non pari alla professionalità e all’impegno delle proprie risorse. E le piante sono una insostituibile consolazione e una via di fuga. Per questo quando abbiamo deciso di preparare una mostra di viole per VerdeMura a Lucca (che inaugura questo venerdì a mezzogiorno), ho messo da parte i conti di quanto tempo in più avrei dovuto impegnare e ho dedicato con entusiasmo ore e giorni extralavorativi a documentarmi per poterne scrivere e per trovare chi poteva aiutarci fornendo esemplari da mostra. Venerdì, sotto il castello di Porta Santa

Viola-pedatifida

Viola pedatifida

Maria delle mura di Lucca, ci saranno viole di tutto il mondo: una collezionista savonese ha messo a disposizione, insieme alla sua disponibilità di esperta che fornirà assistenza alla mostra, viole americane e giapponese da lei fatte nascere da seme, oltre a due violette odorose da lei ibridate e registrate; il vivaio friulano Susigarden metterà a disposizione la sua famosa e annosa collezione di violette antiche, le vecchie varietà profumatissime create nell’Ottocento. Poi il vivaio piemontese di piante alpine e da roccaglia Vivalpi ha fornito altre violette rare, soprattutto delle montagne di tutto il mondo; io ho raccolto quelle della flora spontanea che sono fiorite ora nei miei prati e negli incolti e ho aggiunto qualche esemplare delle viole che, come mine vaganti, nascono nel mio giardino dove diavolo pare a loro, mai dove voglio io. Questo per esempio è un anno speciale per l’americana Viola pedatifida, che fa la misteriosa un po’ qui e un po’ là da vent’anni e ha scelto da due anni come luogo prediletto il bordo di una conca di pietra dove io non l’avrei mai piantata. Il cespo fitto di quasi 20 cm di diametro da quattro giorni è esploso in una fioritura folle di centinaia di corolle azzurro violette. Ma c’è ben altro da raccontare.

Il genere Viola conta circa 400 specie (una sessantina nella flora italiana), quasi sempre a fioritura primaverile, non più alte di 15 cm ed erbacee, raramente suffruticose e di taglia maggiore. Si incontrano in natura negli ambienti più disparati: Viola calcarata delle Alpi sale dal piano montano sino a 2800 m di quota, V. peduncolata preferisce le calde regioni costiere della California, mentre vive nei boschi freddi del Canada e degli stati americani confinanti V. canadensis dai fiori bianchi velati di violetto soprattutto sull’esterno dei petali, e predilige il sottobosco chiaro australiano V. hederacea, in grado di sopportare escursioni termiche estreme, da –4 °C a +44 °C. Questa è una delle viole che (a parte la mammola, Viola odorata, dei nostri incolti) per prime hanno incuriosito i giardinieri, perché in clima mite e nelle posizioni più riparate e luminose

Viola vulcanica in una foto scattata da John e Hilary Birks dello Scottish Rock Garden Club  nel 2010 durante una campagna di ricerca in Patagonia delle “altre viole” non ancora conosciute, con vegetazione a rosetta, come i semprevivi. Qualche foto nel forum del Club (http://www.srgc.net/forum/index.php?topic=4963.0)

Viola vulcanica in una foto scattata da John e Hilary Birks dello Scottish Rock Garden Club nel 2010 durante una campagna di ricerca in Patagonia delle “altre viole” non ancora conosciute, con vegetazione a rosetta, come i semprevivi. Qualche foto nel forum del Club

forma rapidamente ampi tappeti, trapuntati da aprile a ottobre di piccole corolle bianche con gola viola. A fronte di questa specie adattabile, ce ne sono altre ad esclusiva portata di giardinieri superspecializzati, per esempio alcune delicatissime violette giapponesi e altre, come Viola coronifera, con la vegetazione del tutto simile a quella dei Sempervivum e i fiori gialli disposti a raggiera, scoperta in Patagonia pochi anni or sono, non sono ancora testate in coltura.

Chi vuole conoscere il resto della storia,venga a Verdemura nel fine settimana. E per cinque che abitano lontano e me ne facciano richiesta (mandatemi nome e indirizzo attraverso i contatti del blog), riservo una copia del catalogo della manifestazione che ha dedicato servizi alla famiglia delle violacee, al genere Viola e alle viole del pensiero, di cui a Lucca saranno presentate, con il loro nome, un paio di centinaia di varietà.

Io che in questo scorcio di stagione non ho più tempo neppure di respirare, ho cercato un attimo di respiro parlando di viole. Per vestire la testata del blog di fiori gentili (come non sono, spesso, le persone che “pretendono” la mia attenzione e il mio tempo) ho scelto Viola rupestris ‘Rosea’, fotografata ieri nei muri di pietra-roccaglia del vivaio Vivalpi e di cui mi

Viola-rupestris-Rosea

Viola rupestris ‘Rosea’

sono innamorata. Ne so poco: alta meno di 10 cm, viene dalle montagne europee, dunque direi che ama il sole e l’asciutto ma è spesso confusa con Viola arenaria che è americana. Aggiungo anche questo quesito da sottoporre a chi, nel corso di Verdemura, garantirà un supporto scientifico alla mostra “Viole per fare primavera”. Chi vorrà unirsi a me in una festa botanica di primavera che ha le viole come protagoniste principali trova le informazioni sul sito www.verdemura.it.

Lo so che alla maggior parte dei giardinieri non importa nulla dei frutti antichi sardi, ma mi sento in dovere di gratificare quei pochi (comunque non pochissimi, e in genere molto ferrati in materia) che hanno invece un legame speciale con la frutticoltura e con il recupero delle vecchie varietà locali in quanto patrimonio di un territorio e parte della storia non solo agronomica di un popolo. Sicché rendo conto qui di una conferenza a mio parere molto interessante che ho ascoltato a Milis nei giorni di ‘Primavera in giardino’ e tenuta da Guy D’Allewin, ricercatore cinquantacinquenne di origine belga, ma Guy-D-Allewin-Milis-2014naturalizzato sardo, dell’Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari (ISPA) del CNR. D’Allewin ha dato conto di ciò che si sta indagando sulla frutticoltura tradizionale sarda e sulla sua biodiversità a partire dai dati tecnici forniti dai frutti coltivati nel campo catalogo di Oristano Nuraxinieddu e analizzandone le proprietà nutrizionali, con belle sorprese. Per esempio, le varietà di mele e pere sarde si sono evolute in un ambiente ostile (soprattutto in estate per il caldo e per la siccità), con il risultato che le pere estive hanno una durata limitatissima e le mele sono in genere farinose. Ma mele, pere e susine sarde hanno un contenuto di polifenoli e antiossidanti decisamente superiore a quelle coltivate altrove.

A proposito di pere: ‘Camusina grande’. Frutti piccoli, turbinati brevi, con peduncolo corto, verde, carnoso, inserito obliquamente e di aspetto diritto. L'epicarpo è liscio, di medio spessore, di colore verde chiaro con ampia zona di sovracolore rosso. La polpa è di colore bianco, non molto dolce, ma aromatica, di consistenza acquosa, mediamente succosa e con tessitura fine. Resistenza all'ammezzimento scarsa. Epoca di maturazione: prima decade di luglio. Notevole la precocità.Le pere "Camusine" costituiscono una popolazione diffusa e molto apprezzata in tutta la Sardegna, comprendente gruppi differenti per la precocità e diversi caratteri pomologici. L'origine del gruppo di cultivar è ancora incerta. Secondo alcuni autori sono state introdotte nell'Isola in epoca romana e corrisponderebbero alla varietà pompeiana (Cherchi-Paba, 1977). Secondo altri, invece proverrebbero da Camogli, sulla costaligure, il nome italiano sarebbe ‘Camoglina’ (Cara, 1889). In comune le diverse cultivar hanno la pezzatura piccola e la tendenza ad ammezzire.  Tratto da Agabbio, Suelzu, Mulas, Mannoni ‘Patrimonio genetico delle pomacee in Sardegna’, Istituto per lo studio dei Problemi Bio-Agronomici delle Colture Arboree Mediterranee, s.d. Foto di William Marras su www.sardegnadigitallibrary.it

A proposito di pere: la ‘Camusina grande’. Frutti piccoli, turbinati brevi, con peduncolo corto, verde, carnoso, inserito obliquamente e di aspetto diritto. L’epicarpo è liscio, di medio spessore, di colore verde chiaro con ampia zona di sovracolore rosso. La polpa è di colore bianco, non molto dolce, ma aromatica, di consistenza acquosa, mediamente succosa e con tessitura fine. Resistenza all’ammezzimento scarsa. Epoca di maturazione: prima decade di luglio. Notevole la precocità.Le pere “Camusine” costituiscono una popolazione diffusa e molto apprezzata in tutta la Sardegna, comprendente gruppi differenti per la precocità e diversi caratteri pomologici. L’origine del gruppo di cultivar è ancora incerta. Secondo alcuni autori sono state introdotte nell’Isola in epoca romana e corrisponderebbero alla varietà pompeiana (Cherchi-Paba, 1977). Secondo altri, invece proverrebbero da Camogli, sulla costa ligure, il nome italiano sarebbe ‘Camoglina’ (Cara, 1889). In comune le diverse cultivar hanno la pezzatura piccola e la tendenza ad ammezzire.
Tratto da Agabbio, Suelzu, Mulas, Mannoni ‘Patrimonio genetico delle pomacee in Sardegna’, Istituto per lo studio dei Problemi Bio-Agronomici delle Colture Arboree Mediterranee, s.d. La foto è di William Marras su www.sardegnadigitallibrary.it

Risponde a questa regola, per esempio, la pera ‘Camosina’, eccellente, nutritiva ma con una durata di soli 2-3 giorni dalla raccolta. In più si dimostra molto resistente alla ticchiolatura (non così la ‘Camosina Grande’). Le pere ritrovate sul territorio dell’isola e attualmente in coltivazione nel campo catalogo sono ben 108, di cui 96 ad alto contenuto di polifenoli. Questo vuol dire che sono piuttosto astringenti, caratteristica che scompare con l’essiccazione. E infatti erano selezionate in passato anche per essere disponibili in inverno, quando non c’era altro. Di tutte, 73 sono soggette all’imbrunimento a maturazione e, una esclusa, tutte hanno ottima affinità d’innesto con il perastro della flora spontanea. E infatti tradizionalmente le marze venivano innestate dai pastori stessi sui perastri nati da soli lungo le strade, così i frutti avrebbero dissetato loro e le loro greggi in transito. Quasi tutte precoci e precocissime, le pere sarde hanno una particolarità importante: la resistenza alle malattie. Quelle del nuorese e della Barbagia una virtù in più, non producono micotossine, sicché anche senza pastorizzazione sono sempre esenti da Penicillium espansum o meglio: il gene della micotossina si esprime ma viene bloccato, tant’è che una ricercatrice sarda sta lavorando in Spagna su questo dato. Altre particolarità trovano già impiego fattivo. Per caso si è scoperto che il liofilizzato di pera ‘Vacchesa’ può essere utile in ambito odontostomatologico. All’ospedale di Cagliari è infatti in prova, con ottimi risultati, contro l’alitosi da disordini dentari e contro i radicali liberi dopo operazioni del cavo orale. Essendo un eccellente cicatrizzante, potrebbe persino diventare una cura naturale contro Helicobacter pylori.

Altre pere, come ‘San Domenico’ e ‘Bau’, sono eccezionali per qualità organolettiche e per il mercato del fresco come per i succhi di frutta. Altre ancora ammezziscono facilmente, ma proprio per questo, pare, formano composti aromatici utili alla longevità, come ha dimostrato uno studio sugli ultracentenari sardi. La varietà ‘Olzale’ diventa nera a maturazione, ma mantiene la buccia dura: si taglia a metà e si mangia con il cucchiaino:potrebbe essere un modo semplice per fare il pieno di benessere.

A proposito di frutti sardi: la pompìa. Scrive Claudio Secchi nella sua tesi di laurea, pubblicata su internet all’indirizzo sapompia.blogspot.it: “L'albero sembrerebbe un arancio ma i rami sono spinosi come quelli del limone. Il nome scientifico provvisorio è Citrus monstruosa, un ecotipo locale, sviluppatosi nell'ambito del germoplasma isolano, e l'ipotesi per ora più accreditata la definisce come un ibrido sviluppatosi dall'incrocio tra cedro e limone, forse in epoca medioevale, in seguito alla decadenza agricola delle zone litoranee, quando la fascia costiera venne abbandonata dalle popolazioni per le frequenti invasioni barbaresche. Ma non si tratta del cedro, la cui coltura era diffusa in Sardegna già nel IV secolo, né della lumia, altro agrume storico a cui viene accostato; da questi diverge sia per le caratteristiche dell'albero che del frutto. Sa pompìa è uno dei più grossi agrumi che si conosca: la sua circonferenza, di forma irregolare, può raggiungere i 70 cm, la sua buccia, di colore giallo, si presenta rugosa e ricca di tubercoli. L'albedo viene utilizzato nella preparazione del candito omonimo mentre il succo, piuttosto acido, non ha trovato finora nessun campo d'impiego.”

A proposito di frutti sardi: la pompìa. Scrive Claudio Secchi nella sua tesi di laurea, pubblicata su internet all’indirizzo sapompia.blogspot.it: “L’albero sembrerebbe un arancio ma i rami sono spinosi come quelli del limone. Il nome scientifico provvisorio è Citrus monstruosa, un ecotipo locale, sviluppatosi nell’ambito del germoplasma isolano, e l’ipotesi per ora più accreditata la definisce come un ibrido sviluppatosi dall’incrocio tra cedro e limone, forse in epoca medioevale, in seguito alla decadenza agricola delle zone litoranee, quando la fascia costiera venne abbandonata dalle popolazioni per le frequenti invasioni barbaresche. Ma non si tratta del cedro, la cui coltura era diffusa in Sardegna già nel IV secolo, né della lumia, altro agrume storico a cui viene accostato; da questi diverge sia per le caratteristiche dell’albero che del frutto. Sa pompìa è uno dei più grossi agrumi che si conosca: la sua circonferenza, di forma irregolare, può raggiungere i 70 cm, la sua buccia, di colore giallo, si presenta rugosa e ricca di tubercoli. L’albedo viene utilizzato nella preparazione del candito omonimo mentre il succo, piuttosto acido, non ha trovato finora nessun campo d’impiego.”

In merito alle mele, nei campi catalogo oristanesi ne sono in coltivazione 30 autoctone, alcune delle quali conservabili sino a 6 mesi, per esempio ‘Nuchis’, tra le migliori, rossa, lucente, croccante e acidula. Tra le interessanti, ‘Rosa di giugno’ che se conservata in frigo assume la colorazione rossa della polpa e ‘Di Cuglieri’, precocissima a buccia striata e polpa un po’ farinosa.

Ci sono poi le susine autoctone, sinora 27 varietà classificate, alcune così ricche di flavonoidi e antiossidanti che l’industria degli integratori alimentari si è dichiarata interessata in futuro a ritirare la produzione. Che, pare, potrà partire nei prossimi anni: ottenute nel campo catalogo, le marze saranno affidate a breve alla Forestale, che innesterà in ambienti della Sardegna diversi per microclima e terreno. Si otterranno così dati su eventuali modifiche delle caratteristiche organolettiche e si potrà incentivare la coltivazione in frutteti da reddito. Ma intanto le varietà autoctone torneranno in natura come patrimonio che si autogoverna e che nel tempo sarà la base di nuove varietà. D’Allowin ha raccontato che sul monte Linas c’è un frutteto semispontaneo in mezzo ad una sughereta: ha trovato un equilibrio con l’ambiente e produce regolarmente senza nulla chiedere. Le susine della Sardegna, racconta ancora D’Allewin, sono in genere molto buone e particolarmente nutrienti. Per esempio ‘Sanguigna di Bose’, in due ecotipi (I e II) a polpa rossa è ricchissima di antociani; ‘Fradis’, di forma molto allungata, ha 8-9 volte in più il potere nutriente della media. Altre sono grosse e bellissime, come ‘Bonarcado’, ma scarsamente appetibili e necessiterebbero di reincroci, ‘Coru’ è grossa e succosa, ma non commercializzabile perché lungo la giunzione tra le due metà tende a spaccarsi, come ‘Croccorighedda’, non spicca e di un brillante arancione.

Dopo tanti dati oggettivi frutto delle ricerche dell’ISPA, Guy D’Allewin ha aggiunto di suo un commento: “Dobbiamo puntare alla sostenibilità – ha detto in conclusione – con basse emissioni di CO2, ovvero bassa carbon footprint e massimo potere nutriceutico.

Appunti di primavera dalla Sardegna

Stamattina faccio come Mafalda in una vignetta di Quino: invece di cominciare la giornata di lavoro mi metto in modalità “non me ne frega niente”. Sicché onoro il giorno che segna l’inizio della primavera astronomica lasciando qui una manciata di piante e fiori visti in Sardegna nello scorso fine settimana, in occasione di “Primavera in giardino” a Milis, manifestazione sempre straordinaria nella sua semplicità, sulla quale spero di poter tornare nei prossimi giorni.

google primo giorno primaveraE allora, mentre stamattina anche Google dedica al popolo dei giardini il suo doodle animato con un omino munito di annaffiatoio che fa spuntare i fiori,  ecco qualche appunto vegetale dalla Sardegna, tra verde spontaneo e verde coltivato.

La primavera ama il blu.  E io ne sono felice, perché nei fiori è un colore che adoro. In Sardegna ho visto per esempio onde di pervinca  e di borragine fiorita lungo le strade e vistose scille peruviane nella mostra di Milis: una gioia per gli occhi.

Borago-officinalisScilla-peruviana

Solamente per giardini al caldo. Nell’agrumeto storico di Villa Pernis ho visto tante piante che a casa mia, sulle Alpi, non potrebbero vivere e che forse proprio per questo hanno un fascino speciale. Tra tutte: Barlettina sordida, parente stretta dei più rustici EupatoriumBuddleia ‘Marie Laure de Noailles’ compatta creatura dalle fitte pannocchie rosa violaceo creata nel famoso giardino Noailles di Hyères, in Francia; l’albero neozelandese Sophora tetraptera, che i maori chiamano kowhai, simbolo della Nuova Zelanda e dei suoi giardini; Salvia africana-lutea o Salvia aurea, (notizie per esempio qui ) , un vistoso arbusto di 1,5 m x 1,5 m che gli anglosassoni chiamano “brown sage” per il particolarissimo colore dei fiori.

Barlettina-sordidaBuddleia-Marie-Laure-de-NoaillesSophora-tetrapteraSalvia-africana-lutea-(aurea)

Meditarranea. La natura che si risveglia e si affretta a fiorire, prima del tempo sospeso della siccità estiva: arbusti e alberi come gli olivastri e i lentischi in fiore, le prime orchidee come Barlia robertiana persino lungo la superstrada,  i bordi di strada che diventano  orti spontanei, per esempio con il finocchietto e la bietola, Beta vulgaris var. cycla; le spiagge candide a grana di riso del Sinis trapuntate dei fiori rosa di Silene colorata e violetti di Matthiola situata, eroiche creature che vivono di sabbia e sale; e poi quella strana pianta rizomatosa che non avevo mai visto, però subito classificata parassita come le orobanche e l’ipocisto, Cynomorium coccineum.  Anche questa delle dune saline, una specialità mediterranea piuttosto inconsueta da osservare, che in Italia è presente solo in Sardegna, Sicilia e Basilicata. Parassita di Atriplex halimus, Obione portulacoides e Inula crithmoides, nonostante l’aspetto inquietante è commestibile e, essiccata, in passato trovava impiego medicinale e come specie tintoria: il nome specifico coccineum ricorda infatti che macchia di rosso cremisi.

Pistacia-lentiscus-in-fiore Beta-vulgaris-var.-cyclaSilene-colorataMatthiola-sinuataBarlia-robertianaCynomorium-coccineumPrimavera del Campidano. Prima di entrare nel vivo regala ancora i frutti della passata stagione con i suoi campi sconfinati di carciofi e i suoi agrumi. Quelli di Villa Pernis a Milis, un’intera collezione, meriterebbero una puntuale cartellinatura, come ha notato persino Simonetta Selloni, una giornalista (non addentro a queste tematiche) della Nuova Sardegna in visita, stupefatta, alla manifestazione. Ne ha tratto un bel reportage che potete leggere qui.

Talee di giardiniere italiano

In Inghilterra deve essere un momento di congiunture favorevoli per i giardinieri italiani. Prima Rosanna Castrini vince con la sua foto un premio mondiale assegnato giusto nella perfida  Albione, adesso Gianfranco Giustina, conservatore delle Isole Borromaiche del lago Maggiore, è stato premiato dalla Royal Horticultural Society con la RHS Veitch Memorial Medal. Non una cosa tanto per premiare: quelli dell’RHS l’assegnano una volta all’anno a chi, a livello internazionale, si è adoperato per “l’avanzamento dell’arte, della scienza o della pratica dell’orticoltura” come recita il premio stesso. Ieri sera ho sentito Giustina e lui mi ha raccontato del giorno in cui gli Gianfranco-Giustinaè arrivata la lettera, otto giorni fa: “Cusa l’è sta roba?” si chiede un po’ sospettoso (è piemontese, che ci volete fare) dopo aver aperto e letto sommariamente il testo in inglese. Nel raccontarlo ride. Persona schiva e, come quasi sempre i grandi giardinieri, terragna, ovvero molta pratica in campo e poca disposizione a voli pindarici, non si capacita di essere destinatario di tanto riconoscimento, che gli verrà consegnato il 10 aprile prossimo. Mi dice: “Mi ha fatto scalpore, anche se ottenere questo premio fa onore all’Italia. Se pensi che prima di me un solo italiano l’aveva ottenuto: Gianlupo Osti. Pensa quanto ha fatto lui più di me”. Io non credo: sono due persone in due situazioni diverse. In ogni caso grandi giardinieri, raffinati botanici, straordinari appassionati di piante. Gente che Isola-Bellasarebbe da clonare. Qualcuno sa come si fanno le talee di grandi giardinieri? Comunque tanti complimenti a Gianfranco Giustina e alla sua generosità: ieri sera mi ha detto che dedica questo riconoscimento a tutti i suoi amici e a tutti gli italiani che amano il giardino. Se volete qualche nota della sua biografia ciccate in questa pagina del mio blog , e se volete vedere in che cosa consiste il suo lavoro, soprattutto in merito all’acclimatazione delle piante, andate a visitare il giardino dell’Isola Bella.

Cronache da Marte

Piccole storie quotidiane che rendono più travagliata la digestione a chi abita in questo Paese e lo fanno apparire uno strano, lontano pianeta sconnesso rispetto al resto dell’Occidente. Ecco la mia razione di oggi.

logo_Salone internazionale dell'agricoltura ParigiEconomisti in fattoria. L’economia spopola, tutti provano a dire la loro ricetta per venire fuori dalla crisi. Un incubo nell’incubo, visto che la maggior parte di noi non è economista e rischia di mettere insieme un sacco di inutili luoghi comuni. Consultando il programma del Salone Internazionale dell’Agricoltura di Parigi, inaugurato sabato scorso e aperto sino a domenica, vedo che oggi c’è un convegno su “Agricoltura famigliare: un’opportunità per il Mediterraneo”. Moderatore sarà un economista, Lucien Bourgeois che, udite udite, è membro dell’Accademia dell’agricoltura di Francia. Ma noi abbiamo qualcuno che sia altrettanto e non, per dire a caso ma non troppo, un commercialista come ministro dell’Ambiente?

Il carabiniere saccente. Una quindicina di anni fa sono andata a far denuncia per il furto del portafogli in una caserma dei carabienieri. A ricevermi c’era un non più giovane signore corpulento in divisa che, costretto a stilare il verbale di denuncia al computer, aveva armeggiato dieci minuti senza capire da che parte cominciare, sino a quando ho fatto il giro della scrivania e me lo sono scritto (armeggiando un po’ a mia volta perché era un PC e io lavoravo con il mac). Me lo ricordo benissimo, prima dei saluti, mentre si giustificava: “Che cosa vuole mai, sto per andare in pensione, non farò in tempo a imparare queste diavolerie moderne”. Adesso ogni tanto lo incrocio su facebook che pontifica di giardinaggio, qualche volta persino di quelle che, quando doveva lavorare, erano incomprensibili diavolerie.

Biglietti al costo di briciole. A mano a mano che si allungano le giornate, sale la temperatura e si avvicina la fine di febbraio, io penso che tra pochissimo sarà ora di prendere il traghetto per Milis, Sardegna. Come se fosse la mostra di giardinaggio che qui si svolge a metà marzo (www.primaveraingiardino.it) il segnale di primavera, e finalmente addio inverno. Quest’anno, mi raccontano Italo e Leo del vivaio i Campi che sono anima della manifestazione per la quattordicesima volta, l’ingresso sarà a pagamento per garantire la copertura delle spese. Costo del biglietto: 2 euro. Ma qualcuno gliel’ha detto quanto costano i biglietti “sul continente” (sino a 7 volte tanto), più si sale a nord e più sono cari?

alberi capitozzatiCerte multe non sono abbastanza. Conosco l’attenzione del Comune di Padova per il verde pubblico e le apprensioni e la sensibilità didattica del direttore del Settore Verde, Parchi, Giardini e Arredo Urbano, l’agronomo Gianpaolo Barbariol. Tant’è vero che nel regolamento comunale ha voluto che fosse scritto per esteso: “Un albero correttamente piantato e coltivato, in assenza di patologie specifiche, non necessita di potature, che avvengono solo in casi straordinari. Gli interventi di “capitozzatura”, cioè i tagli che interrompono la gemma apicale dell’albero, e quelli praticati sulle branche superiori a 60 cm di circonferenza, sono vietati. Tali interventi sono considerati abbattimenti, e sono pertanto sanzionati”. Ma siamo su Marte, perciò non c’è da stupire che nel quartiere Isola di Terranegra qualcuno non abbia imparato tanto bene la lezione e la scorsa settimana abbia segato raso tronco la chioma di 25 pioppi lungo un fosso. Rischia da 1.250 a 12.500 euro di multa, ma il danno è fatto, anche quello che i pioppi erano chiamati ad ovviare: filtrare i fumi dell’inceneritore lì nei pressi.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 863 follower