Una giornata di sole nel giorno di San Martino e gli alberi di un parco all’imbocco della mia valle, il Parco Burcina “Felice Piacenza”. Creato a metà Ottocento per la fruizione privata di una famiglia di industriali lanieri biellesi, è diventato prima giardino pubblico della città di Biella, infine parco della regione Piemonte con la qualifica di riserva naturale speciale. Non ho molta pratica di parchi italiani similari, sicuramente ne ho di più di giardini, ma a me sembra che questo luogo sia molto amato dalla popolazione e molto frequentato nel modo più bello che si possa sperare: ognuno fruendolo a suo modo, trovandoci il motivo per farlo. I ragazzi verso sera ci vanno a fare lo jogging, arrampicandosi su per le salite e i tornanti tra ali di alberi maestosi; i bambini delle scuole ci vanno a far pratica di natura, all’aperto e nel ben attrezzato centro didattico in una delle case ristrutturate; gli anziani vanno a passeggiare, se possibile entrando dall’ingresso alto che consente una magnifica passeggiata in piano con vista ariosa sulla pianura, sennò con il permesso di entrare in auto un giorno alla settimana; i contadini ci lavorano come hanno sempre fatto, portano le mandrie a pascolare, d’estate fanno il fieno per nulla intimoriti da una vegetazione arborea e arbustiva di straordinaria potenza e ricchezza floristica. Io ci vado quando posso proprio per quella. Notizie sul parco Burcina cliccando qui.
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Addio, piccola ape furibonda. Così Pier Paolo Pasolini chiamò Alda Merini, la poetessa che stamattina ha avuto il funerale di Stato nel duomo della sua Milano. Mi piace pensarla come un’ape, con l’aggiunta di quell’aggettivo d’autore che risale a quando ancora le api lottavano per la vita e bottinavano sui fiori e tornavano a casa e producevano miele. Come lei poesie. Non come adesso che non si sa che fine facciano. Le api e la poesia.
Verde urbano, grattacieli di campagna. Milano nei prossimi anni dovrà inventarsi 450 ettari di verde in più senza aumentare le dimensioni della città. Ma dove li troveranno 450 ettari, mi chiedo. Dice l’autore del servizio: faranno uno scambio di terreni attualmente edificabili in città e costruiranno in altre zone esterne da individuare. Grattacieli fuori città, come stanno proponendo a Ligresti, vuol dire comunque aumentare l’area metropolitana andando a colpire il verde vero, agricolo, ancora esistente. Ma io, che me ne sono andata vent’anni fa per sopraggiunta orticaria alla vita urbana, che diritto ho di pensare le città in funzione del verde e dell’agricoltura?
Zucche e crocifissi, grandezze non omogenee. Il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone non è contento della sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, secondo la quale il crocefisso dai luoghi pubblici italiani va rimosso. Bertone oggi ha una reazione che non mi piace, per quanto io ami gli ortaggi chiamati ingiustamente in causa: “Io dico che questa Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche delle feste recentemente ripetute e ci toglie i simboli più cari”. Ha fatto un po’ confusione, direi. Il problema riguarda i simboli religiosi, non mi pare ci sia una fede di Halloween. E se la gente ha voglia di rallegrarsi con poco, e attecchisce sempre più una festa di importazione americana, non sarà che è perché il cattolicesimo ha predicato troppo a lungo ai semplici che bisognava soffrire sulla terra per poi godere in paradiso? C’è un momento per la festa e un momento per cercare il raccoglimento. Per poterlo fare in Italia ci sono migliaia di chiese preposte allo scopo. E ci dovrebbero essere luoghi di culto anche per gli altri cittadini non di fede cattolica. In questo momento sento la mancanza di un parere di Corrado Augias, fatelo dire a Corrado Augias che sa dire queste cose con un sorriso ateo rassicurante.
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La foto della testata del blog dal 1 novembre 2009
Crisantemi per i vivi

Anche io e mio marito siamo andati a “fiurì”, a portare i fiori ai nostri morti in tre o quattro cimiteri. Ma rigorosamente sono fiori di casa con cui noi abbiamo confezionato mazzolini: crisantemi coreani coltivati apposta nell’orto, bacche della rosa Sea Foam, tralci di edera e alloro… Sicché nel tour ho ripensato a ciò che scrissi per la rubrica “Pensieri a margine” di Gardenia (novembre 1998), e adesso mi sento di riproporre quel testo perché non lo trovo affatto scaduto e vorrei che invogliasse qualche frequentatore della rete a dire la sua su un argomento che gli italiani scaramanticamente non vogliono affrontare.
In quanto alla foto della testata, è uno scorcio del cimitero di San Vito di Altivole, in provincia di Treviso e rappresenta la zona di passaggio tra il vecchio cimitero e quello monumentale, realizzato tra il 1969 e il 1978, che Carlo Scarpa progettò per la famiglia Brion e nel quale il grande architetto ebbe un angolo per sé. Un angolo commovente: una volta ho visitato il cimitero in aprile
e sulla sua scarna, grigia tomba terragna erano caduti i petali di una grande azalea rossa. Un effetto di bellezza vitale e serena come vorrei avessero i crisantemi di questi giorni, invece molto spesso volgare sfoggio di chi li ha portati ai propri morti per mera routine. Carlo Scarpa concepì ariosi spazi verdi e acque nei quali aggirarsi come in un giardino, sintesi di bellezza tra natura e cultura per meditare su vita e morte. Senza angoscia. Rialzò il piano di campagna, perciò da fuori il luogo murato pare invalicabile, mentre da dentro lo sguardo può spaziare sul bel paesaggio collinare, come se non ci fosse cesura tra dentro e fuori, tra momento interiore e territorio, tra vita e morte. In un sito in cui è riportata con encomiabile chiarezza la storia di quest’opera di Scarpa ho trovato una frase molto interessante che egli ebbe a pronunciare: “Questo è l’unico lavoro che vado a vedere volentieri, perché mi sembra di aver conquistato il senso della campagna, come volevano i Brion. Tutti ci vanno con molto affetto, i bambini giocano i cani corrono: bisognerebbe fare tutti i cimiteri così”. Appunto, all’incirca ciò che cercai di dire nell’articolo che qui di seguito riporto.
Viviamo di luoghi comuni, di tran tran rassicuranti trascinati senza convinzione e senza senso critico, di quotidianità priva di fantasia. Forse è una difesa dall’alluvione di segnali con i quali il mondo contemporaneo ci investe, ma non è una giustificazione sufficiente: chi ha sensibilità per le piante ornamentali ha il dovere di pensare e agire con creatività anche quando sconfina dall’interesse specifico. Un esempio di attualità, ricorrendo questo mese la festa dei morti, riguarda il rapporto che abbiamo con i rituali di ricorrenza, con il luogo della sepoltura di chi ci ha preceduti e con i modi di mantenere viva la memoria dei nostri cari. Perché rimuovere l’argomento se, proprio in qualità di giardinieri, potremmo collaborare all’evoluzione dei costumi?
In Italia i crisantemi hanno scarso successo come piante da giardino, eppure sono gli unici fiori rustici che consentono allestimenti trionfali sino alle soglie dell’inverno. Il motivo è chiaro: sono collegati con l’omaggio di inizio novembre ai defunti. Non è bastato far sapere in giro che in Giappone è esattamente il contrario: in segno di augurio agli sposi, le nozze sono benedette con fasci di crisantemi. E non è bastato introdurre sul mercato decine di vivacissime varietà di coreani a fiori piccoli, che non hanno più niente dei voluminosi (e, in giardino, troppo disordinati) crisantemi da taglio. Così i fiori del genere che Linneo nomenclò Chrysanthemum in virtù della solarità delle corolle (deriva dal greco, e vuol dire fiore d’oro) restano confinati ai 10 giorni di decorazione delle tombe come vuole tradizione e, per la domanda sostenuta, il loro costo è ben più alto del valore reale, alla stregua di tutte le merci destinate al consumo di ricorrenza.
Anche per quanto riguarda i nostri cimiteri, ci sarebbe da dire. Un po’ in tutti i paesi d’Europa questi luoghi sono giardini dove i vivi si recano non solo per rendere omaggio ai loro defunti, ma per rilassarsi nel verde (spesso in mezzo a quartieri che ne offrono poco d’altro genere) e a meditare serenamente sulla breve stagione in cui ci è dato di essere ospiti di questo mondo. In Italia invece si arriva al paradosso dei palazzoni di cemento in cui si sta in condominio da morti come da vivi. Chi ne ha il coraggio, visiti il cimitero di Posillipo a Napoli e poi provi a paragonarlo al Père Lachaise di Parigi, ma anche ad un qualsiasi minuscolo cimitero in cima alla Svezia, di certo più adeguati alla pax eterna dei trapassati, come a quella quotidiana di chi resta.
Infine, siamo sicuri che le somme spese in ossequio ai rituali siano il modo migliore di ricordare i morti? Di certo, è un investimento che non ha ricadute positive sui vivi, se non economiche per chi offre servizi nel settore. Da giardinieri non ci farebbe piacere, destinando una somma alla memoria per l’acquisto di una panchina dei parchi pubblici, collaborare all’arredo urbano per il quale nelle nostre città non c’è mai denaro sufficiente e, insieme, sapere che il nome di una persona cara defunta impresso sullo schienale verrebbe letto per molti anni? La paesaggista newyorkese Lynden Miller durante l’incontro che ho avuto con lei per un servizio su Gardenia (n. 170, giugno 1998), ne ha parlato tra i suoi progetti a breve per i parchi newyorkesi: ”Offrirò panchine a 5.000 dollari l’una: la gente dona volentieri questa somma alla memoria dei suoi cari…”. Qui da noi, accantonati gli atteggiamenti scaramantici, perché non dare una soluzione evoluta a discorsi ancora tabù in tutti i sensi?
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RaiTre, la trasmissione Che tempo che fa di domenica 25 ottobre. Il magistrato Nicola Gratteri, procuratore aggiunto al Tribunale di Reggio Calabria nella direzione antimafia, da vent’anni minacciato e perciò sotto scorta, prova a raccontare a Fabio Fazio la normalità della propria vita nonostante tutto: “Stamattina prima di venire qui ho piantato le lattughe”.
RaiTre, ultimo telegiornale della notte di ieri sera, mercoledì 28 ottobre (ma all’una era già oggi). Maurizio Mannoni, che conduce il telegiornale, annuncia in apertura che ci sarà un collegamento con Paolo Pejrone da Torino per presentare il suo ultimo libro, e aggiunge: “Tra poco ci solleverà lo spirito con il giardinaggio”. Prima che il telegiornale chiuda, il previsto collegamento. Nel quale la frase più “pregnante” è anche l’ultima: “Bisogna insegnare che l’agricoltura è una cosa sana e facile”.
Nessun dubbio: tifo per il magistrato.
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Oggi il mio paese prova a far festa usando le zucche come pretesto. Tutto era nato la primavera scorsa con qualche seme da scegliere e da coltivare, coltivare in nome di un minuscolo progetto che servisse per rimettersi insieme. Le piccole realtà scollate, figlie del divide et impera democristiano, della diffidenza di montagna, delle invidie per quelli di città che sembrano più ricchi e delle insicurezze per mancanza di cultura e senso di identità, emergono anche attraverso la filigrana sottile di un tema facile come quello delle zucche. Ma sin qui ci siamo arrivati. In mostra ci sono quasi 300 zucche portate nel corso di questa settimana da chi non ha dimenticato l’invito di sei mesi fa. Stamattina ho messo insieme una raccolta minima di aforismi sui semi e sul seminare e ne ho fatto bigliettini che la gente potrà prendere, usare come sorta di mantra. Io ho già scelto i miei, due perché uno mi sembra riduttivo: “La civiltà ebbe inizio quando per la prima volta l’uomo scavò la terra e vi gettò un seme” di Kahlil Gibran, che dice ciò che penso dell’agricoltura (ancora oggi, if possible); e “Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze” di Norberto Bobbio, che invece dice il mio credo in ciò che crea inquietudini dialettiche e non appaganti sicurezze. Le prime danno senso alla mia vita in ogni attimo, le seconde mi avrebbero impedito di espormi per una banalissima storia di zucche.
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Sto archiviando le foto che ho scattato a Flor 09 a Torino lo scorso fine settimana e mi viene da fare qualche considerazione. Una è che la gente del centro di Torino, come suppongo ovunque la popolazione inurbata e immemore delle radici contadine, è in larga parte ignara che esistono le piante ornamentali e, attorno a loro, ruota un intero mondo, un’economia, un significato. E noi addetti ai lavori (mi permetto di considerarmi tra questi) continuiamo a rilanciare con proposte sempre più grandi, ci sembra non basti mai ciò che mettiamo sul piatto. In realtà la stragrande maggioranza degli italiani è ancora all’abc. La prossima volta suggerisco di ricominciare da capo, per esempio con una fila di microscopi: mai visto tanto interesse come a Flor 09 fuori da un laboratorio. Oppure di andare ancora più a fondo con la mostra sui profumi delle piante, o di mettere altra terra perché i bambini si sporchino di più a seminare e bagnare, o di inventare un distributore automatico di fettine di mele antiche miste per la degustazione, insomma cose minime che però stimolano il rapporto di base con le piante e aiutano a interiorizzarle.
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Che avete capito? In questa sede, se possibile, evito di parlare di politica. Ma Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte, da oggi è ufficialmente dei nostri in campo, vanga alla mano, avendo superato brillantemente, e con molto divertimento, il battesimo delle piantagioni. Per nulla intimorita dal temporale scrosciante, ha calato sugli occhi il cappellino per ripararsi e ha dato l’avvio alla piantagione degli alberi e degli arbusti che andranno a compensare l’impatto ambientale dovuto alla mostra di giardinaggio Flor 09. Che, rispetto a tante attività umane, di impatto negativo sull’ambiente ne ha proprio poco, ma abbastanza da sollecitare, nelle istituzioni sensibili alle sorti del mondo in cui viviamo, la piantagione di un certo numero di alberi. Messa a posto la coscienza 
collettiva (anche con uso di sacchetti biodegradabili e la stampa del catalogo su carta riciclata), la mostra ha preso l’avvio. Bel pomeriggio nel dopo pioggia, un po’ umido, ma pieno di cose da vedere. Però stasera sono stanca morta, perciò ne riparliamo domani.
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Secondo motivo per venire a Flor09 (To) al Parco del Valentino di Torino tra venerdì pomeriggio 9 ottobre a domenica 11 ottobre. Un paio di numeri che dicono per tutti gli altri. 400 varietà di zucche, quasi l’intera gamma varietale esistente al mondo, costituiranno lo scenario di una mostra con tutti i crismi dell’unicità. La zucca è stata presa a simbolo di Flor 09. E’ infatti sinonimo di allegria, basso consumo energetico per la produzione, alta resa anche nei terreni poveri, universalità (non c’è popolo della terra che non abbia una sua zucca e non c’è alimento dolce o salato che non si possa preparare con la sua polpa). 75 i volontari di Volo 2006 che si daranno il turno all’interno della manifestazione, soprattutto con il compito di vegliare perché si raggiunga, anche con il comportamento virtuoso di chi lavora alla buona riuscita della manifestazione e di chi la visita, l’obiettivo a tutti gli effetti dell’impatto zero. Sarà questo, alla fine, il dato più importante.
Di questa nuova mostra di giardinaggio personalmente apprezzo più di tutto l’inedito incontro delle piante con la gente di buona volontà. In tutte le direzioni: con chi si offre volontario per essere supporto operativo là dove le cose accadono (Volo 2006 è il gruppo che ha affiancato l’organizzazione ufficiale delle olimpiadi invernali nel 2006), con chi deve fare uno sforzo per imparare le regole della sostenibilità (non ci saranno sacchetti di plastica per trasportare le piante, per esempio), con chi vuole guardare e vivere la città con altri occhi e altro spirito per scoprire quanto le piante siano necessarie per il benessere e per la vivibilità urbana. A questo penserà l’evento nell’evento Giardiningiro, 20 giardini temporanei nel quartiere multietnico di San Salvario: uno stimolo per gente attenta al mondo contemporaneo. La stessa che, tra piante nel parco del Valentino, giardini nel quartiere che si raggiunge attraversando un ampio corso e molto altro all’interno del Palazzo Esposizioni con Uniamo le energie, due passi più in là di Flor 09, avrà un fine settimana da ricordare.
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Si chiama ‘Piatlin’ ed è considerata la mela da mensa più buona d’Italia da esperti che l’hanno valutata secondo parametri di aroma, consistenza, qualità organolettiche, conservabilità ecc. E’ una mela invernale tipica della Valle dell’Elvo, la più occidentale del Biellese, in Piemonte. Di pezzatura ridotta, con la buccia rugginosa, ruvida e un po’ bitorzoluta, promette davvero poco. Ma sotto la pelle ha una polpa croccante e serbevole sino al periodo di Pasqua, meravigliosamente dolce, con un aroma delicato di mandorla. Considerata ormai un ricordo da chi l’aveva assaggiata da bambino perché gli alberi innestati dai contadini del passato sembravano tutti morti, è stata invece recuperata circa 15 anni fa e oggi è fuori pericolo di estinzione e promette con la sua bontà di farsi conoscere in tutta Italia. La prova è che diversi espositori di frutta, anche non piemontesi, la propongono a Flor09.
Primo motivo per venire a Flor09 al Parco del Valentino di Torino tra venerdì pomeriggio 9 ottobre a domenica 11 ottobre. In pieno fermento organizzativo, a Flor 09 si sta lavorando alla preparazione della mostra pomologica, ovvero all’esposizione di frutta che comprende campioni soprattutto di mele e pere tradizionali provenienti da tutta Italia, ma anche agrumi, olive, frutti minori quali giuggiole e sorbe. I campioni in esposizione – saranno svariate centinaia – racconteranno ai visitatori di Flor 09 la ricchezza delle varietà di frutta selezionate nei secoli passati sul territorio nazionale e la presenza sin dal Settecento di varietà francesi, tedesche e inglesi che denotano nei secoli passati una vivace circolazione in Europa delle eccellenze frutticole. Ogni collettore ha fatto avere i suoi campioni di frutta, che viene esposta insieme a quella degli altri, le mele Ruggine con le mele Ruggine, le pere autunnali con le pere autunnali. Due ragazzi di buona volontà, Luca e Veronica, stanno preparando i cartellini sui quali, quando possibile, è segnalata anche la zona di tipicità o il luogo di rinvenimento di una varietà autoctona. La frutticoltura è un ramo interessante delle scienze della terra ma, per quanto io ne sappia, ha un vivacissimo riscontro tra professionisti e amatori solo in zone tradizionalmente attive in tal senso, come l’Emilia Romagna e il Trentino. Altrove, come succederà a Torino al Parco del Valentino nel prossimo fine settimana, ad attivare la passione può essere una mostra pomologica che racconta quanto hanno lavorato in termini di selezione i nostri predecessori e quanto ancora è importante per il futuro della terra il patrimonio acquisito alla memoria storica e orticola nazionale. Ritornare a piantare i “frutti antichi” ha un valore nella direzione di Virgilio: “Carpent tua poma nepotes” (Bucoliche, IX, 50). Possano essere i nostri nipoti a raccogliere le mele piantate da noi per trasmettere valori insieme a sapori.
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A Paderna, per la prima volta, ho capito che il gap tra l’Italia e altre nazioni assai più addentro alle cose del verde si va assottigliando. Non oso pensare che si stia annullando: le culture hanno bisogno di stratificazione per potersi dire acquisite. Ma dopo dieci o undici anni in questo luogo, conoscendo l’amore con cui viene scelto tutto, dal cestaio del paese vicino al tessutaio casentinese sino all’istituto che recupera le vecchie varietà di frutta, posso dire che non guardo più con invidia a Courson, ai Croqueurs de pommes, al Chelsea, alle mostre provinciali tedesche. Penso che si va delineando con molta precisione una via italiana al giardinaggio che passa attraverso il recupero di abilità manuali, tecniche di artigianato e agricole, gusto per il bello, buoni sapori, valorizzazione di piccoli e piccolissimi territori, bisogno di conservare i segni della storia e della memoria, persino attraverso l’insegnamento della storia dell’arte in un liceo artistico milanese. Dove un professore di antropologia insegna “Grammatica dell’arte” ai ragazzi con un progetto singolare e geniale sulla biodiversità. Mimmo Cecere ha chiesto ai suoi allievi di interpretare con creatività una mela. Ha detto che ha buttato via senza pietà i primi risultati: “Non si creda: i ragazzi tendono all’omologazione, avevano fatto delle schifezze anonime”. Ma una volta chiarito come potevano interpretare il linguaggio dell’arte per esprimersi, hanno fatto cose a loro modo commoventi. Io credo in questo metodo che aiuta a crescere e provo gratitudine per chi è capace di attrezzare la società degli strumenti giusti. L’istituto in questione ha vinto uno dei premi, che pure potevano anche non esserci: diventano sempre meno necessari, a mano a mano che la gente impara a vedere, distinguere e fruire. Comunque questi sono i vincitori, diciamo che metterli in rete nel mio blog è il mio omaggio a chi, a suo modo, mi sta facendo passare l’invidia per gli altri Paesi d’Europa. Anche se le piante, persa la loro aura speciale e unica per gente come me, stanno diventando parte di un tutto che ancora non so qualificare, ma ritengo giusto.
- Premio per il migliore insieme di piante a Le Essenze di Lea di Spianate (Lu) per la collezione di salvie e per il lavoro di selezione e ibridazione, oltre che per il contributo alla conoscenza di un genere di piante che in autunno, sin dentro all’inverno, dà il meglio.
- Premio per la valorizzazione della tradizione all’Associazione Fattorie per tutti, associazione per la didattica rurale di San Giorgio Piacentino (Pc) per la costanza nel perseguire l’obiettivo di riportare l’olivo (come i dati del 1200 confermano) nelle terre emiliane, in particolare nell’areale piacentino.
-Premio per l’impegno nella ricerca e nella divulgazione al Liceo Artistico Correggio e Boccioni di Milano nella persona del professor Mimmo Cecere per il metodo con cui avvicina i giovani all’arte, alla liberazione della creatività e, attraverso questa, alla conoscenza della biodiversità.
- Premio per la continuità con il passato a Ombretta Zagatti di Masi Torello (Ferrara) per il gusto e l’aderenza alla realtà nel recupero di tecniche e gesti del passato che utilizzano un materiale povero come la cartapesta per un artigianato d’arte.
- Premio speciale del Castello di Paderna a Giuditta Iaccarino di Sorrento (Na) per l’arte che infonde al suo lavoro, con l’uncinetto che intesse con il filo la creatività solare e l’ironia mediterranee.
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La foto della testata del blog dal 2 ottobre 2009
Zucche tra biodiversità e gioco

E adesso tutto quel vortice di semi elargiti in primavera si è trasformato, come la carrozza di Cenerentola allo scoccare della mezzanotte, in zucche. Peccato non aver tempo per seguire ad una ad una le storie di chi ha affidato alla terra i semi prodotti dalle mie zucche dello scorso anno. Anzi, se qualcuno in giro per l’Italia mi legge e ha qualcosa da dire, per favore si faccia avanti, questa è la stagione per commentare. In orticoltura si cresce anche così, con il passaparola, con le esperienze condivise.
Dei miei raccolti, abbondanti ma a mio parere abbastanza deludenti circa la conservazione dei caratteri varietali, parlerò un’altra volta. Qui invece volevo ricordare gli appuntamenti che gli zuccologi non devono mancare nei prossimi dieci giorni. A Piozzo, in provincia di Cuneo, questo fine settimana c’è per la sedicesima volta una grande sagra dedicata alle cocurbitacee. Rispetto alle località italiane – sempre più numerose – che fanno festa allo stesso modo, Piozzo ha in più dalla sua la scientificità con cui ogni varietà viene catalogata e messa in mostra. Sono quasi 400 zucche con nome e cognome, ovvero quasi l’intera gamma delle varietà esistenti sul mercato. La pro loco di Piozzo fa arrivare i semi da tutto il mondo, si prende la briga di farli nascere in grandi campi alle porte del paese e in autunno raccoglie i frutti e li usa per far festa senza dimenticare l’importanza dell’aspetto orticolo. In orticoltura si cresce anche così, catalogando con cura, osservando le differenze di comportamento delle varietà.
Il prossimo fine settimana le zucche torneranno protagoniste nella mostra di giardinaggio Flor 09 al parco del Valentino di Torino, ma avrò modo di riparlarne nei prossimi giorni.
In quanto alla foto della testata, l’ho scattata nel 2007 ad un’altra importante mostra autunnale, quella di Paderna (PC), che si svolge questo fine settimana. Ci andrò stasera; ritroverò le catene di aglio piacentino, le patate quarantine, i vini del territorio, le mele mantovane, i fiori, le bacche, i bastoni da passeggio intagliati, le ceste di vimine e le anatre di erbe da
fosso. E le zucche, tante zucche, messe lì a fare colore e allegria, simbolo di abbondanza prima del letargo, stimolo alla creatività e ad un pensiero: l’infinita capacità della natura di riproporsi, declinando ogni possibile versione anche di un frutto povero come la zucca.
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Ancora fiori a Villa Taranto
Lunedì 19 Ottobre 2009 di Mimma
Meravigliosamente i fiori mi hanno riempito gli occhi: volentieri ne ridistribuisco un po’. In quanto alle dalie, ancora in pienissima fioritura, ne parlerò dettagliatamente un’altra volta. Dedico i fiori di questo post a Giuliano Foligna del vivaio Tiziana Facchini di Fano, che in queste ore sta rientrando dalle Journées des Plantes di Courson con un premio per la sua collezione di olivi. Anche di questo dovrei parlare, della sua e delle tante collezioni vegetali (comprese le dalie di Villa Taranto) che stanno formandosi in Italia, sotto lo sguardo ignaro delle istituzioni che, piuttosto che considerare e preservare questo patrimonio nuovo, ci lasciano emigrare per raccogliere almeno la soddisfazione di tanto, caparbio e non considerato lavoro.
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