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Piazza Vecchia, pensieri nuovi

piazza-vecchia-2014uso-di-piazza-vecchia-durante-I-maestri-del-paesaggiouso-di-piazza-vecchia-durante-I-maestri-del-paesaggio-1uso-di-piazza-vecchia-durante-I-maestri-del-paesaggio-2uso-di-piazza-vecchia-durante-I-maestri-del-paesaggio 3 Ormai di rado mi capita di raccogliere materiale di riflessione visitando una manifestazione del verde organizzata in Italia: quasi tutti gli eventi viaggiano su binari fissi, secondo schemi che rendono il viaggio, ovvero la visita, di anno in anno assolutamente ripetitivo, da pendolari del giardinaggio nostrano bisognosi di continue conferme e mai di una buona novità che combatta il provincialismo culturale della nazione. E se Milis si segnala per la fresca spontaneità mediterranea e l’accoglienza, Orticola per la capacità di girare il birignao modaiolo della metropoli a favore del verde, Murabilia per l’attenzione botanica e la ricerca di ormai indispensabili rapporti internazionali, devo dire che l’altro ieri, visitando I maestri del paesaggio a Bergamo Alta, ho trovato un po’ di tutto questo riunito in un solo evento. Consultare il sito www.arketipos.org per credere. Al suo quarto anno, dunque con la macchina ben rodata, la manifestazione è un crogiolo di idee e di scambi, delinea ipotesi e programma soluzioni in un’atmosfera di misurata eleganza o, se vogliamo, quanto meno di rispetto dell’intelligenza e della cultura. Perché coinvolge la città, mostra a chi viene da fuori (e sono tanti gli iscritti ai workshop, non solo italiani) il lato nobile e aperto al nuovo di una città storica, crea l’incontro tra professionisti e amatori evoluti in diversi ambiti: paesaggisti, realizzatori di giardini, vivaisti, giornalisti specializzati, cultori della bellezza. E riserva alla gente comune, per due settimane, la magia di una delle piazze antiche più affascinanti d’Italia, zeppa di monumenti e di turisti, trasformata in un giardino, con il messaggio che il verde non solo non interferisce con la storia e l’arte, ma ne amplifica la portata. Persino quando, come quest’anno, il giardino è smaccatamente pop, con la violenza grafica del rosa da Pink Panther, del blu Puffo e dell’arancione fluo da soccorso stradale per delineare spazi angolosi e sfuggenti che fanno a pugni con le geometrie morbide e solide delle costruzioni.  Eppure, che dire: Piazza Vecchia trasformata dal garden designer inglese Peter Fink (laurea in ingegneria, filosofia e arti visive) in piazza verde con il contributo dell’agronoma paesaggista italiana Lucia Nusiner e il consulente illuminotecnico Maurizio Quargnale, è vicina alla gente e davvero è un giardino per il benessere, a vedere come viene usata la piazza trasformata.

The Healing Landscape, il verde come fonte di benessere è il tema del 2014 e i visitatori della piazza sembrano essersene appropriati con gusto, tra emozioni e voglia di relax. Per i più curiosi di cose botaniche è persino disponibile un’app gratuita che racconta con una scheda le piante usate per le aiuole per la loro bellezza e la loro disponibilità per la cucina, la medicina, la cosmesi. Giovedì era il giorno del seminario sulle erbacee perenni del vivaio Valfredda, mattina istruttiva condotta d Mauro Crescini sui nuovi usi delle perenni (persino commestibili: il benessere viene anche da lì e questo è l’anno in cui se ne parla, in attesa dell’Expo) e istruttivo l’incontro con Rossana Porta, quotata giardiniera italiana a Londra. Pomeriggio con Annie Guilfoyle, che dirige la scuola di garden design di Hampton Court, collabora con la televisione e con il mensile Garden Illustrated e, insieme, Matthew Childs premiatissimo al Chelsea Flower Show e l’italiana Noemi Mercurelli, filo diretto tra la Sardegna dove è nata e i giardini inglesi per i quali lavora come garden designer.

Rossana Porta, ancora lontana dai quarant'anni, eppure già una lunga carriera come giardiniera. Partita diciannovenne dal Comasco, dove si era diplomata ragioniera e praticava il giardinaggio in famiglia, aveva fatto un corso come fiorista e uno alla Scuola Agraria di Monza, è approdata a Londra per approfondire l'inglese ed è finita a lavorare nei vivai di Hillier contando di far pratica per tre mesi e fermandosi invece un anno intero e poi trasferendosi nell'arboreto Hillier. Ha poi deciso che quel che le mancava era un diploma, e lo ha conseguito a Kew in 3 anni. Ai giardini di Kew si è fermata 16 anni; da poco dimissionaria, di mestiere fa la consulente professionale di giardinaggio, l'horticulturist (ovvero il ruolo di chi conosce le tecniche orticole, rispetto al giardiniere, che è colui che coltiva un giardino). Ora collabora con numerosi paesaggisti inglesi, ha in carico l'allestimento di giardini al Chelsea Flower Show e si permette il lusso di offrire il suo lavoro in volontariato per il verde sociale. Dice con ritegno e un bel sorriso vero che "la donna in giardino ha un tocco diverso, ma quando lavoro sembro un uomo", racconta che i suoi riferimenti sono Vita Sackville West, Margery Fish, Gertrude Jekill e Beth Chatto. Speriamo che qualcuno dei giovani che hanno assistito alla sua conversazione a Bergamo, e magari sono disoccupati e demotivati, traggano dalla esperienza di Rossana l'energia per mettersi in gioco e per dimostrare che in nome delle piante e dei giardini si superano molti scogli e si approda nel paradiso dei giardini.

Rossana Porta, ancora lontana dai quarant’anni, eppure già una lunga carriera come giardiniera. Partita diciannovenne dal Comasco, dove si era diplomata ragioniera e praticava il giardinaggio in famiglia, aveva fatto un corso come fiorista e uno alla Scuola Agraria di Monza, è approdata a Londra per approfondire l’inglese ed è finita a lavorare nei vivai di Hillier contando di far pratica per tre mesi e fermandosi invece un anno intero e poi trasferendosi nell’arboreto Hillier. Ha poi deciso che quel che le mancava era un diploma, e lo ha conseguito a Kew in 3 anni. Ai giardini di Kew si è fermata 16 anni; da poco dimissionaria, di mestiere fa la consulente professionale di giardinaggio, l’horticulturist (ovvero il ruolo di chi conosce le tecniche orticole, rispetto al giardiniere, che è colui che coltiva un giardino). Ora collabora con numerosi paesaggisti inglesi, ha in carico l’allestimento di giardini al Chelsea Flower Show e si permette il lusso di offrire il suo lavoro in volontariato per il verde sociale. Dice con ritegno e un bel sorriso vero che “la donna in giardino ha un tocco diverso, ma quando lavoro sembro un uomo”, racconta che i suoi riferimenti sono Vita Sackville West, Margery Fish, Gertrude Jekill e Beth Chatto. Speriamo che qualcuno dei giovani che hanno assistito alla sua conversazione a Bergamo, e magari sono disoccupati e demotivati, traggano dalla esperienza di Rossana l’energia per mettersi in gioco e per dimostrare che in nome delle piante e dei giardini si superano molti scogli e si approda felicemente nel paradiso dei giardini.

 

Questa strana primavera di settembre

amareno-fiorito-in-settembreUn giro di ricognizione dietro casa dopo tanto tempo a fare altro, mi ha mostrato la seconda primavera del giardinetto, se possibile in un’atmosfera più fradicia che a fine febbraio quando si scioglie la neve. E tuttavia molte piante non sono affatto indispettite, come lo è la loro padrona, di tutto il fresco e l’umido che ci portiamo dietro da mesi. Tagliata quasi a zero, Lythrum salicaria ha riformato una testa piena di spighe rosa porpora, e così le campanule, soprattutto Campanula lactiflora. I penstemon invece quest’anno hanno avuto una fioritura stentata e breve: a loro questo freddino per mesi proprio non piace. Osservare che cosa succede lì fuori è un esercizio che adoro: potrei vivere solo osservando che cosa cambia di giorno in giorno. Forse a occhi più formali e meno appassionati è solo un gran casino (i vicini desertificatori lo avevano definito, una domenica d’estate, “schifoso pasticcio”), per me invece è un regno di esperienze e incessanti trasformazioni. Per esempio, da quando ho coperto tutto con una pacciamatura di compost grossolano, cioè non vagliato e con pezzi di legno ancora interi, sono comparsi i funghi. Oppure, tutto questo umido atmosferico ha favorito la germinazione delle spore di Polistychum falcatum (o Cyrtomium falcatum): una piantina sono andata a recuperarla in una fessura dei gradini di pietra, mentre si sono formate nuove foglie rossicce di Dryopteris erythrosora e ovunque ci sia una fenditura quest’estate sono comparsi ciuffi di Aplenium trichomanes. Persino Spiraea japonica ‘Goldflame’  e Epimedium x versicolor ‘Sulphureum’ sono rifioriti: è la prima volta in vent’anni. Meno contenti gli Aster, nuove le Oenotera che sono nate ovunque, arrivate da chissà dove. Non sono quelle dei bordi di strada (Oenothera biennis): queste hanAbutilon-indicumno belle foglie ordinate, spighe di fiori molto lunghe con corolle più piccole. Ma potrebbe essere una delle infinite variazioni della specie, e invece di indagare sto rimuovendo le capsule dei semi a mano a mano che si formano: non si sa mai…
L’anno del clima bizzarro che induce nelle piante reazioni un po’ inquietanti lascia i segni anche davanti a casa, in posizione soleggiata (quando il sole c’è…). Qui e là sui rami il ciliegio acido è rifiorito e così la weigela, quasi come se fosse maggio. E nell’orto è comparsa una pianta infestante di bell’aspetto che ho dotato di tutore in attesa che fiorisse per poterla determinare. Ieri finalmente ho trovato il tempo per farlo. Si chiama Abutilon indicum; si tratta di una specie subtropicale arbustiva, originaria dell’Estremo Oriente e dell’Australia (vedere qui) che gli Stati Uniti hanno dichiarato invasiva e lo è nelle Hawaii e in molte isole del Pacifico, al caldo presso il mare. Che cosa ci faccia qui sulle Alpi al fresco quasi freddo e da dove arrivi il seme che è germinato in mezzo ai porri e alle insalate, non è dato sapere. Sicché tornando dall’orto con ceste di verdure e legumi stamattina mi sono ragionata che tutto cambia, insieme al clima e al mio sguardo sulle piante che mi circondano. Quest’anno nell’orto sono passate più specie esotiche che tradizionali: tra gombo, cavoli cinesi, Hibiscus sabdariffa, pepini, piselli asparagi mancava solo un abutilon infestante dei tropici a fare cento.

Una foto una storia (dal 2 settembre 2014)

Ape-su-aster-per-testataLa foto della testata del blog dal 2 settembre 2014
Bottinando in momentanea libertà
E’ bastato che una mail dicesse, in risposta al mio benestare: OK, ora vado in stampa, perché mi sentissi sollevata definitivamente dagli impegni. Non sarà così in assoluto, ma per oggi sì. Non succedeva da mesi di potermi prendere qualche ora di un pomeriggio a mio modo e a mio gusto. E così mi sono tolta il cardigan spesso di lana – a stare in casa davanti ad un computer è necessario, in questa estate così poco estiva –  e per prima cosa sono scesa nell’orto, dove non riuscivo a mettere piede da tempo. E mentre evaporavo al sole di un pomeriggio limpido, miracolosamente caldo, ho raccolto fagiolini, zucchine, porcellana, cicoria, peperoni friggitelli, magnifici porri, fragole, una montagna di bietole e persino una mela estiva, unica sopravvissuta lungo l’orto alla grandine di luglio: religiosamente, sarà la mia frutta di stasera. Sono tornata con le braccia cariche, negli occhi le mie zucche Okkaido piccole e belle arancioni che sono maturate nonostante tutto e nonostante la mia latitanza, i cavoli cinesi che mio marito ha piantato un paio di settimane fa alte 7-8 cm e già delle dimensioni definitive, i cavoli rapa che quest’anno sono svogliati chissà se ce ne sarà abbastanza per mangiarli crudi affettati con la mandolina come piace a me, una robusta pianta di mais nata da apesola in mezzo ai fagioli da un seme scampato chissà come alla fermentazione nel letame della concimazione primaverile, i lupini bianchi che finalmente si sono decisi a fare il baccello, e così qualche baccello di ceci neri e di pisello asparago (Psophocarpus tetragonolobus) e il gombo, piantato di tre varietà a giugno, sopravvissuto ai 12 gradi, alle piogge e alla grandine in una gigantesca varietà rossa (credo si chiami ‘Burgundy Red’)che a questo punto ha un aspetto poco commestibile e dunque non mangerò, ma conserverò per fare semenza. Che bellezza. Felicità è tornare a mettere le mani nella terra e sapere che lei ti aspetta, raccogliere cibo per la propria tavola, progettare altre semine per l’inverno non appena avrò chiuso questo ciclo di lavori. Imparare che cosa succede in un’estate mancata in tutti i sensi, invece di scrivere e scriverne. In cucina, poco fa, mentre pulivo una cesta di fagiolini anellini gialli ho pensato alle api d’oro sul mantello azzurro di Napoleone come simbolo di operosità e resurrezione. Le api, quelle vere, poco d’oro e imbizzarrite da un andamento climatico fuori ordinanza, sono tornate a casa nostra dopo qualche anno di problemi fitosanitari che le hanno decimate in tutta la nostra zona. Con mio marito ho commentato che così metteremo al lavoro loro e io imparerò a riposare. Ma, togliendo la punta ai fagiolini, affettando i porri e fine fine la cicoria da mangiare con l’uovo sodo, mi sono ragionata che la cultura del lavoro non si può abbandonare a comando. Operosi si nasce, credo, e senza sapere che cosa voglia dire annoiarsi, sempre con un lungo elenco di altri libri da leggere, altri da scrivere, altri impegni da gestire nell’appuntamento quotidiano con la vita, che ci sia un ritorno economico o una perdita economica è lo stesso: purché si possa dire di essersi spesi per vivere. Così mentre la cucina era tutto un traffico di ortaggi da cuocere, da affettare, da friggere, dApe-su-astera imbustare per il freezer, ho fatto un piano per le ore di libertà che mi restano prima di domani, compreso aggiornare il blog. Cosa che sto facendo come se fosse un lusso. L’ape della testata del blog comunque sono io en travesti e tutte quelle masse arancioni sulle zampette sono i miei cestini di verdure di oggi sotto mentite spoglie. In quanto al settembrino, era d’obbligo, essendo ormai giunto settembre.

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La foto della testa del blog dall’11 luglio
Chi spenna le piante?
Da qualche giorno ogni momento libero se ne va a riportare ordine nel caos lasciato dalla grandine. Non è finita: se le susine sono state date per perse subito, tanti erano i segni che avevano sulla buccia, meno chiaro è se le mie belle insalate quasi pronte da raccogliere se la caveranno: il cuore non sembra sia stato colpito, dunque si può sperare che le foglie giovani riprendano a fare la fotosintesi con qualche giorno di luce e di tepore (non ho detto caldo: quello chissà quando e se arriverà). E insomma, andando qui a tagliare quasi a zero una erbacea perenne maciullata, là raddrizzando un ramo spezzato di ortensia, e via lavorando, mi sono ricordata di un cartello fotografato a Tindari, sul lato tirrenico della Sicilia, due o tre anni fa. Avevo riso del divieto appeso ad una finestra: “Vietato spennare le piante”. Stasera, con il cielo che ancora medita temporale, uso quel cartello come amuleto. Sperando di poter integrare la dotazione di piante del mio giardino “spennando” qualche arbusto tra unvietato-spennare-le-piante paio di settimane, ammesso che, con questo clima, i rami lignifichino. In ogni caso mi piace il cartello più grande che sovrasta quello del divieto. Mi piace perché, invece di bacchettare la gente con i “Vietato questo” e “Vietato quello” (che poi è quasi tutto, quasi sempre, quasi in ogni ambito della nostra vita di cittadini), quel cartello ha un significato didattico e di orgoglio di appartenenza: “se tu ci aiuti, con il contributo di tutti noi, il luogo in cui viviamo sarà più pulito e fiorito”.

 

Quest’estate niente pomodori

grandine-nell-ortograndine-sulle-patategrandine-nell'ortoVerso sera io e mio marito siamo andati a fare commissioni giù in città e là ci siamo fermati più del previsto per un terrificante temporale. “Siamo in regime monsonico – dico io osservando il cielo verso nord, verso casa insomma – e speriamo che non succeda niente di peggio che ennesima acqua”. La strada del ritorno era tappezzata di foglie triturate, susine e mele rotolate giù da chissà dove. Tornati poco prima di cena abbiamo trovato la distruzione. Grandine grossa come biglie, venuta giù con violenza, a giudicare da quel che ha lasciato e dalla compatezza dello strato accumulato negli angoli. Otto varietà di patate rimaste senza una foglia (stavano appena sfiorendo, quelle tardive erano in boccio), i pomodori per terra, le lattughe, i sedani, le bietole, le zucche spariti, frullati, il prato dietro casa ridotto a poltiglia, come le ortensie ‘Annabelle’. Miracolosamente i miei vasi di sassifraghe, hosta, primule, viole e annuali contro il muro a nord non hanno avuto neppure una fogliolina sacrificata al dio della distruzione. La grandine è venuta da sud e sin dove il corpo di fabbrica della casa ha fatto da barriera, non è successo proprio niente. Ma per un bel po’ il mio orto, mai stato così ordinato e produttivo come sino a stamattina, non darà niente, e le straordinarie aspettative di frutta, come non era grndine-del-7-lugliolecito sperare da anni, sono state azzerate in pochi minuti. Seminerò fagioli e insalate e li farò bastare. A fine mese, come tradizione, seminerò gli ortaggi per l’inverno, cercando di dimenticare gli incidenti metereologici e il loro potere di demotivare al giardinaggio. Non più tardi di ieri, ho passato l’intero pomeriggio domenicale a potare e sostenere arbusti e erbacee perenni provati da tre settimane di pioggia e cielo nero. Stasera non ho avuto il coraggio di andare a vedere. Lo farò domani, munita di pompa e poltiglia bordolese per disinfettare ovunque e impedire che il danno di oggi diventi il danno di tutto un anno.

My Favorite things

fico-sotto-la-pioggiaQuesto tempaccio ad oltranza mi impedisce di fare progetti all’aperto. E mentre al sud si sono già scaldati le ossa da settimane, se non da mesi, e nel Bolognese il maestro giardiniere Carlo Pagani si dichiara disperato per la necessità di irrigare di continuo causa i 30 °C pressoché costanti, in questo angolo alpino ancora vado in giro con il pullover di lana e osservo sgomenta la vegetazione che si allunga e si stira in cerca di luce e implora un po’ di asciutto. Per le mie piante l’eziolamento è come per me i reumatismi, ma con effetti opposti. Mentre io sto qui  rattrappita, loro allungano gli internodi, perdono il portamento, cadono di qui e di là. Aceri, susini, ortensie, patate, cicorie, meli, forsizie, ma anche erbacee perenni come Campanula lactiflora, i penstemon, persino un’amante del fresco e della mezz’ombra come Lysimachia punctata ‘Alexander’  pompano acqua, soffrono i pochi lumen e diventano flaccidi. Un monumentale cespo di Persicaria polymorpha, che si era coperto di fiori candidi durante il periodo soleggiato e asciutto di fine maggio e, bello compatto, misurava 1,80 m di altezza, adesso ha 30 o 40 cm in più e, non essendo abbastanza lignificati, gli steli cadono rovinosamente. Ma non posso andare fuori a tagliarli: sta diluviando.
Sicché me ne sto davanti al computer con la luce accesa, spiando di tanto in tanto che cosa succede appena fuori dalla porta. Dove sono in piena fioritura le hosta e stanno finendo di fiorire le sassifraghe. E usando un po’ di musica che mi piace per scaldare l’atmosfera, ho pensato di intitolare questo post con il titolo di un pezzo che io adoro suonato da John Coltrane, My Favorite things.
Hosta-Blue-Mouse-Ears-1
E allora, le mie cose preferite di oggi sono queste. L’hosta a orecchie di topo blu (Hosta ‘Blue Mouse Ears’), piccola meraviglia incurante del tempo grigio e umido (o forse persino contenta) in un vaso del 18, con le sue foglioline glauche, solide e coriacee e i suoi fiori violetti, per ogni rosetta di foglie uno stelo di una dozzina di fiori che si aprono in successione, lentamente per settimane.
E poi di oggi mi piace papà codirosso (Phoenicurus phoenicurus) che si sgola, così tutto il giorno, per mandarmi via dalla porta di casa, da dove mi affaccio sul giardino. Arrivato tardi dalle terre mediorientali o africane dove sverna, o forse alla seconda covata della stagione in un nuovo nido in un foro della facciata di casa mia, va su è giù con insetti, vermi e lumache in bocca. Ogni tanto compare la sua signora dalla livrea meno colorata, prende una boccata d’aria, afferra al volo un malcapitato insetto e se ne torna dentro. Stamattina, mentre mister codirosso fischiava per dirmi sciò, sciò, vattene via, sono entrata a prendere la macchina fotografica e da dentro casa gli ho scattato un clic mentre si trovava, sempre urlandomi perentorio sciò sciò che tengo una famiglia affamata, sul susino carico di frutta.
codirosso-Phoenicurus-phoenicurus
Questo è un giorno di luglio a ridosso delle montagne. Sicché sono appena andata a cercare un’altra delle mie cose preferite in musica, la versione di Estate di Bruno Martino suonata da Chet Baker al Capolinea di Milano. Insieme alla sua tromba, oggi mi sembrano perfetti il flauto di Nicola Stilo e il basso di Riccardo Dal Fra. Musiche d’altri tempi, quando luglio era estate e my favorite things erano forse altre. Se siete curiosi, potete ascoltare le cose favorite di John Coltrane a questo indirizzo (www.youtube.com/watch?v=qWG2dsXV5HI) e l’estate di Chet a quest’altro (www.youtube.com/watch?v=rSyATvLwYKE).

Prendendo lucciole per lanterne

follette-stagionate-e-lucciolePassano mesi e anni e due follette già stagionate non possono che stagionare ulteriormente. Magari fosse come certi prosciutti o certi formaggi. In fossa ci siamo, ma per altri motivi, e comunque io che amo l’altitudine preferirei starmene appesa a rifinire la mia maturazione dondolante alla brezza e dall’alto osservare l’umanità contemporanea che si agita scomposta in cerca di soluzioni. Ad alleviare un po’ i pensieri cupi di questa epoca che di due oneste lavoratrici dell’editoria non sa più che farsene, ci pensano di tanto in tanto gli affetti familiari, qui un nuovo bebé che nasce, là una nipotina che mette su casa o una zia antica che macina anni con impavida sicurezza, e comunque in aiuto arriva la stagione dei fiori e del sole. “Meno male – dice la mia amica disegnatrice Rita Ammassari – meno male almeno che è estate. Siamo autorizzate ad essere un po’ più leggere, no?”.  Ma ciò che sembra alleggerire i fardelli quotidiani a mo’ di battuta può rivelare un aspetto inquietante. Sicché se lei legge su Green News, il nostro quotidiano preferito quando siamo a Neverland, di manovre genetiche per rendere luminosi gli alberi con i cromosomi delle lucciole, io continuando le mie pratiche di giardinaggio, rastrello alla mano, rispondo da vera imbecille, come se non avessi capito bene la gravità della notizia. E insomma, l’unico a poter campare a cuor leggero di questi tempi è il gatto che, per quanto rappresentato in una livrea vagamente da galeotto, rincorre tranquillo una lucciola. Sinché ce ne saranno. Io in giugno quest’anno ne ho viste si e no due o tre, vuoi vedere che hanno catturato tutte le altre per gli esperimenti di laboratorio.

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