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Una foto una storia (dal 20 dicembre 2009)

La foto della testata del blog dal 20 dicembre 2009
Buon Natale a mio modo

Non ho mai avuto un buon rapporto con le feste comandate, probabilmente proprio perché sono comandate. Sicché mi devo continuamente giustificare con chi, invece, trova rassicurazione nei topoi, per primo il Natale. Ma qualche sera fa ho apprezzato un’idea di mio marito in merito. Osservandomi mentre privavo dei semi una zucca della varietà tailandese ‘Fagtoong Sri Muang’ (squisita, ma non scalpitino gli amici zuccologi: ne riparliamo a gennaio) lui ha detto: “Non si sa mai come realizzare la capanna di Betlemme nel presepe: guarda se non sarebbe perfetta una mezza zucca così”. Gli ho promesso che avrei fotografato il suo allestimento, se solo fosse riuscito a trovare le statuine del presepe senza doverle acquistare. Ed ecco la nostra idea di Natale, mediazione tra la festa comandata e gli amori personali. Con tutti gli auguri del caso.

Natale un cavolo


Il tormentone natalizio è tornato di attualità. Succede ahinoi una volta all’anno. Tu scendi dalle stelle, i babbinatale cinesi invece si arrampicano ovunque oppure sculettano a ritmo di musica davanti ai negozi per attirare l’attenzione. Se quest’anno colpisce meno – cosa che qualche giornale commenta come preparazione sottotono della festa più sentita dell’anno – è solo perché ovunque spira aria di crisi e in troppe case è venuta a mancare la materia prima del consumismo di ricorrenza: il denaro. Sicché la matita di Rita Ammassari mette al lavoro me e lei in forma di follette stagionate per cavare il buono dalla situazione, suggerendo il cavolo come alternativa all’albero di Natale. Diciamo per solidarietà oppure perché, a suo modo, il cavolo è assai più sostenibile: dopo le feste finisce dritto in pentola, una caseula o una zuppa salutare, e poi non inquina, non è un rifiuto speciale, non impone agli spiriti ecologically corrects la piantagione in piena terra, quasi sempre in posti improbabili o non vocati. Soprattutto, dice Rita con la sua vignetta interpretando anche me, la vera festa è quella che mette alla prova creatività e fantasia per poter ancora chiamare magico il Natale.

Dove vanno le radici

Un post  che ho scritto due anni fa e che trovate qui, e il commento che arriva ora da chi avevo chiamato in causa, Pia Pera. Credo che la questione sul tappeto abbia interesse generale per due motivi: verte essenzialmente sulla responsabilità di ciò che ognuno di noi afferma attraverso i media, e propone la botanica come scienza non per soli addetti ai lavori, ma come palestra e strumento di conoscenza anche nel giardinaggio. Per questo pubblico come nuovo post il commento, con il contributo scientifico che contiene, e la mia replica.

Cara Mimma,
non ho mai fatto finta di essere uno scienziato, su quanto scrivi ho comunque chiesto a uno scienziato che studia proprio le attività delle radici, ed ecco quanto mi dice:
Cara Pia, Il geotropismo non si chiama più così dagli anni 60. Oggi si parla di gravitropismo. In assenza di qualunque altro stimolo, le radici crescono verso il basso seguendo la gravità (non il centro della terra, per questo si parla di gravitropismo). Tuttavia, lo stimolo della sola gravità è soltanto teorico, in quanto nella realtà le radici sono soggette a moltissimi altri tropismi, i cui effetti contemporanei si sommano dando vita a movimenti compositi. Oltre al gravitropismo, la radice possiede un numero straordinario di altri “tropismi” fra questi: idrotropismo (acqua), chemiotropismo (nutrienti), ossitropismo (aria), elettrotropismo, fototropismo, fonotropismo, ecc. In generale si stima che l’apice radicale sia in grado di monitorare almeno 15 parametri fisici e chimici e di rispondere in accordo. Charles Darwin nel 1880 ha pubblicato un volume di oltre 500 pagine “The power of movement in plants” fittamente scritte in cui descrive per almeno 2/3 del libro i movimenti della radice. Che non sono, ovviamente, soltanto quelli a seguito della gravità, ma molto più complessi ed articolati. Mi spiace di non avere tempo ora, ma sull’argomento sono state scritte intere biblioteche”.
Ecco, spero possa essere di aiuto
Un caro saluto
Pia Pera

Si chiama Barkeria lindleyana l’orchidea di cui ho fotografato un dettaglio delle radici nella serra del vivaio Orchidee del lago Maggiore di Lesa. Mi aveva colpito l’apice verde pistacchio, che mi riportava alla memoria la faccenda della cuffia radicale. Ossia: la punta di ogni radice è protetta da un involucro che impedisce alla fragile porzione in accrescimento di danneggiarsi a contatto con il substrato ma, soprattutto, gioca un ruolo nella capacità della radice di “percepire” la gravità e andare verso il basso. No so se quei tessuti verdi nella radice dell’orchidea corrispondano effettivamente alla cuffia radicale, anche perché sono radici aeree come in tutte le orchidee epifite, che non devono cioè scandagliare il terreno. Mi informerò in merito; in ogni caso per sapere qualcosa sulla struttura delle radici e sulle teorie che le riguardano c’è come sempre wikipedia, all’indirizzo it.wikipedia.org/wiki/Radice_(botanica)

Cara Pia, ti ringrazio per la precisazione, per quanto tardiva e mediata da uno scienziato anonimo. Grazie anche se non toglie e non aggiunge niente a quanto avevo affermato nel post di due anni fa. Ritengo che al momento attuale siano superate le querelles sui termini gravitropismo e geotropismo, rimanendo chiaro invece il concetto che, alla germinazione dei semi, le radici inequivocabilmente cominciano ad andare in giù, e con poca o nulla indecisione: né di qua né di là, ma verso il basso in ossequio alle regole della gravità. Faccio comunque tesoro del contributo che proponi circa la moltitudine di altri movimenti radicali che intervengono e lo condivido con chi legge questo blog.
In ogni caso la questione centrale a mio parere non è su questo punto, ma sul fatto che tutti quanti – me compresa – ci stiamo sempre più allontanando dalla conoscenza scientifica di base della botanica (in numerose accezioni) e dalla responsabilità che dovremmo avere noi come addetti all’informazione, per avventurarci in un universo di sentimenti ed emozioni personali. I quali sentimenti ed emozioni comunicano all’esterno il nostro amore per le piante, è vero, e contribuiscono alla Felicità Interna Lorda (vedi la “Nota a margine” che ho aggiunto da qualche tempo in fondo alla colonna “di servizio” del mio blog). Non contribuiscono però a collocare le piante nella posizione che a loro compete in natura, nella vita dell’uomo e nella scienza né a spiegare ciò che sembra magico e non lo è. Ben che vada, insomma, facciamo politica alternativa, ma di rado diamo un apporto alla conoscenza botanica e alla sua divulgazione.
In un mondo di valori sempre più approssimativi, quando non calpestati, di movimenti di liberazione da tutto, a cominciare dal rigore scientifico spesso così poco ludico e invece impegnativo, anche nel giardinaggio si dovrebbe azzerare la situazione e ricominciare da capo. Il fatto che l’autunno scorso a Flor 09 a Torino i visitatori – bambini e anziani alla stessa stregua – si accapigliassero quasi per avere diritto a guardare dentro ad un microscopio, mi dice che può esserci spazio per questo pensiero. E così i Festival della Scienza che si svolgono con grandissimo successo in diverse città italiane (Genova, Roma, Perugia, Cagliari, Torino ecc). Forse, intrattenendo buoni rapporti con la disciplina che indaga sul perché le radici crescono verso il basso e la parte aerea delle piante punta verso l’alto, si va incontro, se non alla felicità, almeno alla coscienza serena del disegno che governa il nostro pianeta, di chi siamo, di chi sono le piante e di come, nella convivenza, prendano forma l’armonia, la bellezza e la sostenibilità delle nostre azioni. Un abbraccio, Mimma

Tre libri da regalare a Natale

Tenendo innanzi frutta. Vegetali coltivati, descritti e dipinti tra ‘500 e ‘700 nell’Alta Valle del Tevere di Isabella Dalla Ragione. Se dovete fare un regalo (o volete farlo a voi stessi), un libro che accontenta chi se ne intende di frutticoltura, chi segue le vicende del recupero dei “frutti antichi” sul territorio nazionale, chi ama la storia locale e la storia dell’arte. L’autrice, nota ricercatrice che con il padre Livio fondò a Città di Castello “Archeologia arborea” e un frutteto-collezione di varietà locali, ha compiuto un’operazione altamente culturale. Comparando i vegetali degli affreschi che ornano i palazzi della sua zona a quelli veri ancora coltivati o appena recuperati, giunge alla tesi che i primi rispecchiano i secondi, ossia i pittori seguirono i dettami di Giorgio Vasari di ritrarre dal vivo “tenendo innanzi frutte naturali”. L’operazione è ulteriormente arricchita dal contributo del fotografo Emilio Tremolada, che ha documentato gli affreschi e interpretato gli stessi vegetali, soprattutto frutta, ispirandosi alle composizioni degli affreschi. Così la storia trova una sua continuità e il lavoro di recupero e conservazione del patrimonio frutticolo nazionale viene vivificato. I testi sono affiancati dalla versione in inglese, ciò che consente il regalo anche ad intenditori stranieri. Meno encomiabili alcune scelte grafiche. Il libro, di 168 pagine di grande formato, costa 70 euro e può essere ordinato direttamente a Petruzzi Editore a questo indirizzo.
Orchidées de Genova à Barcelona di Rémy Souche. Un piccolo libro (di formato 14 x 22 cm, perché possa essere di facile trasporto e consultazione durante le escursioni in natura) che però, come succede sempre più spesso nell’editoria fatta in casa di chi è esperto di un argomento verde, è una summa aggiornatissima di buon spessore scientifico. In 224 pagine, con 420 foto a corredo, Souche propone la scheda di tutte le orchidee spontanee che è possibile incontrare in natura lungo le coste della Liguria, della Francia mediterraneae della Catalogna. Anche se scritto in francese, è di facile comprensione, non concedendo niente alle chiacchiere (e le descrizioni scientifiche, si sa, si assomigliano in tutte le lingue). Ogni didascalia riporta, insieme al nome dell’orchidea immortalata, il luogo e la data in cui è stata scattata la foto. Il libro, con dorso a spirale, costa 27,50 euro e può essere ordinato direttamente dal sito dell’autore e della Societé Occitane d’Orchidologie all’indirizzo www.ophryshybrides.com
Il Bugiardino. Lunario agenda delle terre liguri 2010 di Massimo Angelini e Maria Chiara Basadonne. Minuscolo (cm 10×15) per poter stare in tutte le tasche, poco costoso (4,50 euro) per essere alla portata di tutti, ripropone per il quarto anno con molta curiosità, nessun romanticismo, solo un pizzico di ironica leggerezza e un raffinatissimo, mai ostentato uso della cultura (anche, ma non solo, popolare), le pubblicazioni in voga prima del nostro tempo. Erano compagnia, promemoria e fonte di conoscenza e di speranza per chi coltivava la terra. Oggi il rinato Bugiardino ligure, come le poche pubblicazioni similari che ancora esistono in Italia (Gran Pescatore di Chiaravalle, Barbanera, Lunario Bolognese, ecc) rappresenta un legame con il passato e i saperi tradizionali, ma anche una tappa per chi, saggiamente, sta compiendo a ritroso il percorso della civiltà per ritrovare un senso ancora umano al tempo, alle cose e alla terra. Si trova in vendita nelle librerie e nelle edicole della Liguria, oppure tramite la mail ilbugiardino@quarantina.it.

Viola anch’io

Omaggio da casa al No B Day.

Dai nostri inviati a Chicago

Veramente una bella sorpresa: cartoline americane arrivate ieri con la posta elettronica, scatti di un giorno al Millennium Park di Chicago, a quel capolavoro che è il Lurie Garden di Kathryn Gustafson, Piet Oudolf, e Robert Israele. Grazie a Italo e Leo che, lasciati i loro consueti abiti di vivaisti di hemerocallis in Sardegna, si sono trasformati in inviati speciali nella loro seconda patria, Chicago. Qui di seguito una manciata delle loro foto per condividere un autunno americano di graminacee strepitose. Lezione da imparare. Solo una nota: senza pretendere che un giorno o l’altro anche in Italia si facciano giardini di graminacee di altrettanta forza, sarei già contenta che qualche giardino e qualche parco urbano di casa nostra segnalasse le fioriture di stagione con cartelli puntuali come quelli del Lurie Garden. E per informarsi sul Millennium Park, qualcosa da leggere nel web a questo indirizzo e a quest’altro.

La foto della testata del blog dal 1 dicembre 2009
Personal mountains
Sono salita in alto alle spalle del mio paese, in tempo per vedere il sole che tramontava lasciando l’aria violetta e le nebbie in espansione dalla pianura ai primi contrafforti prealpini. Ho schiacciato un clic per memoria, chissà mai quando capiterà ancora di esserci in un momento simile, con quella luce, quelle nebbie, quel profilo. Per un momento la cima aguzza del Monviso, emergente con i suoi 3.841 metri dal profilo di creste delle Alpi Cozie, mi è sembrata il perno del mio mondo. Che cos’è il paesaggio, che cosa il tuo paese? A casa mi è venuta voglia di ascoltare Personal Mountains di Keith Jarrett: a 30 anni esatti dalla registrazione per me ancora 16 minuti di meraviglia. E ho cercato Libera nos a Malo di Luigi Meneghello: “Perché questo paese mi pare certe volte più vero di ogni altra parte del mondo che conosco? E quale paese: quello di adesso, di cui ormai si riesce appena a seguire tutte le novità; o quell’altro che conoscevo così bene, di quando si era bambini e ragazzi, e ciò che ne sopravvive nella gente che invecchia? O non piuttosto l’altro ancora, quello dei vecchi di allora, che alla mia generazione pareva già antico e favoloso? E’ difficile dire.”

Ancora paesaggio

Se ci si mette dal balcone di La Morra e si guarda la fuga delle colline del Barolo e del Barbaresco si vede un capolavoro del giardinaggio, le vigne disegnano tracciati come quelli dei giardini di Marella Agnelli. Bisognerebbe chiamare uno come Pejrone per migliorarle.

Così Bruno Ceretto, uno dei maggiori produttori di vini langaroli, in una intervista a La Repubblica Torino di sabato 28 ottobre 2009, a proposito della candidatura delle Langhe a patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Ma, ahimé, quanta stupida confusione su che cos’è bello per sua natura e quanto è costruito dall’uomo, e quanta insopportabile spocchia (e un che di piaggeria) nel nominare i due personaggi che in Piemonte fan tanto provincia blasé. Sarebbe auspicabile che Ceretto tacesse e continuasse a fare invecchiare strepitose botti di barolo. Nel qual caso, e solo in quello, salut!

Paesaggi e rispetto

Scrive Sara al mio blog il 15 novembre scorso: Oggi sono stata ad un convegno sul consumo del territorio e il degrado del paesaggio. Una cronaca di guerra nel centro di una delle province più martoriate dal mattone, la mia. L’unica proposta seria, da quasi tutte le parti, è stata fermare lo scempio, senza deroghe o condoni. Non si trattava di un raduno di facinorosi ambientalisti, c’erano tecnici, docenti universitari ed amministratori da tutta la penisola. Però, la cosa forse più buffa rilevata, è che anche in questo caso i dati non sono certi, ma approssimativi per difetto, perchè nessuna rilevazione accurata viene più commissionata da anni. E se, tutti insieme, si iniziasse a raccogliere le tracce delle cattedrali del cemento, cioè di tutte quelle opere edilizie iniziate, mai finite o mai utilizzate, che si sono mangiate e si stanno mangiando la campagna?

Solo una settimana prima, il 6 novembre scorso, Marcello aveva mandato le sue considerazioni a commento del mio post “Milis è una storia”: Sono stato anche io a Milis e solo ora arrivo a questo bel sito. Abbiamo molto bisogno di diffondere la cultura del verde in Sardegna e gli amici di Milis è giusto abbiano tutto il nostro apprezzamento. A Milis ho visto anche Soru, che usciva sconfitto dalle elezioni regionali. Mi vien in mente Soru perchè con la testardaggine dei sardi ha tentato di frenare l’ondata di cemento che stava sommergendo la Sardegna. Oggi noi che amiamo il verde e la natura dobbiamo guardare come si dice “il bosco e non la singola piantina”: la Sardegna è ancora una grande giardino, con i suoi paesaggi di mille forme e colori, tutti diversi: dai calcari di Alghero e di Tavolara ai graniti della Gallura, dalle torri nuragiche alle antiche chiese. Vogliamo tutti impegnarci a difendere questo patrimonio? La nuova legge delle giunta Cappellacci apre mille strade alla distruzione delle nostre coste e delle campagne. Lo fa in modo furbesco e populista. E non va dimenticata la prevista incentivazione di nuovi campi da golf. Milis e il Campidano erano il polmone e il giardino profumato della Sardegna. Cosa è rimasto di questo? Le persone di cultura è giusto che impegnino le loro energie per il patrimonio della Sardegna.
Mi ripromettevo di rispondere ad entrambi, invece sono perennemente travolta da altro. Un momento fa ho però ritrovato casualmente tra i miei appunti questo brano scritto da Pietro Porcinai nel 1968 e pubblicato nella presentazione del sito che la figlia Paola cura per mantenere viva la memoria e la lezione di civiltà di un grande del Novecento italiano (andate a vedere all’indirizzo pietroporcinai.net). A volte anche se non si ha tempo si fa di tutto per trovarne, così ho trovato i dieci minuti necessari per mettere in rete tre testimonianze legate da un unico filo con in più, di mio, alcuni degli appunti fotografici che, per il contenuto inquietante, relego in una cartella del mio archivio assai poco frequentata. Scrive Porcinai:

La nostra sopravvivenza è legata al paesaggio. Dobbiamo fare in modo che i nuovi paesaggi tornino ad essere formati come furono quelli di Firenze antica, di Venezia antica, di Siena antica ecc. Il paesaggio riflette sempre, infatti, la qualità di un ordinamento sociale ed infatti la società che non ha rispetto per la natura terrestre non ha nemmeno rispetto per la natura umana.

Giornali di giardinaggio francesi

Come mi succedeva più spesso in passato, essendomi trovata in Francia nel penultimo fine settimana ho fatto incetta di giornali di giardinaggio: tutto ciò che c’era sull’argomento in un’edicola di provincia abbastanza ben fornita. Ecco che cosa ho trovato.

L’art des jardins. E’ un trimestrale, questo è il n. 3 uscito in ottobre. C’è un dossier corposo di 50 pagine sui bulbi primaverili: giardini esistenti che ne ospitano, i miscugli di bulbose e tulipani, gli Allium, come piantare bulbi con successo. La formula mi sembra interessante: trovato l’argomento, che sia botanico o paesaggistico, lo si sviscera da diverse prospettive. Pas mal. E’ così anche per i giardini del Sud della Francia: c’è un lungo reportage su quello privato del vivaista Jean Rey e subito dopo un servizio sulle piante che amano il sole e l’asciutto. Da segnalare ancora l’originalità del portfolio dedicato alle salvie, fotografate in ottobre-novembre e distribuite qui e là lungo la rivista: ogni foto una pagina, un titolo in alto, la foto grande e una scheda agile a epigrafe in basso. L’art des jardins consta di 194 pagine e costa 5,70 euro; il prossimo numero uscirà a fine febbraio 2010.
Mon jardin & Ma Maison. Conoscevo nei minimi dettagli questa testata mensile, ora giunta al n. 598: per una quindicina di anni ho tradotto e adattato per l’Italia parte dei servizi e dei consigli del mese, che venivano pubblicati sul mensile Giardini (quello di prima, estinto nel 2000 insieme al gruppo di lavoro). Adesso la testata mi sembra molto meno vivace. Sul numero di novembre d’interessante c’è in apertura il punto sul giardinaggio come pratica terapeutica per malati e anziani, più avanti come piante del mese sono proposti alberi che emanano profumo. I francesi sono sensibilissimi in merito: di Cercydiphyllum japonicum qui si dice che alla caduta delle foglie sa di pasticceria; che la mahonia quando fiorisce profuma di narciso, Clethra barbinervis di glicine e Citisus battandieri di ananas. Oltre ad un servizio sui piccoli frutti da piantare questo mese c’è un servizio sull’igname (Dioscorea oppositifolia), pianta esotica coltivata per la radice commestibile, a sorpresa in un piccolo paese francese.
La Gazette des Jardins. Brutto, su carta pessima, impossibile da sfogliare a letto come piace a me (è in formato tabloid), ma come sempre denso di argomenti vivi e attuali, questo giornale è forse l’unico (non solo in Francia, dico io) ad affrontare con un taglio interessante e utile il mondo del giardinaggio. In edicola c’è ancora il numero di settembre. Si parla della collezione nazionale francese di ortensie (quella dei Mallet, iniziata nel 1984 e attualmente con 1.200 tra specie e varietà); il diario a puntate di una “avventura in permacoltura” nel nizzardo,  note sulla lavorazione del suolo, le rape, la potatura, l’innesto delle solanacee da orto, un vivaio di rose, la storia e l’ibridazione della rosa, un reportage da una tenuta del Togo in cui si fanno produzioni per il mercato equo e solidale. Questo e altro ancora a 3,50 euro. www.gazettedesjardins.com
Détente jardin. Sottotitolo: il giornale del giardino di piacere. Vicino al titolo c’è scritto che è il n. 1 dei giornali di giardinaggio. Dodici pagine di consigli di stagione, un servizio sul parco de la Tete d’Or di Lione, un dossier sulla piantagione autunnale di rose e piccoli frutti e un altro sul fotovoltaico. Generico, buona stampa (vedo nel colophon che è stampato a Bergamo!) e pochi contenuti, il n. 80 fa novembre e dicembre e costa 3,60 euro. Su internet all’indirizzo www.detentejardin.com
Plaisir du Potager. E’ un trimestrale, quello dell’autunno 09 è il n. 47, costa 3,90 per sole 32 pagine, ma fitte di notizie, tecniche e ricette agronomiche e culinarie. Si parla (ogni argomento in media una doppia pagina di grande formato) di come prolungare i raccolti estivi, come ammendare la terra, se vale la pena installare una serra, le buone ragioni per fare un orto a quadretti, che cosa coltivare in inverno nel cassone freddo, a che cosa badare nell’acquisto di una casetta per gli attrezzi, quali errori evitare nella pulizia e ripristino degli attrezzi, e poi cavoli, porri, gli ortaggi antichi, i piccoli frutti, libri e giochi enigmistici…
Jardiner Bio magazine. E un altro trimestrale dello stesso editore della rivista precedente, e in parte ne ricalca lo stile. Questo numero suggerisce come fare i raccolti e i lavori d’autunno nel giardino ecologico e jardiner naturel sans jardinier idiot, come seminare i cinorrodi di rosa, adottare subito pratiche utili ad evitare le erbacce il prossimo anno, favorire la presenza del rospo in giardino… Costosissimo (4 euro per 32 pagine, copertina compresa) ma a me sembra una formula onesta per attirare gente nel mondo del giardinaggio e conservare il suo interesse senza spaventarla, con notizie semplici, chiare e succose.

Rustica Déco. Il noto settimanale di giardinaggio Rustica (che non ho trovato in edicola)  ha di tanto in tanto uno speciale hors série; questo è dedicato a 10 temi, con i consigli su come realizzare allestimenti, che cosa scegliere, ecc. Operazione essenzialmente di appoggio al giornale, ha tuttavia una sua utilità e una sua correttezza, però niente di che. In vendita a 4,50 euro, il sito del giornale si trova all’indirizzo  www.rustica.fr.

L’Ami des Jardins Hors Série “Petits aménagements de jardin”. Un altro speciale dedicato ai piccoli interventi per rinnovare il giardino, di un altro popolare mensile di giardinaggio, tra l’altro edito in partecipazione da Mondadori France. Che ci sia uno zampino italiano si indovina: buona stampa (in Italia), contenuti un po’ raffazzonati come da noi le testate che si autodefiniscono popolari. Niente da ricordare: si sfoglia con piacere facendo anticamera dal dentista, per altro l’unico che possa spendere 6,90 euro per un giornalino di 84 pagine (copertina compresa). Ma il mensile è in edicola dal 1931 e vende 150.000 copie, così almeno dice Mondadori.

Il presente, che minestrone!

Il-presente,-che-minestrone-in-una-vignetta-di-Rita-Ammassari

Evviva, sono tornate le Follette Stagionate di Rita Ammassari, che latitavano da tempo. Mi manda la vignetta e dice: “Ho letto la notizia degli alimenti destrutturati e mescolati tra loro: allucinante. E pensa che ho evitato di elencare i componenti più inquietanti, non volevo rovinarti la giornata e il piacere di tornare dall’orto con le verdure che hai visto crescere sotto i tuoi occhi e ti fanno pregustare il minestrone che sarà.”  Rita fa una pausa per lasciarmi il tempo di ricordare che entrambe siamo  convinte e appassionate ortiste, poi aggiunge: “In quanto alla battuta dell’altra, ho pensato ai trans perché le cronache di attualità hanno fatto di loro un tormentone-minestrone: tutti nella gran pentola mediatica della tv, e noi a berci ciò che ci somministrano, perciò complici nell’inclinare sempre più il piano sul quale stiamo rotolando”.

A San Martino, alberi della Burcina

foglie-di-Fagus-sylvatica-il-giorno-di-San-MartinoUna giornata di sole nel giorno di San Martino e gli alberi di un parco all’imbocco della mia valle, il Parco Burcina “Felice Piacenza”. Creato a metà Ottocento per la fruizione privata di una famiglia di industriali lanieri biellesi, è diventato prima giardino pubblico della città di Biella, infine parco della regione Piemonte con la qualifica di riserva naturale speciale. Non ho molta pratica di parchi italiani similari, sicuramente ne ho di più di giardini, ma a me sembra che questo luogo sia molto amato dalla popolazione e molto frequentato nel modo più bello che si possa sperare: ognuno fruendolo a suo modo, trovandoci il motivo per farlo. I ragazzi verso sera ci vanno a fare lo jogging, arrampicandosi su per le salite e i tornanti tra ali di alberi maestosi; i bambini delle scuole ci vanno a far pratica di natura, all’aperto e nel ben attrezzato centro didattico in una delle case ristrutturate; gli anziani vanno a passeggiare, se possibile entrando dall’ingresso alto che consente una magnifica passeggiata in piano con vista ariosa sulla pianura, sennò con il permesso di entrare in auto un giorno alla settimana; i contadini ci lavorano come hanno sempre fatto, portano le mandrie a pascolare, d’estate fanno il fieno per nulla intimoriti da una vegetazione arborea e arbustiva di straordinaria potenza e ricchezza floristica. Io ci vado quando posso proprio per quella. Notizie sul parco Burcina cliccando qui.

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La foto della testata del blog dal 6 novembre 2009
Autunno a Valsanzibio
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Ci sono immagini che a mio parere non danno possibilità di fare chiacchiere. Questa è una delle testate silenziose del mio blog. L’autunno cede il passo lentamente all’inverno, i cieli diventano inconsistenti, i muschi rivestono le opere dell’uomo. E Valsanzio si fa muto. Come da trecento anni. Il giardino di Villa Barbarigo Pizzoni Ardemani è uno dei luoghi – mentali ancor prima che reali – in cui mi rifugio. Vorrei essere là ora, come tre anni fa,Valsanzibio-autunno mentre le piante hanno un ultimo sussulto, i cieli scolorano, statue e fontane diventano d’un grigio triste come la stagione. E tuttavia rincuora la certezza che il giardino rinascerà a primavera, come la natura. Solo noi saremo un po’ più vecchi.Valsanzibio a questo indirizzo.

Telegiornale delle 13

ape-con-le-calze-colorate-di-rosso-dal-polline-di-un-verbascoAddio, piccola ape furibonda. Così Pier Paolo Pasolini chiamò Alda Merini, la poetessa che stamattina ha avuto il funerale di Stato nel duomo della sua Milano. Mi piace pensarla come un’ape, con l’aggiunta di quell’aggettivo d’autore che risale a quando ancora le api lottavano per la vita e bottinavano sui fiori e tornavano a casa e producevano miele. Come lei poesie. Non come adesso che non si sa che fine facciano. Le api e la poesia.

uno-dei-giardini-di-Euroflora-2006Verde urbano, grattacieli di campagna. Milano nei prossimi anni dovrà inventarsi 450 ettari di verde in più senza aumentare le dimensioni della città. Ma dove li troveranno 450 ettari, mi chiedo. Dice l’autore del servizio: faranno uno scambio di terreni attualmente edificabili in città e costruiranno in altre zone esterne da individuare. Grattacieli fuori città, come stanno proponendo a Ligresti, vuol dire comunque aumentare l’area metropolitana andando a colpire il verde vero, agricolo, ancora esistente. Ma io, che me ne sono andata vent’anni fa per sopraggiunta orticaria alla vita urbana, che diritto ho di pensare le città in funzione del verde e dell’agricoltura?

zucca-intagliata-HalloweenZucche e crocifissi, grandezze non omogenee. Il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone non è contento della sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, secondo la quale il crocefisso dai luoghi pubblici italiani va rimosso. Bertone oggi ha una reazione che non mi piace, per quanto io ami gli ortaggi chiamati ingiustamente in causa: “Io dico che questa Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche delle feste recentemente ripetute e ci toglie i simboli più cari”. Ha fatto un po’ confusione, direi. Il problema riguarda i simboli religiosi, non mi pare ci sia una fede di Halloween. E se la gente ha voglia di rallegrarsi con poco, e attecchisce sempre più una festa di importazione americana, non sarà che è perché il cattolicesimo ha predicato troppo a lungo ai semplici che bisognava soffrire sulla terra per poi godere in paradiso? C’è un momento per la festa e un momento per cercare il raccoglimento. Per poterlo fare in Italia ci sono migliaia di chiese preposte allo scopo. E ci dovrebbero essere luoghi di culto anche per gli altri cittadini non di fede cattolica. In questo momento sento la mancanza di un parere di Corrado Augias, fatelo dire a Corrado Augias che sa dire queste cose con un sorriso ateo rassicurante.

La foto della testata del blog dal 1 novembre 2009
Crisantemi per i vivi
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Anche io e mio marito siamo andati a “fiurì”, a portare i fiori ai nostri morti in tre o quattro cimiteri. Ma rigorosamente sono fiori di casa con cui noi abbiamo confezionato mazzolini: crisantemi coreani coltivati apposta nell’orto, bacche della rosa Sea Foam, tralci di edera e alloro… Sicché nel tour ho ripensato a ciò che scrissi per la rubrica “Pensieri a margine” di Gardenia (novembre 1998), e adesso mi sento di riproporre quel testo perché non lo trovo affatto scaduto e vorrei che invogliasse qualche frequentatore della rete a dire la sua su un argomento che gli italiani scaramanticamente non vogliono affrontare.
In quanto alla foto della testata, è uno scorcio del cimitero di San Vito di Altivole, in provincia di Treviso e rappresenta la zona di passaggio tra il vecchio cimitero e quello monumentale,  realizzato tra il 1969 e il 1978, che Carlo Scarpa progettò per la famiglia Brion e nel quale il grande architetto ebbe un angolo per sé. Un angolo commovente: una volta ho visitato il cimitero in aprile tomba-Brion-scorcio-su-tomba-Carlo-Scarpa-con-forsizia-fioritae sulla sua scarna, grigia tomba terragna erano caduti i petali di una grande azalea rossa. Un effetto di bellezza vitale e serena come vorrei avessero i crisantemi di questi giorni, invece molto spesso volgare sfoggio di chi li ha portati ai propri morti per mera routine. Carlo Scarpa concepì ariosi spazi verdi e acque nei quali aggirarsi come in un giardino, sintesi di bellezza tra natura e cultura per meditare su vita e morte. Senza angoscia. Rialzò il piano di campagna, perciò da fuori il luogo murato pare invalicabile, mentre da dentro lo sguardo può spaziare sul bel paesaggio collinare, come se non ci fosse cesura tra dentro e fuori, tra momento interiore e territorio, tra vita e morte. In un sito in cui è riportata con encomiabile chiarezza la storia di quest’opera di Scarpa ho trovato una frase molto interessante che egli ebbe a pronunciare: “Questo è l’unico lavoro che vado a vedere volentieri, perché mi sembra di aver conquistato il senso della campagna, come volevano i Brion. Tutti ci vanno con molto affetto, i bambini giocano i cani corrono: bisognerebbe fare tutti i cimiteri così”. Appunto, all’incirca ciò che cercai di dire nell’articolo che qui di seguito riporto.

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Viviamo di luoghi comuni, di tran tran rassicuranti trascinati senza convinzione e senza senso critico, di quotidianità priva di fantasia. Forse è una difesa dall’alluvione di segnali con i quali il mondo contemporaneo ci investe, ma non è una giustificazione sufficiente: chi ha sensibilità per le piante ornamentali ha il dovere di pensare e agire con creatività anche quando sconfina dall’interesse specifico. Un esempio di attualità, ricorrendo questo mese la festa dei morti, riguarda il rapporto che abbiamo con i rituali di ricorrenza, con il luogo della sepoltura di chi ci ha preceduti e con i modi di mantenere viva la memoria dei nostri cari. Perché rimuovere l’argomento se, proprio in qualità di giardinieri, potremmo collaborare all’evoluzione dei costumi?
In Italia i crisantemi hanno scarso successo come piante da giardino, eppure sono gli unici fiori rustici che consentono allestimenti trionfali sino alle soglie dell’inverno. Il motivo è chiaro: sono collegati con l’omaggio di inizio novembre ai defunti. Non è bastato far sapere in giro che in Giappone è esattamente il contrario: in segno di augurio agli sposi, le nozze sono benedette con fasci di crisantemi. E non è bastato introdurre sul mercato decine di vivacissime varietà di coreani a fiori piccoli, che non hanno più niente dei voluminosi (e, in giardino, troppo disordinati) crisantemi da taglio. Così i fiori del genere che Linneo nomenclò
Chrysanthemum in virtù della solarità delle corolle (deriva dal greco, e vuol dire fiore d’oro) restano confinati ai 10 giorni di decorazione delle tombe come vuole tradizione e, per la domanda sostenuta, il loro costo è ben più alto del valore reale, alla stregua di tutte le merci destinate al consumo di ricorrenza.

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Anche per quanto riguarda i nostri cimiteri, ci sarebbe da dire. Un po’ in tutti i paesi d’Europa questi luoghi sono giardini dove i vivi si recano non solo per rendere omaggio ai loro defunti, ma per rilassarsi nel verde (spesso in mezzo a quartieri che ne offrono poco d’altro genere) e a meditare serenamente sulla breve stagione in cui ci è dato di essere ospiti di questo mondo. In Italia invece si arriva al paradosso dei palazzoni di cemento in cui si sta in condominio da morti come da vivi. Chi ne ha il coraggio, visiti il cimitero di Posillipo a Napoli e poi provi a paragonarlo al Père Lachaise di Parigi, ma anche ad un qualsiasi minuscolo cimitero in cima alla Svezia, di certo più adeguati alla pax eterna dei trapassati, come a quella quotidiana di chi resta.
Infine, siamo sicuri che le somme spese in ossequio ai rituali siano il modo migliore di ricordare i morti? Di certo, è un investimento che non ha ricadute positive sui vivi, se non economiche per chi offre servizi nel settore. Da giardinieri non ci farebbe piacere, destinando una somma alla memoria per l’acquisto di una panchina dei parchi pubblici, collaborare all’arredo urbano per il quale nelle nostre città non c’è mai denaro sufficiente e, insieme, sapere che il nome di una persona cara defunta impresso sullo schienale verrebbe letto per molti anni? La paesaggista newyorkese Lynden Miller durante l’incontro che ho avuto con lei per un servizio su Gardenia (n. 170, giugno 1998), ne ha parlato tra i suoi progetti a breve per i parchi newyorkesi: ”Offrirò panchine a 5.000 dollari l’una: la gente dona volentieri questa somma alla memoria dei suoi cari…”. Qui da noi, accantonati gli atteggiamenti scaramantici, perché non dare una soluzione evoluta a discorsi ancora tabù in tutti i sensi?

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